David Rossi, anche i consulenti contro la pista del suicidio: «Scientificamente insostenibile». Dai biglietti «nessuna volontà di uccidersi», dubbi anche sulla mail

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Dopo l’ultima ricostruzione del Ris sulla caduta, che ha rafforzato l’ipotesi di un’aggressione ai danni di David Rossi, nella Commissione parlamentare d’inchiesta l’attenzione si sposta sugli elementi che per anni hanno sorretto la tesi del suicidio, con una nuova relazione tecnica. La mail in cui l’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi scriveva «stasera mi suicido sul serio, aiutatemi», i tagli sui polsi, i tre bigliettini trovati nel cestino del suo ufficio e i fazzoletti con quelle che furono ritenute tracce di sangue.La conclusione dei due consulenti auditi oggi, 29 settembre, a Palazzo San Macuto, lo psicologo e criminologo forense Edoardo Genovese e il medico legale Robbi Manghi, è netta: «L’ipotesi di una morte per suicidio appare tecnicamente e scientificamente insostenibile e priva di riscontri oggettivamente cristallizzati». Dopo la simulazione al Foro Italico, secondo cui Rossi sarebbe stato aggredito prima di precipitare dalla finestra di Rocca Salimbeni, emergono quindi nuovi dettagli su quello che accadde nelle ore e nei giorni precedenti alla morte del manager, il 6 marzo 2013.I consulenti: «Nessun elemento per un suicidio pianificato»Nello specifico i consulenti hanno ricostruito retrospettivamente lo stato mentale, emotivo, relazionale e professionale di Rossi. Dagli atti, spiegano, non emergono patologie psichiatriche, quadri depressivi maggiori, assunzione di psicofarmaci o percorsi psicoterapeutici. C’era invece una forte ansia, legata alle inchieste su Mps, alla pressione mediatica e al timore per la propria reputazione e il proprio futuro professionale.Rossi, secondo Genovese, viveva «uno stato di marcata allerta, timore, paura, minaccia», ma senza quei comportamenti che possono costituire campanelli d’allarme per chi sta per compiere un gesto estremo: nessun isolamento, nessuna rottura delle relazioni, nessun abbandono di progetti futuri. Il 4 marzo risultano almeno 47 contatti tra telefonate ed email. Il 6 marzo, giorno della morte, la precedente Commissione parlamentare ne aveva ricostruiti addirittura 109. «Il ripiegamento e il ritiro sociale costituiscono delle red flag», sottolinea Genovese. Al contrario Rossi continuava a mantenere relazioni costanti, la sua routine e gli impegni familiari e lavorativi.Quella sera, come faceva abitualmente, avrebbe dovuto praticare alle 19.30 un’iniezione alla moglie. Nei giorni successivi aveva altri appuntamenti. Aveva inoltre parlato della possibilità di scrivere libri e saggi. Elementi, insomma, che nella valutazione dei consulenti, non mostrano «alcun elemento importante e di interesse psicopatologico o comportamentale idoneo a giustificare una determinazione strutturata, pianificata e organizzata di tipo autosoppressivo». I dubbi sulla mailC’è poi il messaggio del 4 marzo inviato all’allora amministratore delegato di Mps Fabrizio Viola: «Stasera mi suicido sul serio, aiutatemi». Una frase che, estrapolata dal resto delle comunicazioni, potrebbe sembrare inequivocabile. Per Genovese sarebbe invece «un errore macroscopico» leggerla isolatamente. Il consulente la definisce un «grido d’aiuto amplificato», nato da un momento di forte angoscia. Nelle ore successive, infatti, Rossi torna a occuparsi della propria situazione professionale e scrive allo stesso Viola: «Hai ragione, sono io che mi agito, sembro pazzo a farmi tutti questi problemi, scusa la rottura».Rispondendo alle domande dei commissari Genovese va oltre, sottolineando come quella mail «stoni tantissimo» con le altre comunicazioni della giornata. E osserva che, attraverso un accertamento di informatica forense, sarebbe possibile verificare ulteriormente se sia stata davvero scritta da Rossi. In ogni caso, è la spiegazione, resterebbe comunque compatibile con una fase acuta e temporanea di sovraccarico emotivo, successivamente rientrata.E i tagli sui polsi andrebbero letti nella stessa chiave. Secondo i consulenti si trattava di lesioni superficiali compatibili con «un comportamento autolesivo non suicidario», una