Continuano a esserci molte voci che consigliano di “parlare con Putin” per raggiungere un “equilibrio degli interessi” con la Russia. Invece di “comprendere Putin”, però, serve conoscere la Russia spostando lo sguardo dalla superficie alle cause più profonde della guerra. Ciò che ci manca è la consapevolezza del carattere sistematico dell’aggressione russa. Il mio libro Perché la Russia non si fermerà, appena pubblicato dall’editore C.H. Beck, formula sette tesi e si immerge nella storia e nella cultura del Paese per offrire indicazioni alla politica di oggi. La tesi centrale è che la guerra sarebbe impensabile senza le lunghe tradizioni imperiali della Russia. Questo non significa che la guerra fosse predeterminata e inevitabile, ma che la storia costituisce la condizione di possibilità di una guerra del genere. Solo conoscendo il complesso imperiale della Russia si può spiegare perché Putin agisca come agisce, cioè sacrifichi senza scrupoli così tante vite umane: apparentemente solo per conquistare alcuni territori, in realtà nella convinzione di poter ripristinare il ruolo della Russia come grande potenza in Europa. E questo complesso imperiale rende purtroppo molto probabile che l’aggressione russa non finisca tanto presto. In che cosa consiste il complesso imperiale della Russia? Distinguo tre livelli: espansione territoriale, egemonia geopolitica e ideologia imperiale.Espansione territorialeDa un piccolo principato fondato a Mosca nel XIII secolo, nel giro di pochi secoli nacque un impero eurasiatico di dimensioni continentali. La straordinaria vastità dell’impero e la velocità della sua crescita lasciarono tracce profonde nella concezione che la Russia aveva di sé. Nel XIX secolo, geografi e storici russi risposero così alla domanda sulla natura della Russia: il nucleo dell’identità russa consisteva nell’espansione, nell’annessione e nell’incorporazione di territori sempre nuovi, nella formazione di un impero terrestre eurasiatico. Nel giugno 2025 alla domanda sulla sua politica verso l’Ucraina Putin rispose: “Dove mette piede lo stivale di un soldato russo, quello ci appartiene”. Chiarì così la rivendicazione russa sui territori occupati, ma anche che l’idea russa dello Stato non conosce confini. Fin dal XVI secolo, una delle strategie dell’espansione russa consiste nel rivendicare territori un tempo russi, facendo riferimento alla Rus’ di Kyiv, esistita dal IX al XIII secolo, che tuttavia non era uno Stato russo, bensì slavo orientale. Ma la Russia annesse e annette anche territori che non avevano mai avuto alcun legame con essa: il Caucaso, l’Asia centrale o la Crimea, che non era affatto originariamente russa, ma rimase ottomana fino al XVIII secolo. In un importante museo storico di Mosca, tutte le figure dei sovrani sono rappresentate su una mappa interattiva in base a un risultato: quanti chilometri quadrati abbiano aggiunto all’impero russo o sovietico. È naturale supporre che Putin voglia vedersi nella schiera dei grandi sovrani che spiccano su quella mappa: Pietro I, Caterina II e Stalin.EgemoniaIl 24 febbraio 2022 si è impresso profondamente nella nostra memoria, ma non il 17 dicembre 2021. Il ministero degli Esteri russo pubblicò due “progetti di trattato sulle garanzie di sicurezza” indirizzati alla Nato e agli Usa chiedendo di annullare l’adesione alla Nato degli Stati dell’Europa centro-orientale e dei Paesi baltici. Le richieste più importanti riguardavano l’Ucraina e la Georgia: a entrambe si sarebbe dovuto vietare per sempre l’ingresso nella Nato. Per l’Alleanza atlantica era impossibile accettare queste condizioni, perché contraddicevano il principio secondo cui ogni Stato è sovrano. La Nato non accolse le richieste ultimative e, due mesi dopo, la Russia attaccò l’Ucraina.Mosca combatte una guerra per i territori dell’Ucraina orientale e, allo stesso tempo, una guerra per l’egemonia in Europa. Il secondo aspetto viene spesso trascurato in Europa, benché ci riguardi direttamente. La storia della politica di potenza russa insegna bene come si possano rovesciare i rapporti di forza senza