Anna Castiglia l’abbiamo conosciuta tre anni fa, quando raggiunse il secondo step di selezioni per partecipare a X Factor, Morgan non la prese poi in squadra, dirà più tardi «Per farle un favore», ma questa è un’altra storia. L’impatto con questo suo tocco arpeggiato sulla chitarra, questa sua voce pulita, ricca di ironia, con questi occhialoni vintage e il dialetto siciliano nelle canzoni, è stato devastante, il pubblico se ne è innamorato all’istante. Non è un caso dunque questo percorso spettacolare che l’ha portata, dopo essere riuscita ad inserirsi nel complesso panorama cantautorale italiano, ormai ingolfato di uscite, ed essersi fatta notare da pubblico e critica, ad arrivare alla vittoria di una Targa Tenco per la migliore opera prima (Mi piace) e un tour di grande successo in tutta Italia. Sono passati, in un lampo, tre anni e oggi Anna Castiglia è di certo una delle più quotate cantautrici italiane. Una posizione che certamente verrà rafforzata dall’uscita de’ La paura in tasca, il suo secondo album, che riesce a essere diverso dal primo ma senza negare all’ascoltatore molti di quegli elementi che lo hanno fatto innamorare della sua musica.Quando si parla di un secondo album il pensiero va immediatamente a quel verso di Caparezza, quel luogo comune della discografia, quello secondo il quale «…è sempre il più difficile»…«Esatto, ovviamente sono partita anch’io da lì, mettendomi tutte le ansie del mondo. Sono partita intanto molto presto con i lavori, cioè praticamente dovevo ancora finire il tour di Mi Piace e già stavo pensando a questo secondo, stavo raccogliendo un po’ di canzoni, quindi sono arrivata gasata. Poi, nel frattempo, durante il tragitto, sono arrivate un sacco di altre ansie, di aspettative, perché pensi a questa storia del secondo disco e poi diventa un po’ una profezia, un po’ una leggenda, un po’ la verità».In cosa hai sentito una differenza…?«È un po’ vero che sicuramente nel primo ti lanci un po’ nel vuoto, non sai cosa succederà e a volte non sapere ti fa vivere meglio le cose. Invece, pensando ai risultati ottenuti col primo, il secondo è un po’ più appesantito, anche dalla voglia di controllare, perché una volta che sai cosa succederà vuoi avere più controllo. Però devo dire che sono stata brava a non farmi mangiare troppo da alcune dinamiche, da troppe paure, dai numeri, mi sono incoraggiata e ho ricevuto molto incoraggiamento da parte di Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levi nel fare quello che proprio volevo fare, senza troppe pare».Tu provieni dal classico primo anno in cui il progetto sfonda, da quell’apparizione a X Factor dove il pubblico ti ha conosciuta al disco con cui ti sei aggiudicata la Targa Tenco per la migliore opera prima, fino ad un tour di grande successo…prima di questo secondo disco hai trovato il tempo per tirare un pochino le somme su quello che ti sta succedendo?«Assolutamente, vai così veloce che poi ad una certa ti rendi conto che sono passati tre anni da quell’apparizione. Ho tirato le somme, ho fatto anche fin troppe somme, moltiplicazioni, sottrazioni, riferendomi a tutto quello che è successo. È una cosa che serve capire un attimo qual è il bagaglio che ho riempito in questi anni, cosa c’è dentro, cosa tenere, cosa togliere. È un bilancio che fai inevitabilmente prima di pubblicare un secondo disco, fai i conti con quello che hai rappresentato con quel passaggio, con quello che potresti non rappresentare più o le cose nuove che potresti invece simboleggiare. Quindi sì, ho analizzato tutte queste probabilità, ma comunque tutto sfugge al mio controllo e vedremo cosa succederà».Forse uno dei passaggi più difficili del famigerato secondo disco è anche capire quanto seguire la propria naturale ispirazione (cosa che sembra più giusta ma ha fatto cadere diversi artisti) e quanto spazio dare alle cose che del primo hanno funzionato. In questo senso, come ti sei regolata?