forma di regolazione dell’angoscia. La stessa spiegazione che Rossi, secondo quanto riferito dalla figlia acquisita Carolina Orlandi, avrebbe dato parlando dei tagli: «Quando ti prende l’angoscia, la paura, fai qualcosa per tornare un po’ alla realtà delle cose». I tre biglietti: autografi, ma «non d’addio»Uno dei passaggi più rilevanti riguarda però i tre foglietti trovati nel cestino dell’ufficio di Rossi. L’analisi conferma che furono effettivamente scritti da lui. Le anomalie grafiche già riscontrate vengono interpretate dai consulenti come il riflesso di un forte conflitto e sovraccarico emotivo, non come prova di una mano costretta da un’altra persona. Genovese tende infatti a escludere sia una coercizione fisica sia una dettatura forzata. Ma proprio per questo mette in discussione l’interpretazione dei manoscritti come lettere di addio.«Dal contenuto non emerge in alcun modo l’intenzione chiara, esplicita e volontaria di un gesto autosoppressivo», spiega. Nei fogli Rossi scrive, tra l’altro: «Ciao Tonia, mi dispiace ma l’ultima cazzata che ho fatto è troppo grossa» e «non posso più sopportare questa angoscia». Non annuncia però esplicitamente l’intenzione di togliersi la vita. A pesare è anche il luogo in cui vennero ritrovati: i fogli erano stati strappati o accartocciati e buttati nel cestino. Una condotta che, secondo Genovese, contrasta con quella abitualmente osservata nei messaggi di addio, generalmente lasciati in posti visibili perché vengano trovati dai destinatari. Gettare quei fogli sarebbe anzi indicativo del «superamento e dell’interruzione del momento di una possibile crisi acuta», ed è considerato «assolutamente incompatibile con una cosciente volontà suicidaria organizzata ed irreversibile». Il cestino svuotatoC’è poi un problema nella ricostruzione materiale del ritrovamento. Prima dell’arrivo della Polizia scientifica, il cestino era già stato svuotato sopra la scrivania durante un precedente accesso nell’ufficio. Fu allora che vennero individuati i tre manoscritti, successivamente prelevati e collocati all’interno di un libro. Quando la Scientifica fotografò il cestino, quindi, il suo contenuto era già stato manipolato e ricomposto. Per i consulenti non è perciò possibile ricavare da quelle fotografie l’ordine nel quale i vari oggetti erano stati gettati né stabilire, dalla loro posizione, quando fossero finiti lì. Un particolare che incide anche sull’interpretazione dei fazzoletti macchiati ritrovati nello stesso cestino.I fazzoletti e il sangue mai analizzatoSul punto Manghi introduce una precisazione decisiva. «Non è stata effettuata alcuna prova che mi dimostri che siano macchie di sangue, né che siano di David Rossi», spiega. Non furono svolti esami del Dna, accertamenti biologici né analisi in grado di datarne con certezza l’origine. Ipotizzando che si trattasse effettivamente di sangue di Rossi, secondo il medico legale la colorazione non sarebbe comunque compatibile né con una ferita avvenuta il giorno della morte né con il giorno precedente. Il degrado dell’emoglobina indicherebbe invece un sanguinamento risalente ad «almeno a due o tre giorni prima». Anche la forma delle macchie, sostiene Manghi, non sarebbe compatibile con le lesioni al naso e al labbro riscontrate dopo la caduta, mentre sarebbe «più compatibile con un evento lesivo dei tre taglietti di due o tre giorni prima».L’ipotesi sulla dinamica della cadutaInfine viene messa in dubbio dal punto di vista psicologico anche l’ipotesi che Rossi non volesse uccidersi, ma che si fosse sporto dalla finestra in un gesto simile ai precedenti, perdendo poi accidentalmente il controllo. Genovese esclude che i due comportamenti possano essere messi sullo stesso piano. I tagli superficiali, sostiene, erano un gesto controllabile utilizzato per ridurre temporaneamente lo stato d’angoscia. Affacciarsi o esporsi nel vuoto rappresenterebbe invece «un passaggio successivo», con conseguenze potenzialmente non più controllabili, e perciò non sarebbe coerente con il comportamento descritto nei giorni precedenti.L'articolo David Rossi, anche i consulenti contro la pista del suicidio: «Scientificamente insostenibile». Dai biglietti «nessuna volontà di uccidersi», dubbi anche sulla mail proviene da Open.