I riformisti Pd puntano le primarie: «Un nostro candidato che compatti il centro». La tentazione di Gori e il braccio di ferro sullo statuto 

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Giorgio Gori sì, ma soltanto a una condizione: che non sia l’ennesimo nome da aggiungere alla già affollata lista dei possibili candidati alle primarie del centrosinistra. Tra i riformisti del Pd l’ipotesi dell’eurodeputato non è stata archiviata dopo l’altolà arrivato dal Nazareno. Ma il ragionamento che si fa in queste ore è soprattutto politico: una candidatura interna avrebbe senso se riuscisse a diventare il punto di raccolta di un’area riformista più larga, dentro e fuori dal partito. Molto meno se ai gazebo, accanto a Elly Schlein e Giuseppe Conte, dovessero presentarsi separatamente lo stesso Gori, Ernesto Maria Ruffini, un esponente di Progetto Civico, +Europa e magari anche un candidato riconducibile a Matteo Renzi.È questo, secondo quanto risulta a Open, il discrimine attorno al quale si muove in queste ore una parte della minoranza dem in vista dei prossimi appuntamenti del partito, dalla direzione di venerdì all’assemblea nazionale. «Se ci fosse la possibilità di una candidatura che abbia un senso politico, non una semplice testimonianza dal 2%, allora la questione potrebbe avere un senso», spiega un riformista di rango. Il discrimine è tutto qui. «Se le candidature si diversificheranno, la vedo più difficile». Viceversa, se si riuscisse a «coagulare uno schieramento, una volontà di intenti dei riformisti variamente collocati….», l’operazione diventerebbe interessante, così da costruire un’area con un peso sufficiente a incidere anche sull’eventuale secondo turno. Una prospettiva che dipende, però, prima di tutto da quello che faranno gli alleati.Il centro e il nodo del candidato riformistaRuffini ha già dato la propria disponibilità a partecipare alle primarie. Alessandro Onorato continua intanto a costruire Progetto Civico, mentre Riccardo Magi ha aperto al confronto per una lista unitaria dell’area liberal-democratica, così come Vincenzo Spadafora con la sua ‘Primavera’, che è tornato a chiedere «una costituente». Il risultato, per ora, è che il centro e il mondo riformista continuano a muoversi in ordine sparso. Anche per questo, spiegano dalla minoranza dem, una candidatura di Gori al momento è ancora poco più di un’ipotesi.Le manovre attorno alle possibili candidature riformiste però sono in corso da giorni. Sabato, all’appuntamento dei riformisti dem a Prato, l’eurodeputato non si è sbilanciato su una propria discesa in campo, ma ha difeso la strada delle primarie e l’esigenza per l’area riformista di far sentire il proprio peso. E proprio da Prato, dalla minoranza, è arrivato il rilanciato della formula del doppio turno.Lo schema su cui si ragiona è chiaro. «Sarebbe naturale che ci fosse anche una candidatura più riformista che prenda, insieme a tutti gli altri, il 15% per dire. Con il secondo turno quest’area farà poi confluire i suoi voti sui primi due, Conte o Schlein», osservano. Ma per arrivarci «si devono verificare» prima le condizioni politiche: l’unità del fronte riformista e la possibilità, prevista dalle regole del partito, di presentare una candidatura ulteriore rispetto a quella della segretaria.Renzi e l’ipotesi De LucaIn questo quadro si inserisce anche la suggestione di Vincenzo De Luca, lanciata dall’invito di Matteo Renzi al sindaco di Salerno per l’apertura della Leopolda. «Nel momento in cui si candida la segretaria, non è semplice votare qualcuno esterno al Pd», ragionano. «Difficile che possano esserci aree del partito che dicano: noi preferiamo un candidato esterno. Ma se il candidato è interno il discorso è diverso».Prima ancora dei nomi, però, resta da superare l’impasse delle regole. Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd e tra i dirigenti più vicini a Schlein, ha chiuso alla possibilità di una seconda candidatura dem: «Il Pd ha uno statuto che indica con chiarezza chi è il candidato a Palazzo Chigi direttamente, cioè la segretaria del nostro partito, e in caso di primarie, la segretaria del partito».Ceccanti: «La norma è chiarissima»Una lettura che non convince Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare dem. «Lo Statuto vigente dice che se ci sono le primarie di coalizione, l’Assemblea nazionale stabilisce i criteri per i quali ci possono essere altre candidature rispetto a quella del segretario nazionale», spiega a Open. «È una scelta rimessa all’Assemblea nazionale che decide le modalità. La norma è chiarissima». Il riferimento è all’articolo 5, comma 3. Il primo comma stabilisce che il segretario nazionale «è proposto dal Partito come candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri». Ma, qualora il Pd partecipi a una coalizione e il candidato premier venga scelto attraverso le primarie, il comma 3 affida all’Assemblea nazionale il compito di stabilire «le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature, in aggiunta a quelle del Segretario nazionale».Il precedente di Renzi Non è prevista dallo Statuto, sottolinea Ceccanti, una maggioranza specifica per questa decisione. Il punto diventa quindi politico: l’Assemblea deve scegliere se e con quali modalità aprire a un secondo nome dem. «Non si capisce perché si poteva fare nel 2012 e non si può fare anche oggi», osserva il costituzionalista. Il precedente è quello delle primarie in cui Matteo Renzi sfidò Pier Luigi Bersani. Allora fu necessaria una deroga allo Statuto, che prevedeva l’automatismo tra segreteria del Pd e candidatura a Palazzo Chigi. La questione si lega a quella del ballottaggio, una delle richieste avanzate dai riformisti dem. «Siccome ci saranno vari candidati, il doppio turno è un scelta ovvia. Niente osta che ci sia anche un secondo candidato del Pd e poi i due candidati si unifichino, essendo dello stesso partito». Una soluzione «abbastanza normale».L'articolo I riformisti Pd puntano le primarie: «Un nostro candidato che compatti il centro». La tentazione di Gori e il braccio di ferro sullo statuto  proviene da Open.