WASHINGTON — Una petroliera che brucia nello Stretto di Hormuz, colpita giovedì da un proiettile che nessuno ha rivendicato. Un ponte di volo che si allontana dal molo di San Diego, domenica, con la prua verso ovest. E un presidente che, la sera di giovedì, promette la «vittoria» agli operai di una fabbrica di camion a Denton, in Texas. Tre immagini di una stessa settimana, a sette mesi dall’inizio della guerra con l’Iran.Gli Stati Uniti stanno inviando una terza portaerei nelle acque attorno all’Iran. Lo ha confermato un funzionario americano ad Al Jazeera: il gruppo d’attacco della USS Theodore Roosevelt ha lasciato la California domenica, seguito un giorno dopo dalla forza anfibia della USS Makin Island con oltre 2.000 marines a bordo. Entro la fine di novembre attorno all’Iran ci saranno tre portaerei e due gruppi anfibi, con migliaia di uomini e decine di caccia F-35 in più sopra i circa 50.000 militari già nella regione. Nelle stesse ore Donald Trump ha respinto il piano di pace presentato da Teheran all’Onu e ha detto, in un’intervista al settimanale Time, che l’azione militare può riprendere dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre se non arriverà un accordo che lo soddisfi.Il dispositivo era già imponente. Nel Golfo operano la USS George H.W. Bush, arrivata in aprile, e la USS George Washington, che a metà agosto ha dato il cambio alla Abraham Lincoln; nel Mar Arabico incrocia il gruppo anfibio della USS Boxer con la sua unità di spedizione dei marines. Con la Roosevelt e la Makin Island (più di 7.000 marinai e 2.000 marines in tutto) il totale supera i 20.000 uomini imbarcati, con centinaia di velivoli e una ventina di navi: le prime tre portaerei insieme dall’aprile scorso. Il Pentagono ha inoltre prorogato la presenza delle batterie di difesa aerea e della 82ª Divisione aviotrasportata. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito le forze «pronte a partire». E fonti del Pentagono e della Casa Bianca hanno fatto sapere che nessun assetto verrà ritirato, nemmeno in caso di accordo.Perché proprio novembre? Perché il 3 novembre gli americani rinnovano il Congresso. Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe detto ai collaboratori di aspettarsi la ripresa dei raid in quel mese. A Time ha aggiunto di non credere che con l’Iran si possa «mai avere la pace». A Denton, nello stabilimento della Peterbilt Motors, è stato più diretto: l’Iran «è pronto a cedere», la vittoria arriverà «subito dopo le elezioni, forse anche prima», «sto facendo in modo che l’Iran finisca molto in fretta». E sull’interlocutore: «Non sappiamo con chi diavolo trattare… Nessuno vuole fare il presidente». Le navi e il voto, a questo punto, hanno la stessa scadenza.Il piano di TeheranLa proposta iraniana era arrivata all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per bocca del ministro degli Esteri Abbas Araghchi: riapertura di Hormuz e ripresa dei negoziati sul nucleare entro sette giorni, in cambio della fine del blocco navale americano, dello sblocco di circa 12 miliardi di dollari di fondi congelati, della sospensione delle sanzioni sul petrolio e di una tregua regionale estesa a Libano e Yemen. A fare da tramite è il Qatar: la risposta americana è stata consegnata a Doha la sera del 30 settembre. Ma Trump aveva già chiuso sabato 26: «Vogliono fare un accordo e penso che vada bene. Anche io vorrei farlo. Ma quell’accordo non sarebbe accettabile». L’Iran tratta, ha detto, perché «sta perdendo così malamente». L’ambasciatore americano all’Onu Mike Waltz ha spiegato alla Nbc che fondi e sanzioni non sono negoziabili: «Non sono solo sanzioni degli Stati Uniti, sono sanzioni globali», fondate su sette risoluzioni del Consiglio di sicurezza.Il 1° ottobre il Tesoro ha stretto ancora. Nel mirino l’industria dell’auto e delle ferrovie: due costruttori che coprono oltre il 90% del mercato interno iraniano, il maggiore produttore di motociclette del Paese, due società ferroviarie e due acciaierie cinesi accusate di lavorare per conto di un imprenditore irano-dominicano con base a Hong Kong. Per il Tesoro i due settori sono «alcuni degli ultimi elementi significativi» dell’infrastruttura industriale iraniana e sono «profondamente intrecciati» con i Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione. L’operazione ha anche un nome, «Economic Outcast», il reietto economico. In parallelo l’ufficio antiriciclaggio del Tesoro ha proposto di vietare ogni trasferimento di fondi con A7, una rete bancaria parallela con legami russi designata come organizzazione criminale transnazionale.Hormuz e il prezzo del greggioIntanto lo stretto resta un campo di tiro. Giovedì l’ufficio della Marina britannica che raccoglie gli allarmi dei mercantili ha segnalato una petroliera colpita in transito da un proiettile non identificato, con un incendio a bordo: «L’equipaggio risulta in salvo, la valutazione dei danni e l’impatto ambientale non sono noti». Martedì 29 settembre erano state colpite tre navi — una petroliera, una gasiera e una terza unità — anche in quel caso senza rivendicazioni né attribuzioni. Il Brent è salito giovedì di oltre 4 dollari e viaggia tra i 100 e i 105 dollari al barile, circa il 50% sopra i 72 di fine febbraio, quando lo stretto è stato di fatto chiuso. Trump rivendica un controllo «virtualmente totale» del passaggio. Il 5 settembre il comando Usa per il Medio Oriente aveva distrutto petroliere legate ai Pasdaran dopo il lancio di missili balistici contro navi americane; il suo comandante, l’ammiraglio Brad Cooper, aveva avvertito: «Se sparate a due delle nostre navi, imporremo un costo economico ancora più alto».Da Teheran, per ora, nessuna reazione alla partenza della Roosevelt. Il presidente Masoud Pezeshkian ha detto ad Al Jazeera che «non abbiamo alcuna fiducia nella parte americana e non sappiamo su quale base si possa raggiungere un’intesa»; ha negato che sia l’Iran a tenere chiuso Hormuz — «gli Stati Uniti hanno chiuso le rotte davanti a noi» — e ha assicurato che lo stretto riaprirebbe se i negoziati chiudessero la guerra. Araghchi, alla Nbc, ha detto che il Paese è «pienamente pronto» a riprendere i combattimenti; poi, su X, ha corretto il tono: «Non siamo venuti a New York per vendere una guerra. Siamo venuti per forgiare la pace».Per Abas Aslani, analista del Center for Middle East Strategic Studies di Teheran, la questione non è più se negoziare ma «chi abbandonerà per primo la propria leva principale»: il blocco navale per Washington, lo stretto chiuso per l’Iran. Richard Schmierer, ex ambasciatore americano, vede Trump stretto tra il rinvio oltre il voto e il costo politico di concessioni simili al memorandum d’intesa di giugno, poi saltato. La guerra è cominciata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani.I Pasdaran, dal canto loro, hanno scelto un destinatario insolito: gli elettori americani. «L’amministrazione Trump deve cambiare», hanno scritto in un appello che il Dipartimento di Stato ha liquidato come «propaganda, non pace». Il 1° ottobre hanno salutato il ritiro americano dall’Iraq come una «vittoria storica»: «L’America deve lasciare la regione». Quasi il 70% degli americani, dicono i sondaggi, ritiene che la guerra non valesse la pena. Il 3 novembre, quando si vota, la Roosevelt dovrebbe essere a metà strada tra il Pacifico e il Golfo.