ADDIS ABEBA — Prima Doha, poi Abu Dhabi. Nel pomeriggio di oggi il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno preso posizione sulla guerra riesplosa nel nord dell’Etiopia, e lo hanno fatto dalla stessa parte: quella del governo federale del premier Abiy Ahmed. Il ministero degli Esteri qatarino ha avvertito che i combattimenti minacciano «l’unità e la sovranità» del Paese e la stabilità del Corno d’Africa, ha chiesto la fine immediata delle ostilità e il rispetto dell’accordo di pace di Pretoria, senza mai nominare il Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf). Gli Emirati sono andati oltre: hanno condannato per nome gli attacchi dei tigrini e dei loro alleati, la presa degli aeroporti e l’allargamento del fronte alle regioni Afar e Amhara, e il ministro di Stato Shakhbout bin Nahyan Al Nahyan ha promesso «piena solidarietà al governo e al popolo» etiopi.La copertura diplomatica arriva a otto giorni dall’inizio dell’offensiva e mentre il conflitto si allarga. Il segretario generale dell’Onu António Guterres si è detto «gravemente preoccupato» per la caduta di tre aeroporti e l’estensione degli scontri, e ha chiesto il ritorno ai colloqui. Nella sola regione Afar gli sfollati sono già 150 mila: la stima l’ha data all’Associated Press Valerie Browning, cofondatrice dell’Afar Pastoralist Development Association, l’organizzazione che assiste i pastori della zona. Per Abiy il segnale del Golfo pesa più di una risoluzione: da Abu Dhabi arriva il sostegno esterno più consistente a un esercito federale che risponde all’offensiva soprattutto con i droni.Sul terreno i due fronti si muovono in direzioni opposte. A sud, lunedì la Tigray Peace Force — la milizia di tigrini schierati col governo — ha annunciato su Facebook di aver preso insieme all’esercito Alamata, snodo di rifornimenti 120 chilometri a sud di Macallè, il capoluogo del Tigrè. Un video verificato da Reuters mostra soldati con bandiere etiopi nella cittadina e due fonti diplomatiche confermano la conquista; una fonte vicina agli insorti parla di una ritirata. Una fonte militare aggiunge che le forze governative avanzano verso Macallè per accerchiarla. L’esercito rivendica 270 tigrini uccisi e oltre 200 feriti nel North Wollo, la zona di confine con l’Amhara.La corsa verso GibutiA est il quadro si rovescia. Nel fine settimana il Tplf ha preso Erebti, in Afar, e punta su Afdeera, un centinaio di chilometri più a est: se ci arrivasse taglierebbe la strada che da Gibuti porta ad Addis Abeba, la rotta da cui passa gran parte delle merci di un Paese senza sbocco al mare. Il governatore dell’Afar sostiene che ai combattimenti partecipino anche forze eritree, che controllerebbero oltre due terzi della regione. Il capo di stato maggiore etiope, feldmaresciallo Birhanu Jula, ha accusato Eritrea, Sudan ed Egitto di sostenere i gruppi armati, senza fornire prove. Khartoum ha respinto l’accusa e ha rilanciato — Addis Abeba lascerebbe usare il proprio territorio alle Forze di supporto rapido, i paramilitari in guerra con l’esercito sudanese —, Il Cairo ha definito «infondate» le accuse di ingerenza, Asmara non ha risposto.La guerra era ricominciata nella notte tra il 22 e il 23 settembre con la presa dell’aeroporto di Macallè, due giorni dopo la nascita di un cartello di sette gruppi armati — il Tplf, i Fano dell’Amhara, l’Esercito di liberazione oromo e altri — che dichiara di voler rovesciare Abiy e installare un governo di transizione. «Hanno cominciato un’offensiva nel Tigrè meridionale», aveva detto da Macallè Addisalem Balema, membro del comitato centrale del Tplf, parlando il giorno dopo di «guerra totale»; Getachew Reda, consigliere del premier ed ex dirigente tigrino passato dall’altra parte, accusa invece il Fronte di un’«offensiva a tutto campo». Il Tigrè è isolato: internet e telefoni sono interrotti, domenica un drone ha colpito la sede di Tigrai Tv a Macallè senza fare vittime e il governo federale non ha commentato. Il precedente pesa: la guerra del 2020-2022 fece circa 600 mila morti secondo il mediatore dell’Unione africana Olusegun Obasanjo, e l’accordo di Pretoria che la chiuse non è mai stato attuato del tutto, con un milione di sfollati mai rientrati.Tra i due quadri fa da giudice il conto degli ospedali. Medici senza frontiere ha visto i pazienti nelle strutture di Korem e Alamata passare da circa 180 a oltre 420 in 48 ore; 300 feriti sono arrivati all’ospedale Suhul di Shire. La Croce Rossa internazionale ha evacuato lunedì civili da Macallè verso Semera, capoluogo dell’Afar. Il rischio per i civili cresce mentre «l’attenzione diplomatica e lo scrutinio si sono ridotti», osserva Laetitia Bader, vicedirettrice per l’Africa di Human Rights Watch, in una regione che «affronta già crisi umanitarie e dei diritti umani devastanti».