L’Iran esamina la controproposta americana per riaprire lo stretto di Hormuz: il disaccordo è sull’ordine dei passi

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TEHERAN — La risposta americana è arrivata. Passa da Doha, sta in un documento che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha messo sul tavolo del consiglio dei ministri, e riguarda il piano in sette punti con cui l’Iran propone di riaprire lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato mercoledì la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, all’agenzia di Stato IRNA: «Nella riunione di gabinetto di oggi la proposta della parte americana è stata presentata al presidente Masoud Pezeshkian dal ministro degli Esteri». Del contenuto, nemmeno una riga.È un testo in esame, non un accordo. Quattro giorni fa Donald Trump aveva liquidato il piano iraniano davanti ai cronisti — «Respingo il loro accordo» — e la Casa Bianca non ha confermato né il contenuto né l’esistenza di una controproposta. Ma un funzionario citato da Reuters descrive un’impalcatura riconoscibile: «sette giorni di costruzione della fiducia» per tornare a una versione rafforzata del memorandum d’intesa di giugno, con «passi concreti sul programma nucleare iraniano». Che cosa divide allora le due parti, se non i contenuti? L’ordine delle mosse: «il disaccordo riguarda la sequenza dei passi, non le componenti del piano». La partita, ora, si gioca sul calendario: con Hormuz chiuso da mesi e le elezioni di midterm a cinque settimane, ogni giorno di attesa è un argomento in mano a chi crede di poter aspettare.I numeri del piano iraniano li aveva dati Araghchi venerdì 25 settembre a New York, fuori dal Consiglio di sicurezza dell’Onu: fine del blocco navale americano ai porti iraniani, revoca delle sanzioni sul petrolio, sblocco di circa 12 miliardi di dollari di fondi congelati, cessazione delle ostilità in tutta la regione, Libano e Yemen compresi. Gli adempimenti americani «in quattro o cinque giorni»; in cambio la riapertura dello Stretto e, al settimo giorno, l’avvio dei negoziati su un «accordo finale». «La scelta ora spetta agli Stati Uniti», aveva detto. I mediatori del Qatar hanno portato il testo a Washington e martedì 29, di ritorno, hanno incontrato Araghchi a Doha.Trump ha detto la sua nel fine settimana. Sabato, prima di partire per il Tennessee: «Vogliono un accordo per aprire subito lo Stretto perché stanno perdendo malamente. Abbiamo il controllo totale dello Stretto di Hormuz». Domenica, in un’intervista: «Vogliono un accordo, ma non è l’accordo che voglio fare io. È quello che forse avremmo accettato un anno fa». Su Truth Social ha negato qualsiasi offerta di allentamento delle sanzioni — «Non ho offerto loro NIENTE!» — e ha postato una mappa del Golfo con la scritta «Trump Strait». Il Wall Street Journal, che per primo ha rivelato il rifiuto, riferisce che il presidente in privato dubita che Teheran rispetterebbe gli impegni e ha detto ai collaboratori di attendersi una ripresa dei bombardamenti dopo il voto di novembre.Otto mesi di guerraPer capire perché la sequenza conti tanto bisogna tornare indietro. La guerra è cominciata il 28 febbraio con gli attacchi aerei americani e israeliani; l’Iran ha chiuso Hormuz, da cui prima del conflitto passava circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto del mondo, e Washington ha replicato con un contro-blocco dei porti iraniani. Poi una tregua di due settimane mediata dal Pakistan l’8 aprile, prorogata da Trump; infine il memorandum di Islamabad del 17 giugno, decaduto ad agosto. L’ambasciatore americano all’Onu Mike Waltz sostiene che «gli iraniani lo hanno immediatamente violato attaccando il traffico marittimo internazionale». Araghchi gli ha risposto in tv: «Mi sorprende che l’ambasciatore parli del nostro piano come se non lo avesse letto».Intanto lo Stretto resta un campo di tiro. Martedì tre navi, tra cui una petroliera, sono state colpite da «proiettili non identificati», secondo il centro operazioni marittime della Marina britannica. E mercoledì gli Stati Uniti hanno ufficializzato il ritiro dall’Iraq dopo dodici anni di operazioni contro lo Stato islamico — una scadenza fissata da tempo — mentre il portavoce militare di Kataeb Hezbollah, milizia irachena filo-iraniana, avvertiva di non sentirsi «vincolato da alcun calendario o accordo» sul disarmo.A Teheran il tono non è quello di chi cede. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, il generale Mohsen Rezaei, ha definito Trump «bloccato» tra guerra e negoziato; il portavoce dei Pasdaran, le Guardie rivoluzionarie, ha detto che la guerra finirà solo quando Washington ammetterà la sconfitta. Il documento arrivato da Doha non dice quando l’Iran risponderà. E non sfiora la questione che Trump pone da otto mesi come non negoziabile — l’arma atomica — su cui Teheran rifiuta di discutere finché le sue condizioni non saranno soddisfatte.