C’è un momento, guardando Digger, in cui diventa molto facile individuare il cattivo. È ricco, potentissimo, trivella la Terra senza troppi scrupoli, parla con un marcato accento texano e sembra convinto che qualsiasi problema possa essere risolto con abbastanza denaro, influenza o arroganza. Ha il volto quasi irriconoscibile di Tom Cruise, trasformato fisicamente per diventare Digger Rockwell, magnate del petrolio che ha costruito attorno all’oro nero non soltanto un impero economico, ma un’intera concezione del mondo. Sarebbe rassicurante se Alejandro G. Iñárritu si fermasse qui, perché potremmo osservare Rockwell, condannarlo e tornare tranquillamente alle nostre vite. Il problema è che Digger non sembra avere alcuna intenzione di concederci questa comodità.Il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu, al cinema in Italia dal 1° ottobre con Warner Bros. Pictures, parte infatti da una premessa apparentemente riconoscibile: l’uomo più potente del mondo si trova a fare i conti con una catastrofe ambientale provocata proprio da quell’attività che lo ha reso immensamente ricco. Ma quello che inizialmente sembra essere un film sull’arroganza dei grandi magnati del petrolio si allarga progressivamente fino a diventare qualcosa di più scomodo. Perché la domanda non è soltanto chi abbia provocato il disastro, ma quante persone abbiano contribuito a creare il sistema che lo ha reso possibile.Her Private Hell, Refn seduce con le immagini ma perde la storiaDigger, Tom Cruise diventa il magnate del petrolio Digger RockwellLa trasformazione di Tom Cruise era stata uno degli elementi più discussi ancora prima dell’uscita del film. Capelli diradati, corpo appesantito, volto invecchiato e un fortissimo accento texano rendono quasi difficile riconoscere una delle star più identificabili del cinema contemporaneo. Ma sarebbe riduttivo considerare questa metamorfosi soltanto un esercizio estetico. Cruise costruisce un personaggio eccessivo perché eccessivo è il mondo che rappresenta: Digger parla troppo, occupa spazio, impone la propria presenza e sembra incapace di immaginare un limite che non possa essere superato.Persino il rapporto con Maggie, la sua amatissima gatta ormai vicina alla morte, racconta qualcosa di lui. Digger non riesce a lasciarla andare, continua a trattenerla quando il suo corpo sembra avere già dichiarato la fine. È difficile non leggere in questa ostinazione una piccola anticipazione di ciò che il film racconterà su scala enormemente più grande: l’incapacità dell’uomo di accettare il limite, di riconoscere quando qualcosa non può più essere controllato e, soprattutto, quando continuare a insistere significa soltanto aggravare le conseguenze.La stessa logica governa il rapporto di Digger con il petrolio. Quando le trivellazioni in Groenlandia minacciano di provocare una catastrofe dalle proporzioni incalcolabili, il problema ambientale entra immediatamente in conflitto con quello economico. Fermarsi significa perdere denaro, compromettere aziende, ammettere responsabilità e mettere in discussione un sistema costruito per produrre continuamente di più. Continuare, però, significa affidare il futuro del pianeta a qualcosa che nessuna ricchezza può realmente governare.Foto: Ufficio stampaDigger e il disastro ambientale: dove finisce il potere dell’uomo?È qui che Digger pone una delle sue domande più interessanti: dove finisce il potere dell’uomo e dove comincia quello della natura?Nel film gli uomini più potenti del mondo siedono intorno a un tavolo e discutono di ciò che sta accadendo come se anche la catastrofe potesse essere inserita all’interno di una strategia aziendale. C’è il presidente degli Stati Uniti, interpretato da John Goodman, ci sono uomini abituati a decidere, comandare e controllare, eppure improvvisamente tutto dipende dai venti, dalle correnti, dagli spostamenti di un’enorme massa di ghiaccio. La natura irrompe così nella narrazione come l’unico interlocutore che non può essere comprato, persuaso o minacciato.Il climatologo che cerca di spiegare ciò che sta accadendo ribadisce più volte proprio questo concetto: