L’uccisione di Izz al-Din al-Bik, comandante della Brigata Nord di Gaza di Hamas, rappresenta un nuovo colpo alla struttura militare del movimento palestinese, senza tuttavia risolvere la questione strategica relativa al futuro della Striscia. Al-Bik è stato ucciso durante un bombardamento israeliano contro un edificio nel quartiere al-Nasr di Gaza. Nell’attacco sono morti anche alcuni civili e altre persone sono rimaste ferite.Nato nel 1981 e cresciuto nel campo profughi di Jabalia, al-Bik militava nelle Brigate Qassam dal 2000. Per circa dieci anni aveva comandato un battaglione nella parte occidentale di Jabalia, assumendo successivamente responsabilità nel settore delle informazioni militari della Brigata Nord.Dal novembre 2023 ne aveva assunto il comando dopo l’uccisione del predecessore Ahmed al-Ghandour. Secondo le autorità israeliane, al-Bik era impegnato nella ricostituzione delle unità colpite durante la guerra, nel reclutamento di nuovi combattenti e nella preparazione di operazioni contro militari e civili israeliani.Hamas ha confermato la morte del comandante. La sua eliminazione si inserisce nella strategia israeliana diretta a colpire sistematicamente i vertici militari e le strutture operative del movimento.Al-Bik è il terzo comandante di brigata di Hamas ucciso da Israele nel giro di poche settimane, dopo quelli di Rafah e Khan Yunis. Secondo l’esercito israeliano, nel corso di settembre sarebbero stati eliminati almeno venti appartenenti al movimento, tra combattenti, tiratori scelti e responsabili delle reti finanziarie.L’obiettivo israeliano è interrompere le catene di comando, impedire la ricostituzione delle unità e colpire i circuiti attraverso i quali Hamas finanzia e mantiene le proprie strutture. Le operazioni non riguardano quindi soltanto la componente strettamente militare, ma anche l’apparato economico e organizzativo del movimento.Sul piano operativo, la pressione israeliana ha provocato la perdita di comandanti esperti, depositi, centri di comando e capacità militari. La progressiva eliminazione dei vertici non implica tuttavia automaticamente la scomparsa dell’organizzazione.Hamas dispone infatti di una componente armata, di strutture politiche e di reti amministrative e sociali sviluppate nel corso di decenni. La perdita dei comandanti può determinare la loro sostituzione con quadri più giovani e favorire il passaggio da strutture organizzate a unità più piccole e decentralizzate.La riduzione della capacità di condurre operazioni militari complesse può inoltre favorire forme di combattimento basate su piccole cellule, esplosivi, imboscate e azioni individuali, rendendo più difficile stabilire quando l’organizzazione possa essere considerata definitivamente neutralizzata.La questione per Israele diventa quindi quella di trasformare i risultati militari in un assetto politico stabile. L’eliminazione dei comandanti può indebolire Hamas, ma non determina da sola quale autorità debba governare Gaza né come impedire la formazione di nuove strutture armate.La tregua entrata in vigore nell’ottobre 2025 continua intanto a essere sottoposta a forti tensioni. Israele sostiene di intervenire contro appartenenti ad Hamas coinvolti nella preparazione di attacchi o in violazioni degli accordi, mentre da parte palestinese vengono denunciate la prosecuzione delle operazioni israeliane e le vittime tra la popolazione civile.Tra gli obiettivi indicati dall’accordo figuravano il disarmo di Hamas e l’avvio della ricostruzione della Striscia. Entrambi rimangono irrisolti.Hamas non intende rinunciare alle proprie capacità militari senza garanzie sulla conclusione delle operazioni israeliane e sul futuro politico del territorio. Israele, da parte sua, considera rischiosa una ricostruzione che possa consentire al movimento di ricostituire infrastrutture e capacità militari.Si è così creato un problema circolare. Israele lega una ricostruzione stabile alla sicurezza e al disarmo, mentre l’assenza di prospettive politiche ed economiche rende più difficile creare le condizioni nelle quali il disarmo possa essere realizzato e mantenuto.La situazione economica e infrastrutturale di Gaza costituisce un ulteriore ostacolo. Abitazioni, strade, ospedali, reti idriche e infrastrutture energetiche necessitano di interventi estesi e di finanziamenti per miliardi di dollari.Qualsiasi programma internazionale di ricostruzione richiede però garanzie sulla durata degli investimenti. Il rischio che le infrastrutture ricostruite vengano nuovamente coinvolte in operazioni militari rende più difficile ottenere un impegno finanziario di lungo periodo.Le monarchie del Golfo potrebbero assumere un ruolo importante, ma chiederebbero garanzie sulla sicurezza degli investimenti e sull’esistenza di un’amministrazione palestinese riconosciuta. L’Unione Europea può contribuire agli interventi umanitari e alla ricostruzione, ma una soluzione duratura dipende anche dagli accordi politici tra Israele e i palestinesi e dagli equilibri interni tra Hamas e Autorità palestinese.Anche Israele sostiene costi significativi per il prolungamento della situazione. Il mantenimento delle forze intorno alla Striscia, il ricorso ai riservisti, la sorveglianza e le operazioni militari incidono sulle risorse pubbliche e sulle attività economiche, mentre il conflitto continua ad avere conseguenze sulle relazioni internazionali del Paese.Il problema centrale rimane quindi l’assetto politico successivo alle operazioni militari. Anche un forte ridimensionamento di Hamas lascerebbe aperta la questione dell’amministrazione di Gaza, della sicurezza, della ricostruzione e della rappresentanza politica della popolazione palestinese.Un vuoto di potere potrebbe inoltre creare spazio per nuove organizzazioni armate o per gruppi più radicali. La capacità di impedire questa evoluzione dipenderebbe non soltanto dalle operazioni di sicurezza, ma anche dalla presenza di istituzioni capaci di amministrare il territorio e di ottenere un sufficiente livello di legittimità.La questione continua ad avere conseguenze sull’intero Medio Oriente. L’Iran mantiene interesse a esercitare pressione su Israele attraverso i propri rapporti con attori regionali, mentre Egitto e Giordania temono nuovi spostamenti della popolazione palestinese e un’ulteriore destabilizzazione.Le monarchie arabe cercano contemporaneamente di contenere l’influenza iraniana e di tenere conto della sensibilità delle proprie opinioni pubbliche sulla questione palestinese. Gli Stati Uniti devono invece conciliare il sostegno alla sicurezza israeliana, i rapporti con gli alleati arabi e la ricerca di una soluzione politica per i territori palestinesi.L’uccisione di al-Bik costituisce quindi un risultato operativo per Israele e riduce ulteriormente il numero dei comandanti esperti a disposizione di Hamas. Il significato strategico dipenderà però dalla capacità di accompagnare la pressione militare con un progetto per il futuro della Striscia.Senza un assetto politico e di sicurezza condiviso, la sostituzione dei comandanti eliminati e la formazione di nuove cellule potrebbero prolungare il conflitto anche dopo la perdita delle strutture militari più organizzate di Hamas. La questione decisiva rimane pertanto non soltanto quanto Israele possa ancora indebolire il movimento, ma quale ordine politico possa emergere a Gaza dopo la fase militare.