Sette mesi di guerra tra Iran e Usa e nessun vincitore

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AGI - A sette mesi esatti dall'inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il conflitto non ha ancora prodotto né una vittoria decisiva né un accordo di pace. Molti attacchi, molte vittime e numerosi annunci autocelebrativi da Washington a Teheran ma nessuno ha ottenuto quello che voleva. Intanto il costo per il Pentagono, secondo alcuni analisti, è salito a 40 miliardi di dollari. E tra costi diretti e indiretti, legati ai riflessi sulla vita quotidiana, il bilancio negli Stati Uniti sale a 220 miliardi: in media la guerra è costata finora 1.650 dollari a famiglia, inclusi i rincari del prezzo del carburante, della spesa e l'aumento dei biglietti per i voli.Sette mesi di guerra e una tregua mai consolidataLa prima fase della guerra, cominciata il 28 febbraio, si è conclusa con il cessate il fuoco dell'8 aprile, poi formalizzato a giugno. Da allora il conflitto su vasta scala è finito, ma dall'8 luglio i combattimenti sono ripresi, soprattutto attorno allo Stretto di Hormuz, mentre il 14 luglio Washington ha ripristinato il blocco navale dei porti iraniani. Oggi, alla vigilia di un nuovo tentativo diplomatico, la guerra appare soprattutto come una prova di resistenza: gli Stati Uniti hanno inflitto danni pesanti alle capacita' militari iraniane, ma non sono riusciti a ottenere gli obiettivi politici iniziali, nonostante il presidente Donald Trump abbia dichiarato almeno otto volte di aver vinto la guerra. Al momento l'Iran appare molto indebolito, e sull'orlo del crollo economico, ma conserva strumenti per condizionare la navigazione e il mercato dell'energia.Il bilancio delle vittime Non esiste un bilancio unico e definitivo delle vittime anche perchè sia Teheran sia Washington, come gran parte dei Paesi coinvolti nei conflitti, hanno mostrato poca chiarezza nel fornire informazioni. Un dato troppo negativo deprime le truppe. Le stime disponibili e rilanciate dai media americani indicano il numero complessivo dei morti della guerra, considerando soprattutto Iran, Libano e Israele, possa essere tra gli otto e i diecimila, con quasi cinquantamila feriti. Questa stima è stata fatta il 22 settembre dal Stimson Center, un think tank indipendente di Washington specializzato in sicurezza internazionale. Gli Stati Uniti hanno perso ufficialmente 18 militari, mentre i feriti sono oltre 820. Ma anche qui ci sono notizie contrastanti: secondo alcuni media americani, il bilancio delle vittime potrebbe essere più grave. Per l'Iran, il dato verificabile è ancora più difficile da aggiornare. Una stima citata dall'ufficio studi del Congresso americano indica 3.636 morti iraniani, di cui 1.701 civili, ma il dato risale ad aprile e quindi non può essere considerato il bilancio finale della guerra. Altre fonti hanno fornito stime successive e sensibilmente più alte.Il nucleare Trump ha più volte dichiarato che l'Iran è stata sconfitta e che non avrà mai il nucleare. Il programma nucleare iraniano ha subito danni gravissimi nei primi mesi della guerra, in particolare a Natanz, Isfahan e Fordow, già colpiti nel 2025 dai bombardieri americani. Quel raid sembrava la fine di tutta la crisi, invece si è rivelato il prologo del conflitto. Gli attacchi lanciati dal 28 febbraio hanno danneggiato le infrastrutture di arricchimento e di conversione dell'uranio. Il problema, per Washington, è che distruggere gli impianti non equivale a cancellare la conoscenza, i materiali e la capacità industriale accumulata dall'Iran. Prima degli attacchi l'Aiea, l'agenzia Onu dell'energia atomica stimava a giugno 2025 che l'Iran disponesse di 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una quantità che, se ulteriormente arricchita, sarebbe teoricamente sufficiente per realizzare numerosi ordigni nucleari.Dopo gli attacchi l'Aiea non ha però potuto verificare pienamente cosa sia rimasto e dove si trovi tutto il materiale. L'Iran ha inoltre limitato l'accesso degli ispettori ai siti colpiti, anche se di recente ha dichiarato di essere disposta ad accogliere gli esperti dell'Aiea. Resta uno dei principali interrogativi