esistono variabili sulle quali l’uomo non può intervenire. Si può studiare, prevedere, calcolare, ma a un certo punto rimane soltanto l’attesa. Ed è forse questa una delle immagini più efficaci della nostra presunzione contemporanea. Continuiamo a spingerci oltre nella convinzione che il conto possa essere rimandato indefinitamente, dimenticando che la Terra non funziona come un sistema finanziario con il quale rinegoziare un debito.Il mondo non ci appartiene, anche se per secoli ci siamo comportati come se fosse una proprietà inesauribile. Lo abitiamo per un periodo limitato e ciò che lasciamo non riguarda soltanto noi, ma chi verrà dopo. Digger estremizza questo principio fino all’assurdo, ma proprio nell’esagerazione rende evidente una realtà molto meno cinematografica: esiste sempre un punto oltre il quale tornare indietro diventa impossibile.Oscar 2027, da La Bola Negra a Dune: parte la corsa alle nominationFoto: Ufficio stampaChi è davvero responsabile della catastrofe in Digger?È però quando Iñárritu comincia a interrogarsi sulla responsabilità che il film diventa, almeno per me, molto più interessante della semplice satira contro i miliardari.Di chi è la colpa? Di Digger, che ha continuato a trivellare conoscendo i rischi? Del presidente che protegge un sistema economico? Dell’azienda? Degli uomini che materialmente eseguono gli ordini? Degli organismi che permettono determinate attività? La questione potrebbe essere spostata continuamente, fino ad arrivare a esempi molto più vicini alla nostra quotidianità. Quando si costruisce dove non si dovrebbe costruire, chi è responsabile: chi concede un’autorizzazione, chi realizza l’opera, chi la finanzia o chi decide di abitarla? E quando consumiamo risorse a un ritmo che sappiamo essere difficilmente sostenibile, dove comincia e dove termina la responsabilità individuale?Naturalmente le responsabilità non sono tutte uguali e Digger non pretende seriamente che lo siano. Chi dispone di potere economico e politico ha possibilità decisionali incomparabilmente superiori a quelle di un comune cittadino. Il film, però, introduce un elemento molto più provocatorio: non avere lo stesso potere non significa necessariamente essere completamente estranei al sistema che quel potere alimenta.Il discorso di Digger e il prezzo nascosto delle nostre comoditàUna delle sequenze che più rimangono impresse è quella in cui Digger si trova davanti a un pubblico pronto a individuare finalmente il colpevole. La scena è caotica, quasi animalesca, tutt’altro che elegante nella costruzione, ma forse funziona proprio per questo. Il bisogno collettivo di trovare un imputato esplode mentre Digger fa qualcosa di più ambiguo di una semplice autodifesa.Non nega completamente le proprie responsabilità. Al contrario, ammette di avere conosciuto i rischi e di avere continuato comunque. È una confessione che dovrebbe essere sufficiente a condannarlo moralmente. Eppure, subito dopo, Rockwell sposta lo sguardo su chi lo sta giudicando.Il petrolio, l’energia, le infrastrutture, i trasporti, la tecnologia, gli edifici riscaldati e raffreddati, le automobili, gli aerei, gli oggetti che cambiamo prima ancora che smettano di funzionare: chi domanda tutto questo? Noi.È probabilmente il passaggio più interessante del film perché non serve ad assolvere Digger, né dovrebbe farlo. Serve piuttosto a impedire allo spettatore di rifugiarsi nella posizione moralmente perfetta di chi osserva il cattivo dall’esterno. Ci piace pensare al petrolio quando vediamo una piattaforma che trivella il ghiaccio, molto meno quando saliamo in macchina, prendiamo un volo, accendiamo il riscaldamento o pretendiamo che ogni forma di comfort sia disponibile immediatamente e senza interruzioni.Consumiamo il prodotto finale quasi sempre separandolo dalla sua origine. Vediamo la luce, non ciò che è stato necessario produrre per accenderla; vediamo un telefono nuovo, non l’intera catena necessaria a costruirlo; vediamo la benzina entrare nel serbatoio, non tutto ciò che precede quel gesto. In questa distanza si costruisce una parte importante della nostra innocenza. E Digger quella distanza prova brutalmente ad accorciarla.Tom Cruise irriconoscibile in Digger: i segreti della trasformazioneFoto: Ufficio stampaDigger non assolve i potenti, ma mette sotto accusa anche lo spettatoreÈ proprio qui che ho avvertito il disagio più forte durante la visione. Non perché il film racconti qualcosa di completamente nuovo sui grandi magnati americani, sull’intreccio tra denaro e politica o sulla capacità delle grandi aziende di proteggere i propri interessi. È un volto del potere che conosciamo già e che il cinema ha mostrato molte volte. La parte meno rassicurante riguarda gli altri.