«Ho cercato di fare una pozione con delle dosi precise, cioè volevo essere libera di sperimentare e mettere anche cose lontane da quelle che hanno funzionato, ma allo stesso tempo non destabilizzare troppo. Vorrei che questo secondo disco confermasse il primo. Sono consapevole che alcune canzoni lasceranno per strada qualcuno e altre invece faranno interessare qualcun altro, questa è una consapevolezza che bisogna avere della propria musica, però comunque sono stata attenta a lasciare quel pizzico di cantautorato ironico. Sicuramente non ho voluto fare delle copie di Ghali e U mari, dei miei singoli più fortunati, però mantenere quello spirito lì un pochino sì, allo stesso tempo permettendomi, dall’altro lato, di accontentare la mia libertà. Ho cercato di fare tutto col bilancino, spero di esserci riuscita».Io ho notato due elementi che mancano rispetto alla Anna Castiglia che conoscevamo. La prima è la Sicilia, non ci sono canzoni in dialetto…«Sì, non ci sono canzoni in dialetto in questo disco. In realtà ci sono due canzoni che ho escluso, ma non perché non voglio pubblicarle, ma perché dovevo fare una cernita e ho pensato che quelle due magari possono viaggiare pure da sole in altre vesti. Una era tutta in dialetto, molto particolare come canzone, una non-canzone, e l’altra invece è in italiano ma è ambientata in Sicilia. Le ho escluse per ora, vedremo più avanti».…l’altro elemento che manca sono gli occhiali, che a livello visivo sono diventati un tuo elemento di riconoscimento; in copertina non li indossi. Come mai hai fatto questa scelta?«Perché se c’è qualcosa che va bene…allora togliamola! No, scherzo. Sicuramente entrambe le cose, sia la Sicilia che gli occhiali, sono due elementi importanti, riconoscibili, ma a volte anche un po’ incasellanti. A me fa paurissima l’idea di essere incasellata come, per forza, cantautrice siciliana, oppure, per forza, quella con gli occhiali. Vorrei che passasse altro, non vorrei che ci fosse solo quello. Sugli occhiali nella copertina e nelle foto ci abbiamo riflettuto tanto, ne abbiamo provati alcuni, ma effettivamente non ci stavano con quello stile e mi piaceva essere vestita in un altro modo; in quella copertina sono anche vestita in un modo da festa quasi, con quei guanti, e non è la mia quotidianità. Invece gli occhiali, che sembrano un oggetto di scena, sono la mia quotidianità, li indosserò pure sul palco probabilmente, perché non ci vedo, quindi per forza».Tirando le somme su questa prima parte della tua carriera, hai anche capito con più precisione che genere di artista sei?«Io penso che sia un percorso continuo, capisci qualcosa in più ogni volta, però no, non posso dire di aver capito chi sono come artista, non me la sento di affermare questa cosa e forse non voglio neanche, perché comunque la ricerca della propria identità è un tema proprio della nostra epoca, iniziato con il Novecento, con l’individualismo: chi sono io, qual è la mia identità, cosa mi piace, quali sono i miei disturbi. Dobbiamo sapere veramente tutto di noi e quindi questa ricerca ossessiva, anche molto egocentrica, a volte è un po’ pressante, a volte ti mette l’ansia perché quando sai troppo, vivi male. Vorrei ogni tanto non sapere, lo dico anche in una canzone. Quindi, anche dal punto di vista dell’artista che sono: sì, mi piacerebbe scoprirlo un giorno, senza rendermene conto, senza cercarlo in modo ossessivo».A proposito di ricerca, se non vuoi scoprire l’artista che sei diventata, magari hai scoperto che genere di artista ti piacerebbe diventare…?«Meglio di no, altrimenti diventa subito che pretendo, non che voglio, da me stessa. Per cui cerco di andarci piano, però sicuramente mi piacerebbe diventare un’artista, una persona soprattutto, che non odia il suo lavoro, che riesce ancora volentieri a salire sul palco, a stare con la gente. Non posso non citare Carmen Consoli, perché ho appena fatto tre concerti con lei e ho visto questa cosa e mi sono detta “Ok, io vorrei essere così”, proprio dal punto di vista umano, avere quella tranquillità lì. Ovviamente ci sono dinamiche diverse, io non so se potrò permettermi di fare un disco ogni cinque anni, però mi piacerebbe restare integra umanamente».Il disco lo chiudi con la title track La paura in tasca. Mi chiedevo: ora che hai fatto anche il secondo passo dentro la discografia, cosa ti fa paura di questo mondo?