della guerra: quanto del programma nucleare sia stato realmente distrutto e quanto sia stato semplicemente disperso, nascosto o reso più difficile da controllare. Sia Washington sia Teheran portano avanti la propria narrazione. Manca una terza voce indipendente.I missili E' probabilmente il campo nel quale è più difficile fornire un numero preciso. L'Iran disponeva prima della guerra di migliaia di missili balistici e da crociera, il più grande e diversificato arsenale missilistico del Medio Oriente, secondo il Missile Threat Project del Csis, uno dei centri studi di Washington più importanti nel campo delle analisi internazionali. Gli attacchi americani e israeliani hanno colpito depositi, basi, lanciatori e soprattutto l'industria che produce i missili. Ma non esiste oggi una stima pubblica affidabile del numero di missili operativi rimasti. Una valutazione di settembre sempre dello Stimson Center, basata su un esperto del James Martin Center for Nonproliferation Studies, parla di "centinaia se non migliaia" di missili ancora disponibili per proiettare la forza iraniana nella regione. Lo stesso rapporto sottolinea che Teheran ha cominciato a ricostruire rapidamente le infrastrutture danneggiate. Un'informazione che era stata confermata anche dall'amministrazione americana. Ma c'è un elemento nuovo: secondo informazioni citate da Reuters dal Wall Street Journal, l'Iran ha ripreso la produzione di missili balistici, utilizzando componenti accumulati prima della guerra e strutture sotterranee. La produzione è più limitata rispetto a quella precedente al conflitto, ma dimostra che la capacita' industriale non è stata eliminata.Il petrolioLa guerra ha trasformato il Golfo Persico in una gigantesca strozzatura energetica. Le esportazioni di petrolio dei principali produttori mediorientali sono risalite a settembre a circa 12,8 milioni di barili al giorno, il livello più alto dall'inizio della guerra. Ma restano circa 6 milioni di barili al giorno sotto i 18,8 milioni di febbraio, prima del conflitto. Il problema è soprattutto logistico. Il prezzo del Brent, che prima della guerra era molto più basso, è tornato sopra i 100 dollari al barile: nelle ultime ore ha toccato anche i 107 dollari dopo che Trump aveva respinto la proposta iraniana di riaprire Hormuz. La crisi ha inoltre costretto i produttori del Golfo a cercare rotte alternative. L'Arabia Saudita ha riattivato parzialmente il suo oleodotto East-West verso il Mar Rosso, che può trasportare fino a circa 7 milioni di barili al giorno, ma i danni subiti dagli impianti rendono necessario tempo prima del ritorno alla piena capacita'.Lo stretto di Hormuz E' il vero barometro con cui misurare lo stato della guerra. Prima del 28 febbraio, attraverso lo Stretto di Hormuz passavano normalmente circa 125 grandi navi commerciali al giorno, tra petroliere, metaniere e portacontainer. Lo Stretto è inoltre una via di passaggio per circa un quinto dell'offerta mondiale giornaliera di petrolio e gas naturale liquefatto. A settembre il traffico è precipitato. Il 21 settembre, secondo Kpler, societa' di analisi dei dati energetici, soltanto 12 navi mercantili avevano attraversato Hormuz nel fine settimana, contro 35 nel fine settimana precedente. Il 21 settembre erano state registrate appena due navi commerciali, contro una media prebellica di circa 125 al giorno. I dati possono sottostimare il traffico perché alcune navi spengono i transponder per evitare di essere individuate. La riapertura dello Stretto resta il punto centrale della guerra. Gli Stati Uniti hanno colpito le capacita' iraniane di sorveglianza costiera, le difese aeree, le basi navali, i droni, i missili e le imbarcazioni utilizzate per minacciare il traffico commerciale. E in più Washington ha attuato un piano globale di isolamento finanziario dell'Iran che ha messo ulteriormente in ginocchio Teheran. Ma l'Iran continua a disporre di missili terrestri e droni capaci di minacciare le navi senza dover controllare militarmente l'intero Stretto. E, soprattutto, è guidato da una classe politico-religiosa decisa a resistere fino all'ultimo, a costo di far pagare un prezzo ancora più alto alla sua popolazione.