Il MEI celebra La fine dei vent’anni di Motta: «Sono finito per sbaglio nel mainstream» – L’intervista

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Dopo il grande successo della scorsa edizione, che ha fatto registrare oltre 30mila presenze, torna dall’1 al 4 ottobre a Faenza (Ravenna) l’edizione “30 e lode!” del MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti, la più importante rassegna della musica indipendente italiana, ideata e coordinata da Giordano Sangiorgi. Quattro giorni di crossover musicale con al centro una grande attenzione verso la musica delle nuove generazioni, con incontri, premi, concerti e appuntamenti dedicati alla filiera musicale indipendente. Tanti gli ospiti particolarmente interessanti, da Lamante a Birthh, da Cisco al Duo Bucolico con gli España Circo Este, fino a Lorenzo Kruger, voce dei Nobraino. Una delle giornate del MEI poi avrà un protagonista assoluto: Motta, colonna della rivoluzione cantautorale convenzionalmente definita “indie”, che nel 2026 ha festeggiato con un tour ad hoc i dieci anni di un album fondamentale, il suo primo, La fine dei vent’anni, grazie al quale si è aggiudicato anche la Targa Tenco per la Migliore Opera Prima.Quanto è importante che esistano ancora delle manifestazioni come il MEI, dove viene celebrato il sottobosco musicale?«Molto, figurati che quello del MEI è stato l’unico premio che i Criminal Jokers hanno ricevuto per il miglior testo di Fango, quindi il MEI non c’è dal giorno 0 c’è dal giorno – 20 praticamente. Poi queste manifestazioni riescono veramente anche a mettere insieme tanta gente del mondo della musica, cosa che fa bene a tutti, anche a chi magari fa generi completamente diversi, non necessariamente gente che condivide certe idee. Però fa assolutamente bene, perché stiamo rincorrendo un’era in cui ognuno pensa troppo ai cazzi suoi, secondo me». E questo tra l’altro forse è stato anche uno dei segreti del successo di quella stagione in cui è uscito La fine dei vent’anni, convenzionalmente la chiameremo “indie”…«“Indie” forse era il nome messo sopra una busta per cercare di comprarli tutti. In quel periodo lì io mi ritrovavo negli stessi articoli di giornale accostato a delle cose che poi, sulla lunga distanza, si è capito che erano completamente differenti. Per esempio, c’erano persone che facevano già pop (e pop non è una parolaccia, anzi usato bene la concepisco come una cosa alta). Devo dire che questa cosa ha giocato a mio favore, perché io sono finito in un certo tipo di mainstream, secondo me anche un po’ per sbaglio, infatti chi vedeva i concerti dieci anni fa rimaneva un po’ spiazzato, nel bene e nel male, succede questo quando finisci in certi calderoni per sbaglio».In quel calderone là però tu sei riuscito a distinguerti proprio aver fatto il disco generazionale, La fine dei vent’anni è proprio una fotografia perfetta di quell’età in quel periodo. Mentre per gli altri restano delle canzoni, per te resta un intero disco, tu hai avuto questa sensazione, anche adesso riprendendolo?«Era il mio primo biglietto da visita, con Riccardo (Sinigallia) abbiamo cercato di creare dentro il disco un racconto e sicuramente un racconto c’è, un racconto in cui una canzone dà forza a un’altra e viceversa. Sono usciti tanti singoli tratti da quel disco, tanti video, però io tuttora penso che la voglia di fare dischi sia anche dovuta al fatto che le canzoni acquistano maggiore forza se messe nel punto giusto all’interno di una scaletta, è così anche per i miei dischi preferiti, a prescindere dalla pazienza che ha l’ascoltatore. Penso che se uno fa un disco deve fare un disco, semplicemente».Tra l’altro è un concetto che ormai purtroppo sta anche decadendo, il successo, anche delle celebrazioni di questo tipo, di dischi, forse ricorderanno al pubblico l’importanza di una narrativa che vada oltre il singolo….«Quel disco lì l’abbiamo festeggiato perché avevo bisogno di ricordarmi certe sensazioni dovute a un periodo sicuramente non facile, perché io ai tempi venivo dalla fine di una band, quindi un grosso momento di solitudine e di paura. Volevo ritoccare con mano un po’ quella paura lì, perché la paura fa bene, la paura di non dare niente per scontato è un po’ quella che sto avendo adesso nell’approccio al disco nuovo che sto scrivendo e sicuramente suonare quei pezzi dal vivo mi ha fatto ritoccare un certo tipo di libertà che forse mi ero perso. Penso che faccia parte della carriera di tutti i cantanti e artisti il fatto di non essere sempre focalizzato sulle cose importanti, io non ho mai fatto niente con la mano sinistra, però ci sono stati dei momenti in cui magari non ero completamente a fuoco, succede, l’importante è cercare di riacchiapparsi, di capire dove si è cambiato e di non rincorrere per forza il passato. Suonare questi brani nello stesso modo in cui venivano suonati dieci anni fa mi ha proprio dato una grande carica».Riprendere in mano dal vivo questo disco ti ha anche fatto imparare qualcosa in più su questo disco e anche su quelli che verranno?