Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sempre più ai ferri corti. Le divergenze che ormai da anni si consumano dietro le quinte della diplomazia si stanno trasformando sempre più in una spaccatura vera e propria, dovuta a diffidenze e a piani strategici sempre più inconciliabili. L’intervento di Donald Trump e di Israele contro l’Iran, culminato in una crisi energetica globale che vede prime vittime i paesi produttori dell’area, ha portato con sé una miriade di effetti collaterali, tra cui un nervosismo esacerbato dalle ataviche posizioni contrapposte sugli Houthi per arrivare alle ripicche, persino alle banche, alle imprese e ai trasferimenti di denaro tra i due Paesi, costringendo diversi operatori a utilizzare Stati terzi per pagamenti che fino a pochi mesi fa erano diretti. Un’ulteriore tensione in un mare di tensioni, che tuttavia potrebbe condizionare i già traballanti equilibri dell’intera penisola arabica.Euronews ha ripreso una notizia della Reuters di agosto secondo cui diversi operatori emiratini si erano ritrovati con trasferimenti ritardati o bloccati dalle banche saudite a causa dell’introduzione da parte di Riyad di livelli aggiuntivi di controllo, una realtà che trova riscontro anche nelle informazioni raccolte da Notizie Geopolitiche: nelle ultime settimane si è registrato un aumento delle operazioni triangolate attraverso l’Europa per consentire i pagamenti tra i due paesi.Al momento la Banca centrale saudita ha riportato solamente che gli istituti di credito applicano controlli sulla base della propria valutazione del rischio, conformandosi alle norme anti riciclaggio e di prevenzione del finanziamento del terrorismo, ma anche da parte emiratina è stato notato che non vi sono segnalazioni significative dal settore privato. Eppure in Europa si sta assistendo ad un aumento delle triangolazioni dei privati che, per inviare denaro da una parte all’altra, sono costretti ad appoggiarsi a paesi terzi, segnale evidente di un blocco quantomeno parziale in atto.La divergenza tra i due paesi in materia di Houthi è tutt’altro che secondaria. A muovere guerra contro i ribelli dello Yemen furono per primi i sauditi, i quali crearono nel 2015 una coalizione panaraba che non solo, nonostante i mezzi, si dimostrò inefficace, ma che poi si sgretolò sull’appoggio riservato ai diversi attori dello Yemen: i sauditi sostenevano il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, mentre gli emiratini il Consiglio di transizione del sud. Per farla breve, i rapporti sono ottimi fino a quando si ha un nemico comune, per di più se sostenuto dall’Iran, diventano pessimi quando si tratta di decidere quale attore dovrà vincere la guerra.E quando si parla di Houthi, si parla di Iran, il paese che senza problemi e remore bombarda e distrugge le basi degli Usa in territorio emiratino, ma più ancora l’economia dell’intero Golfo. Negli ambienti sauditi esiste la convinzione che gli Emirati Arabi Uniti abbiano perseguito negli ultimi anni una politica più autonoma verso l’Iran, cercando di mantenere aperti contemporaneamente rapporti con Washington, Israele e Teheran. Come richiesto dagli americani, in agosto Abu Dhabi aveva interrotto le attività commerciali e le transazioni finanziarie con Teheran, e aveva respinto le illazioni secondo cui erano stati trasferiti all’Iran 3 miliardi di dollari.Esiste tuttavia un altro elemento sul quale Notizie Geopolitiche ha raccolto informazioni da una fonte a conoscenza dei rapporti regionali. Si tratta di un accordo del valore di circa 2 miliardi di dollari finalizzato a scongiurare nuovi attacchi nel quadro della crisi regionale.Per rappresentare infatti il principale hub economico del Golfo è necessario che tutto torni alla tranquillità, nella norma dei delicati e mai scritti equilibri tra paesi della stessa regione: ad Abu Dhabi si sa che il vero “nemico” non è l’Iran, bensì chi si pone in diretta concorrenza, cioè Riyad. Perché il progetto di Mohamed Bin Salman, il Vision 2030, non compete soltanto con il petrolio emiratino, bensì con gli aeroporti di Dubai, con i suoi porti, con il turismo, con le zone franche, con la funzione degli Emirati come sede regionale delle grandi multinazionali. E soprattutto con il sistema finanziario.