Etiopia, esplosioni nella notte ad Addis Abeba: l’opposizione armata rivendica il primo attacco con droni sulla capitale

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ADDIS ABEBA — Alle 19 di mercoledì (le 18 in Italia) un boato vicino al quartier generale della Difesa, poi una sirena. Dopo la mezzanotte un secondo scoppio, nei pressi di una fabbrica. Giovedì mattina i portavoce del primo ministro Abiy Ahmed, del governo federale e delle forze armate non avevano ancora detto una parola. Nel silenzio ha parlato l’altra parte: una fonte legata all’alleanza armata che dal 23 settembre combatte l’esercito nel nord del Paese ha detto a Reuters che la coalizione ha condotto «diversi attacchi con droni» sulla capitale, alcuni proprio contro il comando militare. Se confermato, sarebbe il primo attacco noto di forze antigovernative su Addis Abeba: la guerra, dopo nove giorni, arriva nel cuore dello Stato.Tre fonti diplomatiche hanno confermato all’agenzia di aver sentito le esplosioni; i testimoni, però, non hanno visto danni attorno alla base. Un funzionario dell’intelligence etiope, non autorizzato a parlare, ha riferito all’Associated Press di «tre esplosioni in tre luoghi diversi», rifiutando ogni altro dettaglio; due diplomatici collocano uno degli scoppi a 4 Kilo, il quartiere dei palazzi del potere nel centro della città. Nessuno, al momento, esclude che al comando si sia trattato di un’esercitazione. Il governo non ha fornito alcuna versione sull’origine delle deflagrazioni.Il giorno prima, mercoledì 30 settembre, il servizio di intelligence e sicurezza nazionale aveva vietato a tempo indeterminato tutti i voli di droni su Addis Abeba e dintorni, «per motivi di sicurezza». Un divieto del genere, alla vigilia dei boati, dice che il pericolo nella capitale era già stato messo in conto. Fino a oggi i gruppi dell’alleanza non erano noti per l’impiego di droni armati, ma gli indizi di una qualche capacità crescono: martedì una milizia filogovernativa del Tigray ha dichiarato di aver catturato telai e batterie di droni a forze legate al Fronte popolare di liberazione del Tigray, il Tplf.Nove giorni di guerraTutto è cominciato domenica 20 settembre, quando sette gruppi armati — tra cui il Tplf, il movimento nazionalista amhara Fano e l’Esercito di liberazione oromo — hanno annunciato la «Alleanza per la sopravvivenza dei popoli etiopi», con l’obiettivo dichiarato di rovesciare Abiy, premier dal 2018, e creare un governo di transizione. Tre giorni dopo le forze tigrine hanno preso gli aeroporti di Macallè, Axum e Shire, Ethiopian Airlines ha sospeso i voli sul nord, e si è combattuto anche in Afar e Amhara. Le versioni sono opposte: il governo regionale del Tigray parla di «guerra difensiva» contro un attacco federale; Getachew Reda, ex dirigente del Tplf passato a consigliere di Abiy, accusa i suoi vecchi compagni di una «offensiva totale». «Siamo in una situazione di guerra aperta», ha riconosciuto il vicepresidente del Tplf Amanuel Assefa.Sul terreno il governo rivendica un successo. Lunedì la Tigray Peace Force, gruppo tigrino schierato con Addis Abeba, ha annunciato su Facebook la presa di Alamata, città strategica 120 chilometri a sud di Macallè, insieme all’esercito nazionale; un video verificato mostra soldati che sfilano con bandiere etiopi, e una fonte vicina all’opposizione ammette la ritirata. Intanto nel campo di Hitsats, nel nord-ovest del Tigray, circa 16.000 sfollati — lì da sei anni, dalla guerra precedente — raccontano di sentire gli spari a chilometri di distanza e temono di dover scappare di nuovo.La cornice si allarga. Il capo di stato maggiore dell’esercito etiope ha accusato Egitto e Sudan di sostenere l’alleanza: i gruppi, ha detto, non potrebbero farcela se non fossero «spinti, sostenuti e riforniti» dall’estero. Il Cairo e Khartoum non hanno risposto. L’alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha chiesto la fine immediata dei combattimenti e ha avvertito del rischio di un ritorno alla guerra su vasta scala.Perché la parola «ritorno» pesa tanto? Perché l’Etiopia ne è uscita da meno di quattro anni. Il 2 novembre 2022, a Pretoria, in Sudafrica, i delegati del governo federale e del Tplf firmarono l’accordo che chiudeva due anni di guerra nel Tigray: circa 600.000 morti, secondo le stime citate dalla Cnn, una regione affamata e isolata, un primo ministro che quattro anni prima aveva ricevuto il Nobel per la pace. Quel giorno le due delegazioni si strinsero la mano davanti alle telecamere dell’Unione africana. Secondo Reuters, gli scontri di questa settimana sono la maggiore escalation da allora. Mercoledì notte, nella capitale, la stretta di mano di Pretoria è sembrata lontana quanto una sirena nel buio.