Sentenza Regeni, un pezzetto di verità e giustizia per Giulio. Ma ora si continui a scavare

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Dieci anni dopo la morte di Giulio Regeni, la sentenza della Corte d’Assise di Roma segna un passaggio importante, ma non chiude il caso. Tre agenti dei servizi egiziani sono stati condannati a dieci anni per il sequestro del ricercatore; un quarto è stato assolto. Non è invece arrivata nessuna condanna per l’omicidio del giovane italiano trucidato in Egitto non per una rapina, non per una serata finita male ma per il suo stesso lavoro. E non si dica che non si tratta di una questione geopolitica. Perché lo è eminentemente. E riguarda l’Italia, l’Egitto e in parte anche la Gran Bretagna, paese verso il quale le ricerche di Giulio avrebbero trovato una destinazione accademica, essendo il ragazzo un dottorando dell’università di Cambridge.La verità giudiziaria ha dunque fatto un passo avanti, ma resta incompleta proprio nel punto più doloroso: chi uccise Giulio e perché?I giudici hanno riconosciuto che Regeni fu prelevato al Cairo il 25 gennaio 2016 da persone legate agli apparati dello Stato egiziano e condotto in una struttura nella disponibilità dei servizi. È un accertamento di grande rilievo: rende più difficile liquidare la vicenda come un tragico episodio senza responsabili o come il gesto isolato di singoli individui. Ma il sequestro è soltanto l’inizio della storia. La morte, le torture e la catena di responsabilità che portò a quell’esito attendono ancora una risposta piena.La famiglia di Giulio ha accolto la decisione con una dignità esemplare, dopo anni di ostacoli e di battaglia pubblica e giudiziaria che certo non piò né deve essere scambiata per arrendevolezza anzi, semmai, come un segnale di forza e resilienza che non potrà cedere di un centimetro nel cammino avviato e da ieri sera certificato anche con una sentenza che indica la strada maestra da continuare a percorrere.Il risultato ottenuto va dunque certamente riconosciuto e merito particolare va alla caparbietà e accuratezza del lavoro della magistratura italiana, che ha portato il procedimento a sentenza nonostante la mancata collaborazione (pure a parole più volte garantita) proprio delle autorità egiziane. Anzi. A dirla tutta è stata precisamente questa mancanza, come hanno osservato gli stesso magistrati, a pesare sulla possibilità di ricostruire fino in fondo i fatti e attribuire le singole responsabilità.La cautela è però necessaria. Le motivazioni della sentenza, attese entro novanta giorni, chiariranno perché gli elementi raccolti non siano stati ritenuti sufficienti per condannare per l’omicidio e quali siano i margini per proseguire il percorso giudiziario. Solo dopo averle lette si potrà valutare con cognizione l’eventuale appello. Ma una cosa è già chiara: l’assenza di una condanna per l’uccisione non cancella quanto accertato sul sequestro né le responsabilità che la sentenza colloca nell’ambito degli apparati egiziani.È qui che la politica non può rifugiarsi dietro la formula, corretta ma insufficiente, secondo cui le sentenze spettano ai giudici. La separazione dei poteri va rispettata; non può diventare un alibi per trattare come ordinaria una vicenda che ha coinvolto cittadini italiani, istituzioni straniere e un decennio di richieste rimaste senza adeguata risposta. I rapporti con il Cairo non devono essere una ritorsione né un gesto simbolico fine a sé stesso. Devono però fare i conti con la mancata collaborazione e con ciò che la giustizia italiana ha già stabilito.Per questo il governo deve chiedere con fermezza la cooperazione necessaria a completare l’accertamento dei fatti e a dare seguito alle decisioni dei tribunali. Le relazioni diplomatiche e gli interessi strategici non possono cancellare il dovere di tutelare la dignità di Giulio Regeni e il diritto della sua famiglia alla verità.La sentenza consegna un primo, concreto riconoscimento giudiziario. È un pezzo di verità e di giustizia, conquistato con ostinazione, non certo un punto d’arrivo. Anzi. È proprio ora che, con una rafforzata convinzione e una necessaria forza anche diplomatica oltre che giudiziaria, si dovrà continuare a scavare. Lo dobbiamo ancora alla memoria di Giulio, alla storia e al presente della sua famiglia. Perché nessuno possa considerare un “omissis” come un esito o peggio un compromesso politico accettabile.