Le “rotte del rave” pulsano ancora: Pierfrancesco Pacoda

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Per molti è stato un testo seminale, una rivelazione; per altri, all’epoca già più introdotti, è stato un gran bel momento in cui tutta una serie di “semisegreti per iniziati” è finita nel mainstream, ovvero su un editore major come Feltrinelli, e però per fortuna lo ha fatto grazie ad una persona onesta, curiosa ed appassionata, non qualche giornalista che vuole solo superficialmente sfruttare la pruriginosa moda del momento. Insomma, il “Sulle rotte del rave” scritto da Pierfrancesco Pacoda è stato ed è un volume importante, uno di quei punti di riferimento che all’epoca magari è stato concepito per girare informazioni, ma nel tempo è durato e dura ancora perché ha descritto benissimo un’etica, un modo ed un’attitudine. WUDZ, casa editrice legata all’ottima Woodworm, ha deciso di ristamparlo in questo 2026: lo ha fatto aggiungendoci una prefazione di Vanni Santoni, un fuoriclasse ed un’autorità in materia, e per il resto il libro è stato conservato così com’era, con il bonus di una interessante postafazione di Pier Luigi Sacco. Fidatevi: anche nei giorni nostri può essere una bussola emozionale/attitudinale di pregio, da recuperare se non l’avete mai incrociata. Ne abbiamo parlato con l’autore, chiedendogli anche conto dell’uso un po’ elastico della parola “rave“.(Pierfrancesco Pacoda; continua sotto)Da dove è nata la decisione di ristampare “Sulle rotte del rave”? E quanto ti sei posto il problema della (in)attualità di una operazione del genere?Tutto è nato sulla spinta dell’interesse che si è ricreato intorno al tema dei rave dopo il decreto anti rave del governo, che, credo, sia l’unico nel pianeta dopo il famoso Criminal Justice Bill del 1994 che in Inghilterra definì persino la musica techno con l’espressione, diventata celebre, ‘repetitive beats’. Sono stato sollecitato a raccontare il mio punto di vista (che, lo preciso subito, è solo storiografico e non legato all’attualità) da Matteo Cruccu, del Corriere della Sera, che su questo argomento mi intervistò. Da allora, è stato un susseguirsi di inviti a parlare di cosa fossero i rave adesso: argomento che, lo dissi allora, e lo ripeto adesso, andrebbe trattato da un adolescente che li frequenta.Come mai però la decisione all’epoca di usare la parola “Rave”? Perché per molti versi il libro non è di rave che parla, o non solo di essi…Si, il libro non parla solo di rave, la scelta fu dell’editore di allora, Feltrinelli. Il libro faceva parte della collana Traveller, e cosi’ andava a va inteso: un viaggio in una scena che diventava, per la prima volta, nelle cosiddette subculture giovanili, globale, scopriva nuove geografie, faceva irrompere sulla mappa territori come Goa, Bali, le foreste dell’Amazzonia, una Budapest “segreta”…Se ripensi al Pierfrancesco di quegli anni, quelli in cui ha scritto questo libro, quanto è diverso dal Pierfrancesco di oggi?A parte il fatto anagrafico, quello che conservo è la curiosità, il piacere e il desiderio della scoperta, il gusto dell’attraversare spazi culturali non solo nella musica, tutte cose che continuano ad affascinarmi. E di questo, e lo dico con sincerità, magazine come come Soundwall aiutano molto con le loro suggestioni.Beh, grazie davvero. Quanto invece è cambiata la scena che hai descritto in maniera così vivida? Potrebbe esistere oggi un “Sulle rotte del rave 2.0”, scritto magari da un tuo simile con venti, venticinque anni in meno?La scena è cambiata, da un lato, in maniera irreversibile, con i dj che sono diventati pop star e con il declino, di cui spesso voi vi siete occupati, dell’idea del “club”. Ma penso che abbiamo di fronte in ogni nazione dj, club e produttori sotterranei per i quali la musica elettronica è anche un atto politico e che potrebbero essere oggetto di uno studio.(Pierfrancesco durante la presentazione del libro a Jazz:Re:Found; continua sotto)Fra i mille affascinanti viaggi ed episodi che arricchiscono il libro, ne hai qualcuno a cui sei particolarmente affezionato?Sono tantissimi. Da un punto di vista puramente edonistico, le feste alla Winter Music Conference di Miami, in particolare quella per il lancio del disco dei Masters at Work; e poi le serate al Blue Note di Londra, che ho avuto la fortuna negli anni di Metalheadz di Goldie, per una serie di casualità, di vivere dall’interno, grazie all’amicizia con Sav Remzi, che lo gestiva. Non si tratta di rave, ma sono i ricordi più belli.Il mondo che descrivi aveva spesso l’innocenza e l’entusiasmo delle esperienze nuove, pionieristiche, per quanto con rimandi ad esperienze (contro)culturali precedenti. Oggi molto di quanto hai raccontato è diventato (anche) industria, un comparto di business che sforna fatturati e professionalità. È possibile mantenere ancora la magia, o una sorta di “età dell’oro” o almeno “età dell’innocenza” è andata definitivamente perduta?Ne sono convinto, che la magia ancora esista. E non solo per l’inguaribile ottimismo, anche di fronte all’evidenza, che è in me. Lo dicevo a proposito del cambiamento della scena: bisogna cercare nuovi ritmi fuori dalle rotte tracciate. E sì, è ancora possibile farlo.The post Le “rotte del rave” pulsano ancora: Pierfrancesco Pacoda appeared first on Soundwall.