Le polemiche sulle accuse secondo cui l’esercito sudanese avrebbe impiegato armi chimiche contenenti gas di cloro nella guerra in corso contro le Forze di supporto rapido (RSF) continuano a riemergere.In questo contesto, gli intervenuti a una conferenza sui diritti umani svoltasi venerdì a Ginevra hanno chiesto alle Nazioni Unite e all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) di inviare una missione indipendente per indagare sulle accuse.La conferenza, tenutasi il 25 settembre a margine della 63ª sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, è stata organizzata dal Paris Integration Forum (PIF), centro con sede a Parigi che si occupa di diritti umani in Medio Oriente e dei cambiamenti geopolitici nella regione.L’evento, dal titolo “Dalle prove locali all’azione globale: collegare le realtà delle comunità alle politiche sui diritti umani”, ha riunito difensori dei diritti, accademici e giornalisti provenienti da diversi Paesi.Claudia Wädlich, avvocata e politica tedesca, ha affermato che le accuse statunitensi secondo cui l’esercito avrebbe usato armi chimiche nel 2024 devono essere prese sul serio. Ha aggiunto che la ratifica da parte del Sudan della Convenzione sulle armi chimiche nel 1999 implica che un eventuale impiego di tali armi da parte dell’esercito costituirebbe un reato, qualora venisse ufficialmente accertato.Wädlich ha esortato l’esercito sudanese a consentire analisi di campioni di terreno, acqua e corpi sepolti nei luoghi indicati nei rapporti. Ha inoltre rivolto un appello all’ONU e all’OPCW affinché inviino in Sudan una missione investigativa indipendente.«La catena di approvvigionamento del gas di cloro dovrebbe essere tracciata dall’esportazione fino all’utilizzatore finale, compresi i quantitativi inviati nelle zone di conflitto», ha dichiarato.Ha aggiunto: «Il rifiuto di concedere accesso rafforza i sospetti su quanto i fascicoli dell’intelligence e i meccanismi di monitoraggio indicano da tempo».Secondo Wädlich, «indagini penali complete in Sudan richiedono un mandato fondato sul consenso in seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU; tuttavia, il potere di veto detenuto da alcuni Stati membri continua a rappresentare un ostacolo».Bjertnes Carl-Gustav, responsabile dell’organizzazione Seed-Africa, ha definito le accuse una pericolosa escalation, che si aggiunge alle sofferenze già inflitte alla popolazione civile.«La guerra chimica non è soltanto un’altra tattica sul campo di battaglia. Colpisce la dignità umana, indebolisce norme internazionali costruite in generazioni e aumenta il rischio di emulazione e ritorsioni», ha dichiarato.Carl-Gustav ha chiesto l’istituzione di una commissione indipendente dell’ONU, che a suo avviso l’esercito sudanese dovrebbe accettare senza condizioni.Ha aggiunto: «Non esiste alcun obiettivo tattico che possa rendere legittimo un simile impiego ai sensi della Convenzione sulle armi chimiche, che vieta l’uso di qualsiasi sostanza tossica come arma, indipendentemente dalle sue normali applicazioni civili. Dobbiamo però anche essere precisi su ciò che già sappiamo: va ricordato che il Sudan respinge queste accuse, sostenendo che la propria indagine nazionale non ha trovato alcuna prova».«I civili sudanesi hanno bisogno di più che semplici espressioni di preoccupazione. Hanno bisogno di verifiche, giustizia e di un’azione internazionale costante», ha affermato.Il Washington Post e il New York Times hanno pubblicato, il 5 settembre, due inchieste separate su quello che hanno definito un programma segreto dell’esercito sudanese volto a produrre, sperimentare e accumulare bombe riempite di cloro. Il Washington Post ha riferito che funzionari della sicurezza mediorientale avevano fornito i documenti, i video e i messaggi esaminati dal giornale.Messaggi citati dal Washington Post indicavano che fino a 290 munizioni chimiche sarebbero state immagazzinate presso la base aerea di Merowe e che 106 sarebbero state impiegate. Il *New York Times* ha riportato che messaggi che coinvolgerebbero il capo dell’esercito, generale Abdel Fattah al-Burhan, suggerirebbero che fosse a conoscenza del programma. Secondo quanto riferito da Gulf News, le forze armate sudanesi hanno definito le accuse infondate.Il governo degli Stati Uniti aveva accusato per la prima volta il governo sudanese, nel maggio 2025, di avere usato armi chimiche nel 2024. Il Dipartimento di Stato statunitense ha imposto ulteriori sanzioni al Sudan ai sensi del “Chemical and Biological Weapons Control and Warfare Elimination Act” del 1991, secondo un avviso pubblicato dal *Federal Register* il 20 luglio 2026.I partecipanti alla conferenza hanno inoltre sollecitato l’adozione di norme internazionali per limitare le violazioni dei diritti e proteggere le potenziali vittime.L’attivista filippina per i diritti umani Angelita Mof ha affrontato la situazione dei diritti nel suo Paese. Pur osservando che le Filippine sono una democrazia dotata di una struttura giudiziaria funzionante, ha espresso serie preoccupazioni per l’intervento della Corte penale internazionale (CPI) senza un adeguato rispetto delle garanzie procedurali, chiedendo una revisione della sua giurisdizione. Mof ha inoltre espresso forte preoccupazione per le modalità con cui l’ex presidente filippino Rodrigo Duterte è stato arrestato e trasferito per comparire davanti alla CPI.La conferenza ha inoltre richiamato l’attenzione sulle sparizioni forzate e sulle uccisioni extragiudiziali in Kashmir.Il politico pakistano in esilio e attivista per i diritti umani Sardar Shaukat Ali Kashmiri ha chiesto indagini indipendenti sulle uccisioni extragiudiziali, le detenzioni arbitrarie e le sparizioni nel Jammu e Kashmir occupato dal Pakistan (PoJK) e nel Gilgit-Baltistan occupato dal Pakistan (PoGB).«Il Consiglio deve agire ora per salvaguardare la vita e i diritti fondamentali di milioni di kashmiri», ha dichiarato. «Il dissenso pacifico non è terrorismo e rivendicare i propri diritti non è un crimine». Ha chiesto al Pakistan di porre fine all’uso della forza contro i manifestanti pacifici e di rilasciare le persone che ha definito detenute arbitrariamente.Kashmiri è presidente dell’United Kashmir People’s National Party (UKPNP), che sostiene l’unificazione e l’indipendenza del Jammu e Kashmir. Vive in esilio in Svizzera dall’aprile 1999.