L’Arabia Saudita non risulta avere deciso di costruire un’arma nucleare, ma una valutazione dell’intelligence statunitense trasmessa al Congresso indicherebbe che Riad non ha escluso questa possibilità per il futuro. È in questa zona di incertezza che si inserisce la cooperazione nucleare avviata dall’amministrazione Trump con il regno.Washington considera l’accordo uno strumento per mantenere il programma saudita all’interno di una relazione tecnologica con gli Stati Uniti, garantire importanti commesse alle imprese americane e ridurre la possibilità che Riad scelga Russia o Cina come principali partner nucleari.Il punto più delicato riguarda però il ciclo del combustibile. L’Arabia Saudita non punta soltanto alla costruzione di centrali, ma vuole sviluppare sul proprio territorio capacità legate alla produzione del combustibile e all’arricchimento dell’uranio.Si tratta di attività compatibili con un programma nucleare civile, ma che assumono particolare rilevanza dal punto di vista della non proliferazione perché alcune delle tecnologie necessarie possono contribuire, qualora intervenisse una decisione politica in tal senso, a ridurre i tempi necessari per sviluppare materiale destinabile a un programma militare.Secondo i termini indicati per la cooperazione, l’arricchimento sarebbe inizialmente mantenuto al di sotto del 5 per cento, mentre eventuali livelli superiori richiederebbero ulteriori intese. L’ipotesi di arrivare in futuro vicino al 20 per cento è particolarmente sensibile perché ridurrebbe una parte del percorso tecnico necessario per raggiungere concentrazioni più elevate.Questo non significa che il possesso di uranio arricchito a tali livelli equivalga alla disponibilità di un’arma nucleare. Un programma militare richiederebbe ulteriori processi, infrastrutture, competenze, sistemi di sicurezza e, infine, un vettore e una struttura di comando adeguati.La controversia assume inoltre un significato particolare se confrontata con la politica statunitense nei confronti dell’Iran. L’accordo nucleare del 2015 imponeva a Teheran un limite del 3,67 per cento all’arricchimento dell’uranio, mentre Washington ha successivamente adottato una linea molto più dura nei confronti del programma iraniano.La differenza fondamentale, dal punto di vista statunitense, è politica e strategica: l’Arabia Saudita è un partner di Washington, mentre l’Iran rimane un avversario. Dal punto di vista della non proliferazione, tuttavia, la diffusione delle tecnologie di arricchimento pone questioni che vanno oltre le alleanze del momento.Un altro elemento centrale riguarda il sistema delle verifiche. Particolare attenzione viene riservata all’eventuale adesione saudita al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che consentirebbe controlli più estesi rispetto alle normali salvaguardie.L’efficacia delle ispezioni sarà quindi uno dei principali criteri attraverso i quali valutare il programma. Un sistema basato prevalentemente sulle garanzie politiche avrebbe caratteristiche differenti rispetto a un regime fondato su verifiche internazionali più penetranti.La questione interessa l’intero sistema regionale di non proliferazione. Condizioni significativamente differenti applicate a Iran e Arabia Saudita potrebbero essere utilizzate dagli altri attori mediorientali per sostenere che le limitazioni nucleari dipendano anche dagli schieramenti geopolitici.La posizione saudita nei confronti dell’Iran è stata espressa chiaramente in passato. Nel 2018 Mohammed bin Salman dichiarò che, qualora Teheran avesse acquisito un’arma nucleare, il regno avrebbe cercato di dotarsene a sua volta.Questa dichiarazione non dimostra l’esistenza di un programma militare saudita, ma indica il ruolo che l’equilibrio strategico con l’Iran riveste nelle valutazioni di Riad.Un programma civile dotato di infrastrutture avanzate potrebbe quindi assumere anche le caratteristiche di una capacità nucleare latente. Il regno potrebbe mantenere il proprio programma entro finalità dichiaratamente civili, acquisendo contemporaneamente conoscenze, personale e infrastrutture che aumenterebbero le opzioni disponibili qualora il quadro strategico regionale cambiasse.Una simile evoluzione avrebbe conseguenze anche sugli altri Paesi della regione. Turchia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti potrebbero rivalutare nel tempo le proprie politiche nucleari se percepissero un cambiamento sostanziale dell’equilibrio strategico tra Iran e Arabia Saudita.Questo non comporterebbe necessariamente una corsa immediata agli armamenti atomici. Potrebbe invece favorire una competizione per acquisire tecnologie e infrastrutture civili sufficientemente avanzate da ridurre i tempi necessari per sviluppare, in circostanze eccezionali, capacità militari.Il programma saudita risponde comunque anche a esigenze economiche concrete. Riad vuole diminuire l’impiego interno di petrolio e gas nella produzione elettrica, liberando maggiori quantità di idrocarburi per l’esportazione e sviluppando contemporaneamente nuovi settori industriali nell’ambito della diversificazione economica.La costruzione di centrali permetterebbe inoltre di formare tecnici, sviluppare competenze scientifiche e creare una filiera industriale nazionale legata all’energia nucleare.Per le imprese statunitensi sono potenzialmente in gioco contratti per decine di miliardi di dollari. Washington deve inoltre confrontarsi con la concorrenza di Pechino e Mosca, entrambe interessate al mercato nucleare saudita.La scelta del fornitore ha conseguenze destinate a protrarsi per decenni. Costruzione dei reattori, manutenzione, combustibile, formazione del personale e assistenza tecnica creano infatti una relazione industriale e strategica molto più duratura rispetto a una normale transazione commerciale.La cooperazione nucleare si intreccia inoltre con il progetto statunitense di normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Washington considera da tempo un’intesa tra Riad e Gerusalemme un possibile elemento di riorganizzazione degli equilibri regionali, ma la questione palestinese continua a rappresentare uno degli ostacoli principali.Riad ha collegato la normalizzazione a progressi concreti sulla questione palestinese, mentre le posizioni del governo israeliano rendono difficile raggiungere un compromesso sulle condizioni richieste dai sauditi.Israele deve contemporaneamente valutare due interessi differenti. Una normalizzazione con l’Arabia Saudita rafforzerebbe la cooperazione regionale nei confronti dell’Iran, ma lo sviluppo di capacità nucleari saudite avanzate modificherebbe nel lungo periodo il quadro strategico mediorientale.La questione centrale non è quindi l’esistenza di una bomba saudita, per la quale non risultano elementi sufficienti. Il punto riguarda piuttosto il livello di autonomia nucleare che Riad potrebbe acquisire attraverso un programma civile sviluppato con tecnologie e competenze avanzate.Per Washington, mantenere l’Arabia Saudita all’interno di una cooperazione nucleare statunitense significa conservare strumenti di controllo e influenza ed evitare che il regno si rivolga completamente a concorrenti strategici. Per Riad, invece, lo sviluppo del settore nucleare rappresenta anche un mezzo per ampliare la propria autonomia energetica e tecnologica.Il futuro dell’accordo dipenderà quindi dalle condizioni imposte all’arricchimento, dal sistema delle ispezioni e dalle garanzie sulla destinazione esclusivamente civile delle tecnologie trasferite. È su questi elementi, più che sull’ipotesi di un’arma che oggi non risulta esistere, che si misureranno le conseguenze strategiche del programma nucleare saudita.