sparare un colpo. Lo spettro delle tecniche di potere che la Russia ha impiegato con successo è notevole. Mi soffermo su un esempio particolarmente rilevante per il presente.Nel XVII secolo, per Mosca il nemico era il regno di Polonia-Lituania, dove la nobiltà godeva di diritti di partecipazione in tutte le questioni pubbliche, approvava il bilancio ed eleggeva anche il re. Era quindi una rivale non solo sul piano della potenza, ma anche del sistema politico. Pietro I scelse di minare dall’interno la repubblica nobiliare. Le minoranze ortodosse presenti erano uno strumento adatto allo scopo. La Russia rivendicò il diritto di intervenire negli affari in qualità di protettrice dei cristiani ortodossi polacchi. La base di questa pretesa fu la “Pace eterna”, conclusa dalla Russia con la Polonia nel 1686 in cui si riconosceva il diritto alla “tutela” della popolazione ortodossa. La tolleranza religiosa divenne così un pretesto per minare la sovranità del Paese confinante. Negli anni Sessanta del Settecento, la politica russa, insieme alla Chiesa ortodossa, istigò la popolazione ortodossa delle regioni orientali contro Varsavia, per giustificare un intervento. Sulla base dei diritti di protezione rivendicati, nel 1772 la Russia intervenne militarmente e spartì la Polonia insieme alla Prussia e alla monarchia asburgica.Oggi Mosca strumentalizza le minoranze di etnia russa negli Stati vicini. Nel caso dell’Ucraina, la Russia si riallacciò direttamente al ruolo dell’impero zarista come protettore religioso. Nell’estate del 2009, il patriarca Kirill visitò l’Ucraina e parlò a lungo di “eredità comune” e “destino comune” di ucraini e russi: un richiamo certamente non casuale al ruolo svolto dal vescovo ortodosso Gervasij di Perejaslav per conto di Caterina II. Schemi simili si ripeterono con la “visita pastorale” del patriarca di Mosca Kirill in Ucraina. L’allora prima ministra ucraina Julija Tymošenko protestò contro la “visita di un imperialista che predica la dottrina mondiale neoimperiale russa”. La visita segnò l’inizio della riproposizione di un’agenda imperiale: piegare l’Ucraina con il pretesto di proteggere i russi che vi risiedono. La pretesa egemonica russa va ben oltre l’Ucraina. Fin dove si spinga lo lascia intuire il testo I fondamenti della geopolitica. Il futuro geopolitico della Russia, pubblicato nel 1997 dal più noto pensatore russo di politica estera, Aleksandr Dugin. Sostiene una politica d’influenza internazionale della Russia che impieghi sovversione, destabilizzazione e disinformazione. Non c’è un solo punto di questo catalogo di misure che la Russia non abbia messo in pratica.Ideologie imperialiA differenza dell’Urss, oggi la Russia non è più ufficialmente uno Stato ideologico, abolito con la Costituzione russa del 1993. Al posto del marxismo-leninismo è subentrata una pluralità di ideologie, introdotte da think tank, Chiesa ortodossa russa e anche amministrazione presidenziale. Ne risulta una concorrenza tra molte dottrine ideologiche che non ne riduce l’efficacia nel produrre un senso collettivo. Le dottrine, infatti, si completano a vicenda: il loro comune punto d’arrivo è lo Stato imperiale e l’enfasi sulla comunità al posto della società. Un esempio efficace di nuova ideologia post-sovietica è l’eurasiatismo. Esso presenta la Russia come una civiltà autonoma, superiore all’occidente nei suoi valori ma allo stesso tempo minacciata da esso. Un altro elemento è l’idea che l’occidente aspiri all’egemonia globale e voglia trasformare la Russia in una colonia di materie prime.Quanto la politica russa sia plasmata dall’ideologia emerge anche da singole figure vicine al Cremlino. Politica estera e ideologia si incontrano, per esempio, nella persona del politologo Sergej Karaganov, presidente onorario del presidium del Consiglio per la politica estera e di difesa che sostiene una politica offensiva nei confronti delle minoranze russe all’estero. Già nel 2005 si pronunciò a favore di un “neoimperialismo collettivo”, nel quale le pretese delle grandi potenze avrebbero dovuto essere regolate esclusivamente tra