Iraq. Il ritiro americano e la sfida della sicurezza del Kurdistan

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Il 30 settembre segna molto più della fine formale della missione della coalizione internazionale in Iraq. Segna l’inizio di una fase nuova e delicata: gli Stati Uniti si ritirano, ma il vuoto che lasciano non è un dettaglio tecnico. È un fatto politico. E in Medio Oriente i vuoti non restano vuoti a lungo.Washington insiste sul fatto che la decisione non sia legata all’attuale confronto con l’Iran. È vero: gli accordi sul ritiro erano già stati definiti. Ma la politica non vive nel vuoto e la domanda che oggi domina la scena è semplice e brutale: il contesto di sicurezza su cui si basava quella decisione esiste ancora?Per capirlo, basta ricordare il 2011. Gli Stati Uniti se ne andarono e l’ISIS non arrivò il giorno dopo. Ma arrivò. Perché lo Stato iracheno si indebolì, le crisi politiche esplosero, le divisioni settarie si ampliarono. Tre anni dopo, Mosul cadde e un terzo del Paese finì nelle mani dell’organizzazione. Non fu un destino inevitabile, ma fu il risultato di un vuoto di sicurezza che nessuno seppe colmare.Oggi l’ISIS non è più la minaccia del 2014. Ma la lezione resta valida: il ritiro militare non è mai solo un ritiro. È un test sulla solidità del sistema politico che rimane.Ed è qui che il Kurdistan diventa decisivo.Il rapporto tra Stati Uniti e Kurdistan non nasce nel 2003, ma nel 1991, quando Washington impose la no-fly zone e permise alla società curda di sopravvivere, riorganizzarsi e costruire istituzioni. Quando il nuovo Iraq nacque nel 2003, il Kurdistan non entrò come spettatore: entrò come cofondatore. Partecipò alla scrittura della Costituzione, alla definizione del federalismo, alla costruzione del nuovo sistema.Eppure, vent’anni dopo, quel sistema è ancora incompleto. L’articolo 140 è sospeso. La legge federale su petrolio e gas non esiste. Lo status dei Peshmerga è ancora oggetto di negoziati infiniti.Non sono dettagli tecnici: sono le fondamenta del federalismo iracheno. E se le fondamenta sono instabili, l’intero edificio politico è instabile.Gli Stati Uniti non possono ignorarlo. Non perché debbano “risolvere” le controversie irachene – quello è compito delle istituzioni irachene – ma perché furono la potenza che contribuì a costruire quel sistema. E la stabilità del sistema che si è contribuito a creare non è mai una questione secondaria.Poi è arrivata la guerra contro l’ISIS. I Peshmerga hanno combattuto in prima linea, hanno fermato l’avanzata dell’organizzazione e hanno pagato un prezzo altissimo: migliaia di martiri e feriti. Hanno difeso il Kurdistan, ma anche l’Iraq e la regione.Oggi, però, la minaccia è diversa. Dal 2016, il Kurdistan è stato bersaglio di centinaia di attacchi con droni, missili e artiglieria. Non ha partecipato alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, ma ne ha pagato il prezzo più alto. Erbil è diventata un bersaglio sistematico.In questo contesto, la domanda del primo ministro Masrour Barzani è legittima e politica: se gli Stati Uniti riducono la loro presenza mentre il Kurdistan è esposto alle minacce missilistiche e ai droni, chi garantirà la deterrenza?Il problema non è chiedere agli Stati Uniti di restare per sempre. Il problema è capire come se ne vanno e cosa lasciano.Se Washington ritiene che l’Iraq sia pronto a gestire la propria sicurezza, allora deve assicurarsi che questa capacità sia reale, completa e includa il Kurdistan. La transizione deve trasformare la presenza militare in una partnership strategica: addestramento, intelligence, difesa aerea, protezione dello spazio aereo.Perché ciò di cui il Kurdistan ha bisogno non è un esercito americano più grande. È uno Stato federale che funzioni.E questo ci riporta alla politica, non alla tecnica.Non esisterà un Iraq stabile finché l’articolo 140 resterà irrisolto, finché la legge su petrolio e gas non verrà approvata, finché il rapporto tra forze federali e Peshmerga resterà vulnerabile alle crisi politiche. Non si può chiedere al Kurdistan di assumersi pienamente le proprie responsabilità in materia di sicurezza se le sue capacità di difesa restano limitate di fronte a minacce missilistiche che nessuna regione può affrontare da sola.Il ritiro americano è un passaggio storico. Ma la storia non la scrive chi se ne va. La scrive chi resta e chi ha la responsabilità di costruire un sistema politico che non crolli al primo vuoto.