«A volte è un po’ la crescita che mi fa paura, perché crescere implica un cambiamento, che poi è anche quello che desidero, ma io non distinguo sempre le paure dai desideri, sono molto uniti. Ovvio che la paura paralizzante esiste, allora lì bisogna veramente toglierla dalla tasca e parlarci, però quello che più mi spaventa mi rendo conto che sono cambiamento e la crescita, mi fanno venire le vertigini…e allo stesso tempo sono delle cose che voglio. Come facciamo?»Mi sa che puoi solo crescere e poi vedere come va a finire.«Mi sa di sì».Questa è la prima volta che noi ci parliamo dopo la vittoria della Targa Tenco, che non è un riconoscimento da parte del pubblico, del televoto, ma da parte di una giuria di esperti di musica, quindi molto più credibile come premio. L’hai trovato in qualche modo incoraggiante?«Sì. Anche lì hai due percezioni: al primo impatto è assolutamente incoraggiante, gratificante, te la fa anche un po’ credere, ti fa pensare “Ok, aspetta, forse posso continuare”. Perché rappresenta una conferma, un incoraggiamento, un trampolino anche emotivo. Allo stesso tempo dall’altro lato è lì che ti osserva quando stai facendo il secondo disco. In realtà anche nella canzone La paura in tasca, non nomino proprio il premio Tenco, però quando dico “I riconoscimenti si lanceranno dalle mensole” ovviamente mi riferivo al Tenco, intendevo che quando vedranno la delusione che provocherai col tuo fallimento, si butteranno dalle mensole. Quindi provoca inevitabilmente anche questo tipo di pressione».Ti sei mai chiesta cos’è che piace così tanto di Anna Castiglia?«Me lo chiedo ma non lo so, forse un po’ la spontaneità, l’ironia che vuole un po’ coprire la verità o mascherarla. Forse anche la goffaggine o le spalle curve, magari questo».Il suono che dai alle tue canzoni è molto morbido, molto accessibile, stavo pensando: particolarmente adatto al Festival di Sanremo, che sarebbe un trampolino di lancio definitivo per il circuito mainstream. Ma non è che quella canzone in italiano che non hai inserito nel disco, magari l’hai mandata a De Martino…?«Be, quella in siciliano è proprio “immandabile”, perché è una sorta di preghiera, si chiama A mia, e parla della religione alla quale ci affidiamo quando abbiamo paura, è una roba così. L’altro invece no, non l’ho inviato. Ti dirò, anche se l’avessi fatto non te l’avrei detto probabilmente, però no, sono sincera, l’ho tenuto per lavorarci ancora un po’ e sicuramente uscirà».Però hai mai pensato al tuo potenziale cantautorale in una situazione come Sanremo?«Ho imparato un po’ dall’esperienza televisiva di X Factor, perché comunque è televisione ed è una cosa diversa da quello che faccio solitamente. Inizialmente pensavo che non sarebbe andata, poi quando è andata in onda in realtà si è vista anche da parte del pubblico una richiesta di quel tipo. Me lo sono chiesta, perché allo stesso tempo quella è una settimana molto particolare, un palco molto particolare, uno guarda tanto, studia un po’ i casi, pensi a Giovanni Truppi, a persone più simili a te, che conosci, che sono della tua stessa “categoria”, e pensi come è andato il loro percorso. Allora da lì capisci se può essere efficace oppure no, però sono casi, non è detto che ci sarà un altro fenomeno come Lucio Corsi. Io spero di sì, perché è stata una figata assurda, allo stesso tempo però bisogna capire un attimo quali sono gli ingredienti di quella canzone, il perché è diventata così. Non lo so, sarebbe efficace se avessi la canzone giusta, ecco».Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?«Vorrei che restassero un po’ di domande, quello è un po’ l’obiettivo: spingere chi ascolta a porsi delle domande, che è poi quello che faccio io continuamente. Come dico nella canzone: “Ho solo domande in tasca”. Io non voglio dare risposte, non voglio insegnare mai niente, magari contagiare con questo continuo porsi domande, riflettere sulle cose, quello si che mi piacerebbe».L'articolo Anna Castiglia e il nuovo album: «Mi fa paura essere incasellata. Sanremo? Forse con la canzone giusta…» – L’intervista proviene da Open.