È vero che il cittadino comune rimane, nella maggior parte dei casi, la parte più debole di questo rapporto. Le grandi decisioni economiche, industriali e politiche vengono prese da una minoranza che dispone di strumenti infinitamente superiori a quelli del singolo. Ma riconoscere questa sproporzione non dovrebbe impedirci di porci una domanda sul modello di vita che continuiamo a chiedere e sostenere.Vogliamo energia, velocità, tecnologia, mobilità e disponibilità costante. Vogliamo che tutto arrivi velocemente, che le città funzionino senza interruzioni, che le case siano calde d’inverno e fresche d’estate, che possiamo spostarci ovunque e acquistare continuamente qualcosa di nuovo. Poi, quando il prezzo ambientale di quel sistema diventa visibile, abbiamo bisogno di sapere chi sia il cattivo. E il cattivo esiste. Ma Digger suggerisce che la sua esistenza non garantisca automaticamente la nostra innocenza.Il pubblico di Digger e quel bisogno umano di trovare un colpevolePer questo ho trovato particolarmente disturbante il comportamento del pubblico rappresentato nel film, soprattutto quando la vicenda si avvicina alla sua conclusione. C’è qualcosa di profondamente umano nella necessità di individuare un responsabile, giudicarlo e assistere alla sua punizione. La rabbia ha bisogno di un volto sul quale concentrarsi perché distribuire la responsabilità su un intero sistema è molto più difficile e, soprattutto, molto meno soddisfacente.Quando una casa brucia, nessuno tra coloro che stanno scappando si ferma immediatamente a domandarsi chi abbia acceso il tostapane. È un’immagine utilizzata nel film e contiene perfettamente il problema: davanti all’emergenza vogliamo salvarci; dopo, però, abbiamo bisogno di sapere contro chi rivolgere la rabbia.Iñárritu osserva questo meccanismo senza particolare delicatezza. Il suo pubblico urla, applaude, si agita, quasi si nutre della possibilità di assistere alla caduta di qualcuno. Ed è in quel momento che il film sembra rivolgere la macchina da presa idealmente verso la sala cinematografica. Quanto della nostra indignazione nasce da una reale volontà di cambiare qualcosa e quanto, invece, dal piacere molto più semplice di poter finalmente dire che la colpa è di qualcun altro? È forse la domanda più amara che Digger lascia dietro di sé.Foto: Ufficio stampaTom Cruise in Digger: una trasformazione che va oltre il truccoIn tutto questo Tom Cruise compie una scelta interessante anche rispetto alla propria immagine cinematografica. Dopo anni trascorsi a interpretare personaggi costruiti intorno al controllo assoluto del corpo, alla velocità, all’azione e alla capacità quasi sovrumana di superare qualsiasi ostacolo, qui diventa un uomo appesantito, invecchiato, grottesco e soprattutto incapace di controllare ciò che ha messo in movimento.La trasformazione fisica, realizzata anche grazie al lavoro prostetico di Kazu Hiro, diventa quindi coerente con quella narrativa. Cruise non cerca di rendere Digger piacevole e non sembra nemmeno interessato a renderlo semplicemente odioso. Lo rende enorme, rumoroso, arrogante, talvolta ridicolo, ma sufficientemente umano da rendere più complesso il nostro rapporto con lui.Il rischio della caricatura rimane e in alcuni momenti viene superato. Digger non è un film sottile e non sembra volerlo essere. Urla spesso quando potrebbe parlare e insiste quando il concetto è già arrivato. Ma Cruise accetta completamente questo registro e costruisce un protagonista che sembra essere contemporaneamente