ATENE — Il Regno Unito ha abbandonato il piano Ruanda dopo anni di ricorsi. I centri italiani in Albania, costati 670 milioni di euro in cinque anni, sono rimasti in gran parte vuoti. Eppure cinque governi europei rilanciano proprio quel modello, e la Grecia si candida a partire per prima: il ministro della Migrazione e dell’Asilo Thanos Plevris ha annunciato un progetto pilota «entro l’inizio del prossimo anno» per trasferire i richiedenti asilo respinti verso Paesi terzi designati, riferisce Politico Europe.Atene diventa così il laboratorio dei «return hub», i centri fuori dai confini dell’Unione dove trattenere chi ha perso il diritto di restare in attesa del rimpatrio. La legge c’è: il Parlamento greco l’ha approvata nella notte del 9 giugno, tra le proteste dei gruppi antirazzisti e pro-migranti davanti all’aula, e consente i trasferimenti appena firmati accordi bilaterali. Il Paese ospite, invece, non c’è. Plevris parla da giugno di «consultazioni con due Paesi africani» senza nominarli; AFP indica Uganda e Ruanda come ipotesi. Né Kampala né Kigali hanno commentato.L’intesa politica è stata siglata il 4 settembre a Copenaghen. Danimarca, Grecia, Austria, Germania e Paesi Bassi hanno concordato di cercare insieme un partner fuori dall’Unione. «Attorno al nuovo anno ci aspettiamo di avere un’intesa comune con un Paese partner», ha detto il ministro danese per l’Immigrazione Morten Bodskov, che ha fissato per il suo Paese la scadenza di fine 2027. «Non accettiamo che gli stranieri che soggiornano illegalmente in Danimarca siano premiati dalle nostre difficoltà a rimpatriarli». Plevris, all’arrivo al vertice, aveva promesso «il return hub operativo in un Paese fuori dall’Unione europea entro il 2027». Ora la data si avvicina di un anno.Il precedente albanesePerché proprio la Grecia? Perché è il Paese più a sud dell’Ue nel Mediterraneo e la principale porta d’ingresso per chi arriva dalla Turchia e dal Nordafrica. Ma il modello che Atene vuole copiare ha una storia recente e poco incoraggiante. Nel 2023 Giorgia Meloni e il premier albanese Edi Rama firmarono l’accordo per i centri di Shëngjin e Gjadër: 670 milioni in cinque anni per trattare 36.000 persone l’anno. I giudici italiani non hanno convalidato i trasferimenti, Gjadër è stato convertito in un centro di permanenza per il rimpatrio nell’aprile 2025 e le strutture sono rimaste quasi deserte, secondo il Centre for European Policy Studies, think tank di Bruxelles. Nel dicembre 2024 Ursula von der Leyen aveva promesso di «trarre lezioni dal protocollo Italia-Albania». Tirana, che quei centri li ospita, ha criticato duramente il concetto stesso di return hub; il premier kosovaro Albin Kurti, al contrario, si è detto aperto all’idea.La cornice giuridica l’ha fornita l’Europarlamento in giugno con il nuovo regolamento sui rimpatri, che sostituisce la direttiva del 2008: poteri di detenzione molto più ampi e via libera ai singoli Stati a creare hub tramite accordi con Paesi terzi, con l’obbligo di rispettare i diritti umani e il non-refoulement — il divieto di rimandare una persona dove rischia persecuzioni. La Commissione ha però chiarito che l’Ue non parteciperà attivamente alla creazione dei centri. Bruxelles apre la porta e resta sulla soglia: il rischio politico e giudiziario dei centri ricade tutto sulle capitali.Le organizzazioni umanitarie attaccano il progetto. Amnesty International avverte che gli hub espongono i trasferiti a una protezione inadeguata e a violazioni. L’International Rescue Committee, dopo una visita a Gjadër in giugno, ha definito il modello albanese «un errore pericoloso», con detenzioni fino a 30 mesi e in alcuni casi senza termine. L’eurodeputata socialista tedesca Birgit Sippel parla di detenzione di massa, che coinvolge anche famiglie e minori. Il governo greco non ha risposto nel merito di queste accuse.Resta il disegno di fondo: cinque governi che, davanti a rimpatri che non funzionano, spostano il problema oltre il confine dell’Unione prima ancora di sapere in quale Paese. Bodskov l’ha detto senza giri di parole a Copenaghen: la difficoltà a rimpatriare non deve diventare un premio per chi resta. Il calendario è fissato, il regolamento c’è, la legge greca pure. Manca solo il pezzo che finora ha fatto naufragare tutti i tentativi precedenti: qualcuno che accetti di aprire la porta.