Intercettare il rischio prima della malattia. La nuova sfida della prevenzione

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Prevenire prima, intercettare il rischio quando la malattia non si è ancora manifestata, utilizzare controlli semplici per evitare che la presa in carico arrivi quando il quadro è già più complesso. È la direzione indicata dalla prima EU Screening Week, promossa dalla Commissione europea dal 28 settembre al 4 ottobre nell’ambito del Safe Hearts Plan. Una settimana dedicata alla prevenzione e alla diagnosi precoce delle malattie cardiovascolari che invita gli Stati membri a rafforzare i programmi di screening, a partire dalle fasce più vulnerabili della popolazione.  Il punto è capire quanto i sistemi sanitari siano in grado di riconoscere precocemente il rischio e trasformare le evidenze scientifiche in percorsi accessibili e omogenei. “La prevenzione è l’investimento più intelligente che possiamo fare per la nostra salute e per il futuro dei nostri sistemi sanitari”, ha ricordato il commissario europeo alla Salute Olivér Várhelyi presentando l’iniziativa, “conoscere i propri parametri significa conoscere i rischi e avere la possibilità di agire”. È una questione evidente quando il rischio attraversa patologie e specialità (apparentemente) diverse, ma strettamente collegate. Cuore e reni ne sono un esempio: la malattia renale cronica interessa circa un adulto su dieci, mentre un adulto europeo su sette vive con una patologia cardiovascolare. E proprio l’identificazione precoce del rischio cardio-renale è stata al centro del confronto “Rischio cardiovascolare e malattia renale: il valore di un test per la diagnosi precoce”, organizzato a Roma da Boehringer Ingelheim.Il nodo dell’identificazione precoce“Siamo focalizzati in una medicina iperspecialistica di reazione. Siamo i più bravi in questo, ma abbiamo perso l’approccio olistico e internistico”, ha osservato Leonardo De Luca, direttore strutture complessa di Cardiologia del Policlinico San Matteo di Pavia. Cuore e rene, ha spiegato, non possono essere gestiti separatamente: l’obiettivo è riconoscere fattori di rischio quando esistono ancora margini per intervenire, anziché attendere che la patologia emerga in maniera conclamata, è il caso del test uACR che misura la quantità di albumina rispetto alla creatinina, identificando precocemente il rischio cardio-renale. Ma la fotografia restituita dall’analisi coordinata da Iqvia (CLICCA QUI PER IL DOCUMENTO) mostra però un’applicazione ancora disomogenea. “È quella di un test clinicamente riconosciuto, tecnicamente semplice e già sostanzialmente disponibile, ma non ancora inserito in modo uniforme e sistematico nei percorsi assistenziali italiani e con una forte eterogeneità territoriale”, ha spiegato Luca Pinto, senior principal real world solutions, head of engagement solutions Italy & Greece di Iqvia. Più che un problema di disponibilità tecnologica, dunque, emerge una questione di “riconoscibilità, standardizzazione e integrazione organizzativa”: il test può essere eseguito, ma non viene sempre prescritto, identificato e utilizzato nello stesso modo.Una pratica ancora disomogeneaL’analisi condotta in nove Regioni italiane su Pdta, linee di indirizzo, nomenclatori tariffari e pratiche laboratoristiche dimostra che il test compare soltanto nel 45% dei documenti analizzati nell’ambito del diabete di tipo 2 ed è ancora meno integrato nei percorsi cardiovascolari; non dispone inoltre di una codifica dedicata nel nomenclatore nazionale e circa il 32% delle richieste ai laboratori utilizza diciture generiche che non identificano chiaramente il rapporto albumina/creatinina. Anche le modalità di esecuzione non sono uniformi: il 42% dei laboratori analizzati ricorre ancora alla raccolta delle urine delle 24 ore, indicata nel rapporto come inappropriata per la determinazione dell’uACR, mentre un centro su quattro segnala criticità nella fase pre-analitica. Eppure, “sapere di avere una condizione di sofferenza renale quando ancora non si manifestano sintomi fa la differenza per la gestione del paziente”, ha illustrato Massimo Morosetti, presidente Fondazione italiana del rene, che ha poi aggiunto: “eseguire periodicamente indagini capaci di evidenziare la malattia renale in uno stadio molto precoce è di fondamentale importanza”.Dalla clinica alla politicaIl tema clinico diventa organizzativo e, inevitabilmente, politico. Per Gian Antonio Girelli, componente della commissione Affari sociali della Camera, casi come questo mostrano la necessità di “cambiare direzione nel modo di pensare all’organizzazione della salute del futuro”. Il punto non riguarda soltanto gli screening, ma la capacità di investire sulla riduzione del rischio prima che questo produca un carico maggiore di malattia: “Se non si fa un vero investimento sulla prevenzione e riduzione del rischio abbiamo un futuro di medio termine che ci porta alla fine del Servizio sanitario nazionale così come lo abbiamo concepito”. Non nel senso della scomparsa di ospedali e ambulatori, ha precisato, ma del rischio di una sanità sempre più divisa “fra chi potrà permettersi una sanità di un certo tipo e chi dovrà accontentarsi”. Una distanza tra possibilità scientifiche e capacità di metterle a sistema che, per Girelli, emerge proprio quando strumenti relativamente semplici incontrano “vincoli, norme non scritte e differenza di modelli territoriali”. Da qui la necessità di intervenire anche sull’omogeneità dei percorsi. “Favorire l’identificazione precoce del rischio cardiovascolare e renale attraverso strumenti semplici e validati significa intercettare prima i bisogni di salute, ridurre le disuguaglianze territoriali e garantire percorsi di cura più tempestivi ed efficaci”, ha aggiunto, annunciando la presentazione di una mozione.Sul terreno delle possibili risposte, Ilenia Malavasi, componente commissione Affari sociali della Camera, ha richiamato la responsabilità della politica di “tenere alta l’attenzione” e trasformare le evidenze scientifiche in interventi concreti. Tra le ipotesi, anche quella di “riuscire in fase di bilancio a costruire un emendamento”, mentre Giuseppe Grandaliano, professore di Nefrologia presso l’Università cattolica del sacro cuore di Roma ha indicato la possibilità di riprendere il lavoro sulla legge dedicata alla malattia renale cronica.L’appello di Pipic (Boehringer): con la prevenzione vincono tuttiUna logica che riporta il confronto al punto da cui era partito: fare della diagnosi precoce non un principio astratto, ma una componente ordinaria dell’assistenza.”Prevenzione e diagnosi precoce sono una di quelle situazioni in cui davvero vincono tutti. Vincono le persone perché possono curarsi. E vince il sistema sanitario. Perché arrivare prima significa usare meglio le risorse”, ha spiegato Nedim Pipic, country managing director di Boehringer Ingelheim Italia, ricordando come nel nostro Paese le malattie cardiovascolari “costano ogni anno più di 40 miliardi di euro, mentre in Europa superiamo i 280 miliardi”. Per Pipic, la EU Screening Week rappresenta “non solo un’occasione per parlare di prevenzione, ma anche per agire”, mettendo insieme istituzioni, comunità scientifica, professionisti e industria, per l’azienda farmaceutica tedesca “questo incontro rappresenta una maniera di rispondere all’appello dell’Europa”. In una fase in cui l’Europa discute anche di come mantenere capacità di ricerca, innovazione e investimenti rispetto alla competizione di Stati Uniti e Cina, la prevenzione rappresenta un ulteriore terreno sul quale misurare la capacità di trasformare competenze ed evidenze già disponibili in salute, sostenibilità e attrattività del sistema.