uomo e simbolo: un individuo responsabile delle proprie scelte e la personificazione di un sistema che pretende crescita infinita all’interno di un pianeta finito.Resident Evil recensione: paura, ironia e una notte da vivere come un videogiocoFoto: Ufficio stampaLa regia di Alejandro G. Iñárritu tra caos, satira e realtàAnche formalmente il film richiede qualche minuto di adattamento. All’inizio non è sempre semplice capire esattamente dove ci troviamo e quale sia il terreno sul quale Iñárritu voglia condurci. Realtà, rappresentazione e finzione si contaminano continuamente, fino a produrre una sensazione di instabilità che può inizialmente risultare dispersiva. È uno dei limiti di Digger, ma anche una parte del suo fascino.Iñárritu, che ha scritto la sceneggiatura insieme ad Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman, non costruisce un racconto ordinato e rassicurante. Il film è volutamente eccessivo, verboso, a tratti estenuante. La satira non cerca la precisione chirurgica ma procede per accumulo, sovrapposizione e deformazione. La fotografia di Emmanuel Lubezki, all’interno di un film girato interamente in VistaVision, accompagna un universo nel quale il grottesco sembra progressivamente contaminare la realtà.È comprensibile, quindi, che il film stia dividendo profondamente la critica internazionale: c’è chi ne apprezza l’ambizione e la capacità di sorprendere e chi considera proprio l’eccesso e la mancanza di sottigliezza i suoi principali difetti. Personalmente credo che entrambe le letture intercettino qualcosa di vero. Digger è caotico, a volte persino troppo compiaciuto della propria provocazione, ma ridurlo a questo significherebbe ignorare la capacità che ha di lasciare qualcosa di molto più persistente del semplice giudizio sulla sua riuscita formale.Digger, recensione: un film imperfetto che lascia domande necessarieAlla fine, Digger mi è piaciuto proprio perché non mi ha permesso di uscire dalla sala sentendomi completamente dalla parte giusta. Sarebbe stato molto più semplice raccontare un miliardario cattivo che distrugge il pianeta per diventare ancora più ricco. Avremmo saputo immediatamente chi odiare e, una volta terminato il film, avremmo potuto considerare conclusa anche la nostra riflessione. Iñárritu sceglie invece una strada più caotica e imperfetta, ma anche più interessante: mette davanti allo spettatore un colpevole evidente e poi gli chiede di guardarsi intorno. E infine di guardarsi allo specchio.Non significa distribuire democraticamente responsabilità che democratiche non sono. Un magnate che decide consapevolmente di continuare un’attività pericolosa non porta sulle spalle lo stesso peso di chi accende il riscaldamento nella propria casa. Confondere questi due livelli sarebbe semplicistico quanto ignorare completamente il secondo. Il punto è un altro: quanto siamo realmente disponibili a cambiare il sistema che critichiamo quando quel sistema ci garantisce le comodità alle quali non vogliamo rinunciare?Forse Digger non dice nulla che, in fondo, non sappiamo già. Sappiamo che le risorse non sono infinite. Sappiamo che il cambiamento climatico esiste. Sappiamo che la ricerca incontrollata del profitto ha conseguenze e sappiamo che dietro molte delle nostre comodità esiste un costo ambientale che raramente vediamo. Ma sapere qualcosa non significa necessariamente volerla guardare.Ed è proprio qui che il film di Iñárritu trova, secondo me, la sua ragione più interessante di esistere. Perché per oltre due ore ci mostra il volto del potente, arrogante e colpevole che siamo abituati a riconoscere, per poi lasciare emergere lentamente tutti gli altri volti. Quelli che chiedono, consumano, applaudono, condannano e, quando arriva il momento di pagare il conto, cercano qualcuno sul quale scaricarlo.Digger è eccessivo, rumoroso, a tratti confuso e certamente non sempre elegante. Ma è difficile rimanergli indifferenti. E forse, per un film che parla di una società straordinariamente capace di indignarsi senza necessariamente cambiare, provocare disagio è molto più importante che ottenere consenso.| Da Rumors.it