«Sì, anche inaspettatamente. Riprendere queste storie mi ha smosso tantissimo, anche più di dieci anni fa. Banalmente, sono brani in cui parlavo dei miei genitori, di relazioni passate, ti fanno anche capire quanto sei cambiato e quanto cambiano le cose intorno a te. Musicalmente dieci anni fa ci prendevamo una grande libertà musicale con tante parti strumentali, che però era dovuta al fatto che in repertorio avevamo dieci canzoni e basta, e dovevamo suonare un’ora e mezza. Questa cosa qui era diventata molto molto identificativa e chiara rispetto al nostro live, riportarla in giro mi ha fatto dire “Ma rifacciamola ancora!”».Questa operazione di recupero di una certa autenticità di inizio carriera servirebbe a tanti di quella generazione ingoiati subito dopo dal mainstream…«Guarda, io sono d’accordo sul mainstream e sul pop, però laddove non c’è l’inganno dietro. Quando c’è l’inganno non mi convince. Se ad una persona veramente piace quello che fa, senza strizzare l’occhio a nessuno, per me va benissimo, anche se non è il mio genere; l’importante è che non ci sia l’inganno. Purtroppo io spesso percepisco questa cosa qua e questa cosa qua sinceramente di solito, non sempre, la sgamo».Poi però quella bolla, come ampiamente prevedibile per tutte le bolle, è scoppiata…Secondo te, perché?«Non lo so, c’era sicuramente la crisi di una discografia che andava stravolta, per cui sono andati a pescare altrove, mi viene da dire questo. Io ho continuato a fare negli anni quello in cui credevo, non ho mai pensato a come arrivare alle persone, a volte mi sono adagiato sulle pacche sulla spalla, questa è stata una cosa che un po’ mi dispiace, ma sono errori che capitano quando si fa questo mestiere. Non ti so dire veramente cos’è successo, so solo che in quel calderone lì sicuramente c’erano brani assolutamente pop e brani di altri tipi, e poi sono stati messi tutti in un bustone».Ma quando si propone un’opera che poi risulta così importante per un’intera generazione, poi andando avanti ci si deve confrontare con quell’opera? C’è la tentazione, come hai detto giustamente tu, di provare ad inseguire quello che hai già fatto anche se nel frattempo è chiaro che in un mondo che va così veloce tutto è cambiato attorno? Cambiato il pubblico, sei cambiato tu, è cambiato il suono della musica...«La fortuna per me è stata che il secondo disco, che dovrebbe essere quello più difficile, è stato anche quello più chiaro. Per esempio, in questi anni i brani che ho suonato di più sono stati quelli del secondo disco, non del primo, per cui mi è andata bene, perché c’erano tutti i presupposti per sbagliare e poi invece alla fine, se vai a vedere, quello più importante per me forse è stato il secondo, non il primo. Era importante non ripetersi, ma era anche importante essere concentrato e devo dire che miracolosamente in quel momento sono successe delle cose, anche occasioni, come il fatto di poter andare a New York a registrare con musicisti come Mauro Refosco, che mi hanno portato a fare un secondo disco, a mio parere, più focalizzato rispetto al primo. Detto ciò, mi fa strapiacere che La fine dei vent’anni è diventato un disco importante per così tante persone. Io poi consiglierei sempre di non prendere come esempio quello che è successo in quegli anni, ma continuare a considerare quello che prendevo io come esempio, cioè De Gregori e Lucio Dalla, se qualcuno deve andare a pescare da qualche parte io consiglierei di pescare da quelli che sono stati i più bravi di tutti».Certo, verissimo, io però penso che ogni opera assume inevitabilmente valore contestualizzata nel tempo che vive. Ci sono molte opere della vostra generazione di cantautori che pur non raggiungendo vette così alte, comunque sono state molto importanti per un certo tipo di pubblico…«No, ma non è per deresponsabilizzarmi, è solo un invito a cercare sempre quelli più bravi. Perché poi non bisogna mai accontentarsi di quello che succede, perché ci sono dei momenti in cui la situazione politica, la situazione musicale, la situazione sociologica ti permetterebbero di essere in pace con te stesso già solo stando a casa a non fare niente. Invece no, invece dobbiamo sempre andare a cercare quello che hanno fatto i più grandi, quelli più illuminati, in generale, nella storia, perché altrimenti ci si accontenta e siamo in un periodo in cui ci si accontenta troppo, secondo me. Ci si accontenta di prendere una posizione non prendendola, ci si accontenta di far sì che i numeri siano la cosa più importante. Quello vuol dire accontentarsi, non andare oltre il periodo storico in cui stiamo vivendo».Hai detto che uno degli