Perché no?. Ovvero, perché io non posso provare a fare questa cosa? E’ la domanda che si è sempre posta Simona Atzori nella sua vita. Già sapendo sin da bambina quale sarebbe stata la sua risposta interiore: certo che lo faccio, certo che ci provo. Simona è una donna soavemente determinata che ha reso la sua particolarità (essere nata senza le braccia) il trampolino di lancio per crearsi una bellissima dimensione artistica, come ballerina e come pittrice.Simona fa tutto con i piedi e bando alle ironie legate a questa espressione, perché i suoi piedi sono straordinari, fantastici, poetici e vengono mortificati solo quando stanno dentro le scarpe. Simona è stata uno dei miei incontri in un mese speciale, questo settembre 2026 appena concluso, che posso definire il mio mese a tu per tu con la disabilità. Ospite al Tempo delle Donne, il Festival che da 13 anni il Corriere della Sera organizza alla Triennale di Milano, Simona ha “adeguato” il titolo di un suo bellissimo libro di alcuni anni fa “Cosa ti manca per essere felice” (Mondadori) in un “Non mi manca nulla per essere felice”, che è stato lo slogan e il leit motiv dell’incontro da me condotto. Perché la felicità forse sta proprio nel riuscire a far conoscere agli altri quello che c’è di bello in noi senza soffermarsi in ciò che manca. Questo atteggiamento positivo, anzi propositivo, della vita è una grande lezione che riesce ad abbattere molti pregiudizi.Non è un percorso facile e spesso la strada è costellata da insidie. Sempre al Tempo delle Donne ho conversato in un altro incontro con Fabrizio Acanfora, attivista, blogger, musicoterapeuta, impegnato in prima linea nell’inserimento nel mondo del lavoro delle persone rientranti nello spettro autistico (condizione che riguarda lui stesso per la Sindrome di Asperger). Di Acanfora mi ha colpito la riflessione approfondita sulle parole. Prendiamo per esempio il termine inclusione, da noi spesso utilizzato per esprimere una situazione auspicata che si oppone alla discriminazione. Per Acanfora l’inclusione, che sia nel mondo della scuola o in quello del lavoro, ha un sapore di concessione paternalistica. E dunque preferisce parlare di convivenza delle differenze. Ma questa convivenza è possibile negli ambienti lavorativi? Acanfora per la sua esperienza testimonia l’impegno e la sensibilità di alcune aziende, ma fa una severa analisi “strutturale”. “Le regole del sistema capitalistico, basato sulla esasperata competitività produttiva, non consentono di raggiungere pienamente questo obiettivo. Dunque una critica sociale che giunge alle stesse conclusioni esposte dal nostro Luca Grecchi su InVisibili in un post di qualche settimana fa relativo all’inclusione scolastica. Una posizione estrema? Forse, ma è il segnale di un dibattito che alza l’asticella, entra nei gangli della società, diventa politico.E la domanda riecheggia: Perché no? Ricordando Antonio Giuseppe Malafarina in un affettuoso omaggio al Festival delle Abilità, che Simone Fanti e la Fondazione Mantovani Castorina organizzano da qualche anno al Parco della Chiesa Rossa, sempre a Milano, gli orizzonti di infinite possibilità incarnate da Antonio si sono intrecciate con lo sviluppo della tecnologia. E’ questo un aspetto della disabilità che mi ha sempre affascinato. Dall’età di 18 anni Malafarina ha vissuto paralizzato dal collo in giu. In questa condizione è diventato uno dei pionieri delle sperimentazioni tecnologiche che gli hanno permesso alla fine, utilizzando un pennino mosso dalla bocca, di scrivere articoli e poesie. Il suo pensiero, la sua sensibilità hanno trovato degli strumenti fantastici per potersi esprimere. In un momento in cui i progressi tecnologici sono al servizio delle guerre, mentre monta l’ansia per un’Intelligenza Artificiale che rischia di finire fuori controllo, ribadire il lato buono di questa ricerca è direi terapeutico. E questo aspetto ce lo regala proprio la disabilità.Perché no? Se lo è chiesto anche Pietro Scidurlo, in carrozzina per la lesione al midollo procuratagli al momento del parto da una manovra sbagliata. Pietro, che ha scritto una guida sul Cammino di Santiago per tutti (Terre di Mezzo) dopo averlo percorso più volte verificando un percorso accessibile, è stato il mio compagno di viaggio agli inizi del mese in un Cammino francescano da Firenze al Santuario della Verna. Un viaggio singolare, io a piedi, lui su una carrozzina trainata da un propulsore elettrico, per un’esperienza straordinaria sul piano tecnico ed emotivo. Concepito sotto la bandiera dell’accessibilità e dell’autonomia, si è trasformato in un manifesto di amicizia (non solo tra noi due ma anche con gli altri camminatori incontrati lungo il percorso) di collaborazione e di sostegno reciproco. Parleremo ancora, io e Pietro, di questa esperienza che non ha annullato ma ha unito le nostre differenze e le ha protette per tutto il tragitto in una dimensione non solo concreta (gli ostacoli incontrati e la fatica provata) ma anche spirituale.Perche no? Ovvero perché le persone con disabilità con dovrebbero avere diritto a una vacanza con tutte le comodità e anche con qualche lusso? Se lo è sempre chiesto Roberto Vitali, fondatore e anima di Village for all, che al turismo accessibile, ovvero per tutti, dedica con un’energia trascinante la sua vita professionale. Roberto è stato tra i protagonisti di un convegno che ho condotto a Bibione in occasione delle celebrazioni per i 70 anni di questa località balneare veneta che da tempo si merita la medaglia di stazione turistica all’avanguardia in campo ambientale, sportivo, sanitario, sociale. Un esempio: l’ampia spiaggia è stata la prima smoke free in Italia utilizzando i dati sul fumo passivo anche all’esterno frutto di una lunga collaborazione con l’Istituto dei Tumori di Milano. Sull’accessibilità, Bibione ha eliminato le barriere architettoniche, ha le passerelle che percorrono l’arenile fino all’acqua, vanta molti alberghi con dotazioni speciali come i sollevatori che permettono anche a persone con disabilità gravi di poter godere di molti servizi. In tutto ciò c’è lo zampino di Roberto Vitali che tanti anni fa agli imprenditori di Bibione disse: adesso sedetevi su una carrozzina e facciamo un giro alla mia altezza e sulle ruote, così capite meglio quali sono i nostri problemi. “Una località con accessibilità limitata perde una buona fetta di turismo, circa il 20%, che ha esigenze speciali”, spiega. Insomma, un diritto negato che è anche un danno economico. E allora, perché no?Tante storie di vita, tante rivendicazioni portate avanti non con la protesta ma con l’impegno concreto e la voglia di “osare”. Pronti ad affrontare discriminazioni, ingiustizie, pregiudizi. E coscienti dei propri limiti. Ma senza mai fermarsi: ecco che cosa ci insegnano, che cosa mi hanno insegnato gli InVisibili.Pagina 1 di 1 Pagina 1 di 1