Dice che i vecchi del rosso antico, i comunisti tutti d’un pezzo, i sindacalisti e i casinisti, i Cremaschi e i Capanna, non l’hanno presa bene. Ma chi li calcola i rottami dell’antagonismo duro e puro? Il loro tempo è passato e quello di Maurizio Landini, segretario griffato Cgil che è il dipartimento agit prop del Pd, deve ancora cominciare: è lui che vuol far le scarpe alla Lella, lui che inaugura l’ottobre rosso con una raffica di “sioperi” da far impallidire la rivoluzione bolscevica, lui che celebra i 120 anni del sindacato più rosso che c’è, ma mai di vergogna, dove? Alla Scala. Non in fabbrica, a teatro. Quello più famoso del mondo, il tempio della lirica, della nobiltà, della borghesia sfruttatrice e impellicciata cui 60 anni fa tiravano le uova espropriate allle galline antifà. Toscanini si rivolterà nella tomba, Verdi ci si centrifugherà. Ma il mondo va a sinistra, compagni, e Landini sa benissimo che apparire è l’anticamera del comandare: la trovata, tutta mediatica ma anche come dimostrazione strafottente di potere, d’insediarsi alla Scala come neanche Riccardo Muti sarà discutibile in ottica sindacale ma è un colpaccio in quella elettorale. Difatti siamo qua che ce ne occupiamo, il che a Landini, uomo di ottime letture (di tempo ne ha sempre avuto tanto) non dispiace: ricorda bene Oscar Wilde, anche male ma parlate di me. Il nostro Farfarello. Il FlautoMagico o meglio pifferaio. Il nostro Cherubino. Non più andrai farfallon segretario, notte e giorno d’intorno girando, dei borghesi turbando il riposo, narcisetto Landino d’amor.Borghesi per dire quelli che producono, operano, fanno cose ma non vedono gente, se mai le danno da lavorare. Attività che al Maurizio nazionale crea si direbbe una insopportabile allergia, non è chiaro se per ragioni ideologiche o fisiologiche: sta di fatto che dove trova qualcuno che si dà da fare, una qualsiasi attività, lui la blocca, la narcotizza, la impastoia in tutte le varianti possibili del kamasutra sindacale: a scacchiera, a singhiozzo, a sincope, a intermittenza, bianco, rosso, a prato basso, a ombrello, a falcemartello. Per cielo, per mare e per terra. A scuola, nel traffico, nei campi, nei villaggi, nelle metropoli (che gusto, a paralizzarle!). Non so se avete idea di cosa ci aspetta nel mese che si apre: ne abbiamo parlato in un articolo dedicato ed è roba splatter, purissimo profondo rosso. Ora, le sigle fannullone sono tante, milioni di milioni, ma la Cgil si pone, come sempre, all’avanguardia, almeno finché c’è un governo averso da sabotare per conto del partito comunista. La religione sindacale ai nostri tempi si riassume in un comandamento: fare di tutto perché nessuno faccia niente, non lavorare per non far lavorare, fare un cazzo per vanificare ogni cosa. Perché “sioperare” per rivendicare i propri diritti, per opporsi a sfruttamenti, è sacrosanto: ma farlo per puro sabotaggio, per pretesto, per ragioni strumentali che vanno dai cambiamenti climatici alla Palestina, all’Intelligenza artificiale (merce rara lì in mezzo), all’avanzata delle destre, è da “siagurati”.Ebbene, questo è l’italian style del sindacato alle vongole sgusciate, un unicum sconosciuto nel resto del mondo, tribù dell’Africa nera incluse. Niente di strano che il principale sindacato nazionale, oggi composto di vecchi e di migranti, si celebri nel Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala progettato dal Piermarini, alla presenza della solita claque di guitti, istrioni, cantanti organici, imbrattacarte d’area, intellettuali di movimento, giornalisti ad angolo retto, nomenklature assortite, tutti i segretari delle varie sezioni del partito comunista, influencer, parassiti, tutti a cantare in coro l’immancabile “Bella Ciao” dedicata al più forte dei poteri forti, il grande capo, come sempre accolto dalla fanfara di Fratelli d’Italia (l’inno, non