Mosca, Washington e Pechino, senza riguardo per il diritto internazionale e per gli interessi delle potenze piccole e medie. Da allora si è presentato sempre più come un convinto eurasista, sostenendo un’intesa strategica tra Pechino e Mosca. “Purtroppo non possiamo rinunciare (al ruolo di grande potenza): negli ultimi 300 anni questo status è diventato parte della nostra eredità. Vorremmo essere il centro di una grande Eurasia, una zona di pace e cooperazione. Di questa eurasia farà parte anche il subcontinente Europa”. Per Karaganov, l’invasione russa dell’Ucraina è parte di una più ampia guerra difensiva della Russia contro l’occidente. Ha ripetutamente sostenuto la necessità di attacchi nucleari contro gli Stati che appoggiano l’Ucraina, “come rappresaglia per i loro atti di aggressione passati e presenti”.Anche i miti politico-religiosi legittimano l’impero. Il principale attore è la Chiesa ortodossa russa che idealizza il proprio ruolo di forza che sostiene lo Stato e diffonde il mito della Santa Russia. Dal suo insediamento nel 2009, il patriarca Kirill I ha politicizzato sistematicamente la Chiesa. Questo è particolarmente evidente dall’invasione russa del 2022: manda migliaia di sacerdoti al fronte per influire sul morale delle truppe; in alcuni casi, i sacerdoti stessi combattono. Nel suo nuovo libro “Guerra al di là delle cause e degli effetti visibili”, Kirill I scrive del “significato e delle conseguenze redentrici della guerra”. Il popolo russo, secondo Kirill, ha la responsabilità di “non sottrarsi all’obbligo storico di essere vincitore”. Concepisce la guerra contro l’Ucraina come la prosecuzione della “guerra rimasta incompiuta” contro la Germania nazista.ConclusionePutin non è un precursore del pensiero strategico, ma il rappresentante di un discorso imperiale che oggi plasma la Russia più che mai. Si vuole recuperare la grandezza passata e con essa giustificare i sacrifici che la guerra impone alla popolazione. La storia imperiale rappresenta un’importante risorsa di cui la politica russa si serve in modo manipolatorio, ma anche una prigione discorsiva in cui essa stessa è rinchiusa. Putin ha iniziato la guerra definendola “operazione militare speciale”. Solo dopo le elezioni della Duma di una settimana fa è comparso sui giornali russi anche il termine “guerra”, che Putin evita per rassicurare la propria popolazione. In realtà punta a una grande cesura epocale: la fine del mondo occidentale e l’ascesa di un nuovo mondo dei “valori tradizionali”, dominato dalla Russia e dalla Cina. Questa missione si ricollega a una teologia politica della Russia come “Terza Roma” e, allo stesso tempo, prosegue in modo nuovo l’escatologia dello Stato rivoluzionario sovietico. Nella Russia di Putin, la storia ha di nuovo un fine da conquistare attraverso la lotta. Questa volta non si tratta di realizzare un ideale socialista, ma, al contrario, una concezione patrimoniale della società che vorrebbe riportarla indietro, oltre la modernità.La Russia non si fermerà: molti non vorranno sentire questa verità scomoda. È fin troppo diffusa la speranza che, una volta taciute le armi, si possa tornare alla normalità, anche perché la prospettiva di energia russa a basso costo è più che allettante per un’economia sotto pressione. Ma, per la sicurezza dell’Europa, una simile valutazione errata delle motivazioni russe sarebbe fatale. L’ingenuità di fronte alle strategie del Cremlino, profondamente radicate nella storia e concepite sul lungo periodo, è estremamente pericolosa: mette a rischio la nostra sicurezza e la nostra libertà in Europa. Serve una coerente politica di contenimento: se fosse stata adottata già prima del 2014 e del 2022, si sarebbero forse potute evitare molte sciagure. L’aggressione russa, e questa è la buona notizia, può essere fermata se le si oppone una forza pari alla sua e se ciò viene compreso anche a Mosca. Solo così si potrà arrivare a un cessate il fuoco sostenibile. Una pace duratura sarà possibile, in una prospettiva più lunga, soltanto se la Russia si libererà delle proprie tradizioni imperiali.