elementi che hanno fatto la fortuna di questo disco è stata la verità…«Sì, la verità non deve essere necessariamente quello che è successo nella mia vita in quel momento lì, la verità può essere anche una verità immaginata, ma a livello di chiarezza, abbiamo veramente fatto di tutto. Per Riccardo era la cosa più importante, è la cosa che mi ha insegnato di più: cercare di non ingannare a costo di sbagliare, a costo di far sì che quello che tu faccia non sia bello, ma sia sincero. E sono così le canzoni che piacciono a me, io non voglio ascoltare cose belle, voglio ascoltare cose vere, fra l’uno e l’altro sceglierò sempre le cose vere, anche se saranno fatte male».Che poi per certi aspetti le cose “fatte male”, quindi più schiette, meno precise, rappresentavano la cifra stilistica di quella parentesi di storia del cantautorato, in totale contrasto con le faccette pulite dei talent che dominavano il circuito mainstream…«Però quello purtroppo non era indice di sincerità. Evidentemente in quel periodo c’era bisogno in questo senso di una certa forzatura. Voglio dire: del suono strano, di per sé, chi se ne frega, non è una cosa importante per me, ci sono dei brani pop con una sincerità incredibile, con dei suoni della madonna e ci sono canzoni alternative in cui sembra che “farlo strano” sia la cosa più importante».Chi ha beccato quel periodo in una determinata età ne sente terribilmente la mancanza, anche perché, tra l’altro, oltre ad una nuova proposta musicale c’era anche un recupero del valore della provincia, che non era più così isolata come prima…«Una cosa molto bella che poi purtroppo è oggettivamente cambiata, se io vado a vedere i locali in cui ho suonato in quelle cento e passa date in quell’anno, penso che la metà non ci siano più. Sicuramente è cambiato l’approccio. Dieci anni fa se qualcuno mi avesse detto “Voglio andare a fare un talent” gli avrei detto assolutamente di no. Adesso purtroppo è più difficile dirlo, perché ci sono molti meno locali. Ai tempi si facevano scelte legate ai soldi, al denaro e al successo, oggi il dramma è che non si parla più di capitale, non si parla più di soldi, ma si parla di popolarità, che sono la stessa identica cosa però mascherata da un velo in cui ti puoi permettere di fare delle scelte eticamente allucinanti. Questa è una cosa che non mi piace. Un tempo c’era, se vuoi, anche più etica nelle scelte, c’era anche una netta distinzione fra alcune cose in quel periodo, le persone che conoscevo e facevano musica alcune scelte non le avrebbero mai fatte, forse anche perché semplicemente c’erano meno soldi, però adesso va un po’ bene tutto».Sì, è chiaro che anche un certo tempismo ha fatto la sua parte, in quel periodo ancora non era esplosa nemmeno la musica sui social come oggi…«In questo mi sento molto fortunato perché c’avevo la possibilità di andare in giro a suonare. Per me è sempre stata la prima cosa, non ho mai inseguito il successo, te lo dico proprio francamente. Chiaro che da una parte c’era anche un mio egocentrismo nel suonare anche per la strada, perché volevo fare ascoltare le mie canzoni a più gente possibile, però l’idea era quella di cercare di migliorarsi, non era quella di fare compromessi per arrivare a più persone, queste sono le uniche certezze della fine dei trent’anni (e ride)».Fortunatamente questo atteggiamento ancora condiziona l’approccio alla musica di tanti artisti, soprattutto del circuito underground, infatti hanno difficoltà ad emergere…«Noi siamo un po’ complici di quello che è successo, dalla curiosità di andare a sentire un concerto che non conosci, a noi, intesa come mia generazione di cantautori, che per certi versi abbiamo dato il cattivo esempio, fino ai giornalisti che hanno avuto paura di parlare male di alcune cose. È bene che ci sentiamo tutti responsabili di cambiamenti che sono andati in negativo. Spero che siamo ancora in tempo».Pensi che un periodo simile può tornare?«Basta un attimo guardare fuori dal nostro paesino dove succedono cose meravigliose e di solito quando succedono fuori poi succedono anche da noi. Io sono molto fiducioso».Ma invece come stai affrontando la fine dei trent’anni?«Te lo dico la settimana prossima che ne faccio 40! Devo dire che sono molto concentrato, sto facendo un disco che mi piace tantissimo e al quale sto lavorando più o meno da quattro anni. Sono cambiate le paure e sto cercando in qualche modo di trovare le parole giuste per raccontare anche questa fine qua. Chiaramente il nome del disco non potrà essere quello, però questo tour mi ha fatto bene, è stato un periodo pieno di cambiamenti e ho avuto la possibilità di stare tanto tempo dietro a queste canzoni nuove e spero ne sia valsa la pena».L'articolo Il MEI celebra La fine dei vent’anni di Motta: «Sono finito per sbaglio nel mainstream» – L’intervista proviene da Open.