il partito, ci mancherebbe). Mattarella, sua soavità della banalità, è il vero presidente operaio. C’è spazio pure per l’aulico balletto con il pas de Deux da “Giselle”, almeno qualcuno che muoveva il bacino, in mezzo a tanti culi di pietra.Una kermesse, una festa, una ricorrenza veramente raffinata, culturale, un filo snobistica, molto comunista. E se i vecchi arnesi del sindacalismo rivoluzionario hanno storto la bazza, beh, peggio per loro, se avrebbero preferito le celebrazioni in fabbrica, se ne facessero una ragione e andassero a guardare i cantieri fermi per siopero: a Landini la fabbrica fa lo stesso effetto del Crocifisso ai vampiri, appena ne scorge una di lontano s’infuga in direzione contraria a passo di lepre. E che, scherziamo! Lavorare! Roba da operai! Ma quelli, poi, chi li caga più. Il futuro è nei migranti, negli islamici, nei sindacalisti circolari tenuti a “mettere la nostra storia al servizio del cambiamento”, cioè fare in modo che il Bengodi del Nirvana non cambi mai: compagno, tu lavori e io mi lagno, però intanto magno. E magno da chef stellato nel teatro affittato.Comunque la festa è stata deliziosa, guarda. Anche i rinfreschi, il catering, roba da gourmet stellato. Tutti a sfilare fasciati in haute couture meglio di Francesca Albanese. Eh, a parlare di quelli che lavorano, si fatica assai. A proposito: com’è finita, poi, con la faccenda del lavoratore sul tetto, intento a spolverar le bandiere rosse, senza casco, senza gancio, senza niente, ovviamente immigrato, al quale hanno messo addosso un mollettone per decenza una volta sgamati, dopo che si stavano già stracciando le vesti, falsissimamente come al solito, per il poveretto precipitato dal Colosseo? E al leggendario Concertone cigiellone di ogni primomaggio, tuttapposto?Meravigliosa però la cornice, scintillante, il lampadario centrale che brillava tutte le sue 400 lampadine di vanità progressista, uh, quant’è bello! Il Capo dello Stato e quello del sindacato, ancora per poco, a salutar benedicenti dal palco reale. Altro che i tetri squallidi neon della catena di montaggio, che ti trasformano in zombie da quarto Stato usciti dalle viscere della terra. E i fantasmi della Callas e la Malibran a volteggiare per la élite progressista e di sinistra, come la puttana di Lucio Dalla. Il palchetto numero 13, tutto un tripudio di specchi da dove si vede tutto di chiunque, guai a farsi sorprendere a lavorare, in tutti i sensi: oggi non è giornata. Niente fischi per il compagno Tamagno, voce possente delle maestranze.Che festa! La classe operaia non andrà in paradiso, ma chi pretende di rappresentarla va al settimo cielo. Una furtiva lacrima sfugge dalla palpebra del Segretario, che ha perorato ancora una volta i destini dei lavoratori una voce poco fa, come una casta diva che si prepara a tutt’altro agone col magone d’ordinanza. È stato, credetemi, un addio sontuoso, c’era pure la Susanna Camusso in minigonna polemica contro al-Tajani. Pare che Landini, drogatissimo dalla colossale riuscita, sia tornato a casa gorgheggiando “all’alba vincerò”.Che meraviglioso Paese, l’Italia! In cotanta cornucopia di vipperia comunista, appena una defezione, ma di peso: quella di Wanna Marchi & figlia Stefania, due lavoratrici compulsive, a modo loro, due sincere democratiche (truffavano tutti, indistintamente: ricchi & poveri, nomadi, giganti e cugini di campagna), attente alle classi popolari: i coglioni vanno inculati. Ma non è colpa loro se il Pd se le litiga, trattenute a Roma in Campidoglio, insignite dalla giunta comunale per alti meriti culturali, civili e morali. Peccato, perché in quel contesto scaligero ci sarebbero state proprio bene, meglio ancora che alla Gintoneria.Max Del Papa, 1° ottobre 2026L'articolo La Cgil in damasco rosso. Se il sindacato festeggia alla Scala dei borghesi proviene da Nicolaporro.it.