Ue, i ministri approvano i centri di espulsione fuori dall’Unione: solo la Spagna vota contro

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LUSSEMBURGO — Una giornata intera attorno al tavolo del Consiglio Giustizia e Affari interni, i ministri dei 27, il presidente di turno irlandese Jim O’Callaghan e il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner: in gioco c’era il pezzo più contestato della nuova politica migratoria europea, i centri di espulsione fuori dai confini dell’Unione. I ministri lo hanno approvato ieri in via definitiva. Un solo voto contrario, quello della Spagna; astenute Irlanda, Danimarca e Belgio.Il «Regolamento rimpatri», già passato al Parlamento europeo a giugno, entrerà in vigore nelle prossime settimane. Permette agli Stati di aprire, con accordi bilaterali con Paesi terzi, i cosiddetti «return hub», strutture dove trasferire chi ha ricevuto un ordine di espulsione, e amplia i poteri di detenzione. L’Italia, con i centri in Albania, è già operativa. Il voto di ieri sposta la frontiera dell’Unione fuori dall’Unione: il nodo, adesso, è trovare chi la ospita.A margine, il «gruppo dei cinque» — Danimarca, Germania, Austria, Grecia e Paesi Bassi — ha fatto il punto sui negoziati. «Sta procedendo molto bene, stiamo andando nella direzione giusta», ha detto il ministro danese Morten Bodskov, senza dettagli. Il collega tedesco Alexander Dobrindt ha parlato di colloqui «preliminari» e di accordi che «devono essere sostenibili nel lungo periodo» e reggere a eventuali cause legali, dicendosi fiducioso di una prima intesa entro fine anno. Il nome che circola è quello del Rwanda, con l’Uganda a seguire: «Molto probabilmente il primo Paese sarà il Rwanda», ha detto un deputato olandese. Per le organizzazioni umanitarie i centri rischiano di diventare «buchi neri legali», con migranti in limbo e scarsa supervisione.Madrid ha votato no, ma con una riserva tutta sua. Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska si è opposto perché il governo spagnolo non sostiene la limitazione del diritto d’asilo; nello stesso tempo, secondo fonti diplomatiche spagnole citate dal quotidiano catalano Ara, chiede all’Europa l’avallo dei «rifiuti alla frontiera», i respingimenti immediati praticati a Ceuta e Melilla. (A Ceuta, enclave spagnola sulla costa marocchina, a fine luglio sono entrate oltre 72.000 persone secondo i conti spagnoli; la maggior parte è rientrata, circa 10.000 sono rimaste.)La proposta di AteneÈ stato il ministro greco della Migrazione Thanos Plevris a portare in sala il secondo dossier: il «meccanismo di sostegno d’emergenza» voluto dal premier Kyriakos Mitsotakis. Scatterebbe quando gli arrivi irregolari crescono di colpo, le strutture locali sono sotto pressione e si prova che i flussi sono organizzati o agevolati da Paesi terzi; a quel punto le domande d’asilo verrebbero sospese, i rimpatri accelerati, Frontex schierata subito. «In questi casi ci deve essere una sorveglianza di frontiera rafforzata e la sospensione dell’asilo», ha detto Plevris a Reuters. Atene punta a inserirlo nella legge sulle emergenze annunciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione di settembre.La discussione è stata breve, ma Polonia, Germania, Austria e Danimarca si sono dette aperte. «Se 70.000 persone, soprattutto giovani uomini, arrivano in un giorno, è ovvio che non ha nulla a che fare con l’asilo», ha detto il ministro austriaco Gerhard Karner. Per l’olandese Bart van den Brink «in situazioni come Ceuta va trattata come una questione di gestione delle frontiere, non di asilo». Il Partito popolare europeo aveva dato il suo via libera il 29 settembre. Precedenti esistono: la Grecia ha sospeso l’asilo nel marzo 2020 e per tre mesi nell’estate 2025, la Polonia nel marzo 2025 per chi arriva dalla Bielorussia.L’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha già messo per iscritto che una sospensione violerebbe il principio di non respingimento e i diritti fondamentali; giuristi e organizzazioni della società civile parlano di rimpatri senza esame individuale, cioè di espulsioni collettive vietate dal diritto europeo. Dalla Spagna, chiamata in causa per Ceuta, nessuna replica nei resoconti. Sullo sfondo resta Frontex: Brunner ne ha chiesto l’espansione — più poteri, più fondi oltre gli 1,2 miliardi del 2026, più personale — con la proposta legislativa attesa il 28 ottobre, mentre gli attivisti hanno depositato nuove prove nella causa che accusa l’agenzia di passare dati di sorveglianza alla guardia costiera libica. Frontex replica che la sua sorveglianza salva vite.Il calcolo che tiene insieme le due partite sta nei numeri: le domande d’asilo sono in calo — circa 332.000 nel primo semestre 2026, il 17% in meno di un anno prima — e gli arrivi irregolari pure, ma i partiti anti-immigrazione crescono, come mostrano i risultati dell’estrema destra in Germania il mese scorso. A Copenaghen, il 4 settembre, i leader avevano fissato l’avvio della nuova politica al 2027. Dobrindt ha avvicinato l’asticella: il primo accordo entro fine anno.