ADDIS ABEBA — Dieci diplomatici eritrei con 48 ore per fare le valigie, l’ambasciata etiope ad Asmara chiusa e, dall’altra parte del confine, la risposta nel giro di poche ore: l’Eritrea «non ha altra scelta che ricambiare e recidere tutti i legami diplomatici con l’Etiopia, con tutti i corollari negativi che ciò comporta». Giovedì 1 ottobre i due Paesi del Corno d’Africa che nel 2018 avevano firmato la pace dopo vent’anni di ostilità — e che fra il 2020 e il 2022 avevano combattuto fianco a fianco contro i ribelli del Tigrai — hanno rotto le relazioni.Il ministero degli Esteri di Addis Abeba ha dichiarato i dieci «persona non grata» accusandoli di rappresentare «una minaccia diretta alla sicurezza nazionale dell’Etiopia» e ha motivato la rottura con «azioni ostili, dirette e indirette, dell’Eritrea contro l’Etiopia». Nello stesso provvedimento, senza alcuna motivazione, è stato espulso anche un diplomatico egiziano. Il Cairo ha stretto i rapporti con Asmara negli ultimi mesi e con Addis Abeba ha un contenzioso aperto da anni sulla grande diga etiope sul Nilo Azzurro. Il messaggio non era solo per l’Eritrea: mettendo l’egiziano nella stessa lista, il governo etiope ha indicato il triangolo che considera nemico.Mentre le cancellerie si scambiavano i comunicati, la guerra si è affacciata nella capitale. Tre esplosioni in tre punti diversi della città nella serata di giovedì, secondo un funzionario dell’intelligence; un boato alle 19 (le 18 in Italia) vicino al quartier generale della Difesa, poi le sirene, ha raccontato una fonte diplomatica. Una fonte vicina all’alleanza armata che combatte il governo ha rivendicato una serie di attacchi con droni su Addis Abeba, compreso il comando militare; Reuters, che riferisce la rivendicazione, non ha potuto verificarla, i testimoni non hanno visto danni e non è chiaro se si sia trattato di un attacco o di un’esercitazione. Poche ore prima il servizio di intelligence e sicurezza nazionale aveva vietato il volo dei droni sopra la capitale.Sarebbe il primo attacco con droni su Addis Abeba, a centinaia di chilometri dai fronti del Tigrai, dell’Amhara e dell’Afar. «Colpire Addis sarebbe una svolta politica», dice Edward Bach, analista senior per l’Africa della società di analisi del rischio Verisk Maplecroft. I due fatti della giornata si tengono: Addis Abeba accusa Asmara di finanziare proprio l’alleanza che ora rivendica i droni sulla capitale.Il fronte verso MekelleSul terreno le forze federali avanzano nel Tigrai meridionale in direzione di Mekelle, il capoluogo regionale, dove sono saltate comunicazioni e banche e dove domenica un drone ha colpito la sede di Tigrai Tv, emittente con 400 dipendenti ora fuori onda. L’alleanza — sette gruppi guidati dal Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf) — ha preso il principale aeroporto della regione, con i voli sospesi, e alcune città nella confinante regione dell’Afar, dove un funzionario locale sostiene che Erebti e Abaala siano state riprese dai governativi. Gli sfollati nell’Afar sono almeno 150.000. Nel campo di Hitsats, nel Tigrai nordoccidentale, 16 mila persone sfollate da sei anni «sentono i combattimenti sostenuti dall’artiglieria pesante, e i droni volano in cielo ogni giorno». Il segretario generale dell’Onu António Guterres si è detto «particolarmente turbato» dall’uso dei droni e ha chiesto il dialogo con l’alleanza; la Commissione dell’Unione Africana segue la crisi «con grande preoccupazione».Le accuse incrociate precedono la rottura. Il 28 settembre il capo di stato maggiore etiope, il feldmaresciallo Birhanu Jula, aveva accusato l’Eritrea di mobilitare sostegno finanziario per il Tplf, tirando in ballo anche Sudan ed Egitto. I tre Paesi negano. Il ministro dell’Informazione eritreo Yemane Gebremeskel parla di un’«agenda ostile» etiope che dura da tre anni e ha scritto su X che l’ambizione dell’Etiopia — Paese senza sbocco al mare — di ottenere un accesso al Mar Rosso ha allarmato Eritrea e Somalia. Ma il capo dell’amministrazione dell’Afar, Haji Awol Arba, ha detto ad Al Jazeera che soldati eritrei sono entrati nella sua regione. Il ministro eritreo non ha risposto a una richiesta di commento sulle espulsioni; il primo ministro etiope Abiy Ahmed, che lunedì giura per il nuovo mandato dopo il voto di giugno, non ha commentato.Il dato che pesa su tutto è quello della guerra precedente: circa 600.000 morti fra il 2020 e il 2022, un milione di persone mai rientrate, l’accordo di pace di Pretoria del novembre 2022 mai attuato del tutto. Quell’accordo l’Eritrea non lo firmò. Oggi il governo di Addis Abeba schiera 500 mila uomini, un vasto arsenale di droni e l’appoggio degli Emirati; l’ultimo canale diretto con Asmara, da ieri, non esiste più.