Dalla Serie A alla Superlega greca. Dopo 225 partite nel massimo campionato italiano e una carriera internazionale passata anche da Champions League, Europei, Mondiali e Olimpiadi, Paolo Valeri ha scelto di ripartire. Dal 2024 il quarantottenne romano è responsabile del Var e vicepresidente del settore arbitrale della Superlega, con il compito di intervenire sulla qualità delle decisioni arbitrali e più in generale sull’intero sistema di relazioni che circonda direttori di gara e Var. Un incarico diventato nel frattempo un progetto di medio-lungo periodo, elemento tutt’altro che secondario in un movimento caratterizzato storicamente da equilibri instabili: «Sono in Grecia dal 2024 e me ne sono innamorato – ha raccontato a Il Messaggero -, anche perché per lavorare il presidente federale Gkagkatsis mi ha dato ciò che aveva promesso: carta bianca. E ora ho rinnovato fino al 2028».L’egemonia dei big clubLa governance del calcio greco ruota infatti intorno al peso esercitato dalle quattro principali società del Paese capaci di influenzare le decisioni strategiche della competizione e di condizionare i rapporti di forza all’interno delle istituzioni sportive.«Qui prima viene l’amore per la squadra di calcio e di basket, poi quello per la mamma. C’è molta più passione che da noi. Gkagkatis è uno dei pochi rimasto in carica per più di due anni, perché hanno sempre comandato i grandi club, e continuano a farlo. Panathinaikos, Olimpiacos, Aek e Paok per regolamento decidono un po’ tutto, con il benestare delle altre».La concentrazione del potere sportivo trova una rappresentazione anche nell’albo d’oro. In un secolo soltanto quattro squadre esterne al gruppo dominante sono riuscite a conquistare il campionato, con il Larissa ultimo club capace di interrompere l’egemonia nel 1988. Da quando esiste la Superlega, invece, il titolo non è mai uscito dal perimetro delle grandi.Le problematiche del calcio grecoIl lavoro affidato a Valeri si è quindi inserito in un ecosistema segnato da una forte polarizzazione, nel quale la credibilità dell’arbitraggio è diventata una delle condizioni necessarie per ridurre la conflittualità tra società, federazione e tifoserie. Un problema reso ancora più complesso dalla sovrapposizione tra proprietà calcistiche, gruppi televisivi e testate giornalistiche.«Un ambiente che aveva avuto problemi di corruzione, ma anche aggressioni fisiche: gambizzazioni, case bruciate, bombe sotto le auto. E poi i media: se i più cattivi giornalisti italiani venissero in Grecia, lavorerebbero per “Famiglia Cristiana”. Qui pubblicano tante fake news, da presunte amanti a false registrazioni degli audio dei Var, che non sono pubblici come in Italia. Tenga conto che i proprietari di alcuni club hanno tv e giornali, quindi possono alzare polveroni amplificati dai social. Se quereli, se la cavano con una lettera di scuse».Per contenere il rischio che le decisioni arbitrali vengano interpretate esclusivamente attraverso la comunicazione dei club, la nuova gestione ha introdotto un meccanismo di accesso diretto agli audio Var. Le registrazioni non vengono pubblicate, ma le società possono richiederne l’ascolto, trasformando uno strumento inizialmente percepito come opaco in un canale di confronto istituzionale.«Così abbiamo deciso che gli audio sono a disposizione delle società che, su richiesta, possono venire ad ascoltarli. E questo ha aumentato la fiducia. E poi abbiamo un presidente che ci difende».La tutela dell’autonomia delle designazioni è diventata uno dei primi banchi di prova: «Alla prima designazione, per il match fra Panathinakos e Atromitos avevamo scelto Sidiropoulos, il top. Ebbene, dopo dieci minuti il presidente dell’Atromitos comunica che se non si cambiava arbitro, non si sarebbero presentati. Per fortuna Gkagkatis annunciò subito che, in caso di assenza, la partita sarebbe stata persa a tavolino. Il precedente designatore, Bennett, si dimise invece perché il presidente lo obbligò a cambiare una designazione».Le misure intraprese da ValeriLa diffidenza nei confronti dei direttori di gara locali rimane tuttavia radicata. Il regolamento prevede che i confronti diretti tra le quattro grandi vengano affidati ad arbitri stranieri, una soluzione costruita per contenere le polemiche ma che, nel tempo, ha contribuito a certificare la perdita di credibilità del movimento nazionale.«Le piccole spesso si lamentano e chiedono arbitri stranieri, come quelli che per regolamento devono dirigere i confronti diretti delle quattro grandi, che purtroppo non si fidano degli arbitri greci. Ma in questa stagione speriamo di farli tornare, come è successo nelle finale di Coppa e Supercoppa, che sono andate benissimo».Il nodo principale resta quello dell’indipendenza psicologica. In passato un errore commesso contro una grande poteva tradursi in mesi senza designazioni, con conseguenze economiche particolarmente pesanti in un Paese nel quale il compenso per una singola gara supera lo stipendio medio mensile.«Abbiamo trovato arbitri terrorizzati di sbagliare contro una grande perché stavano a casa quattro mesi. Tenga conto che prendono mille euro lordi a partita quando qui lo stipendio medio è di 700 euro. Intendiamoci, la sudditanza in qualche caso è riemersa, ma noi li fermiamo senza dirlo ai giornali, come invece succede in Italia. E i frutti si vedono».Gli episodi estremi e la scelta di trasferirsiIl sistema greco continua comunque a confrontarsi con un passato caratterizzato da episodi estremi. Nel 2018 il governo arrivò a sospendere il campionato dopo l’ingresso in campo armato del proprietario del Paok Ivan Savvidis. Gli incidenti hanno prodotto negli anni limitazioni alle trasferte, chiusure degli impianti e un intervento pubblico diretto anche nel finanziamento delle tecnologie arbitrali.«C’è chi è entrato in campo con la pistola. Pensi che nel 2018 il governo ha chiuso gli stadi per gli incidenti, ora sono sempre vietate le trasferte dei tifosi ospiti nei big match e appunto è stato introdotto il Var, che fino allo scorso anno era pagato addirittura dallo Stato».Il percorso all’estero di Valeri si inserisce inoltre in una tendenza che ha coinvolto diversi protagonisti dell’arbitraggio italiano. Pierluigi Collina, Roberto Rosetti, Nicola Rizzoli e Massimiliano Irrati hanno assunto incarichi internazionali o presso federazioni straniere, mettendo competenze sviluppate in Italia a disposizione di sistemi che hanno offerto loro ruoli e margini di intervento più ampi.«Nel 2024 ho comunicato che mi era arrivata una offerta e mi è stato detto “in bocca al lupo”, mica: “ci serviresti qui”. Messina e Orsato, comunque, sono ottime scelte, e Rocchi ha lavorato bene, tenendo conto che c’è poca collaborazione da parte dei calciatori».Lo sguardo sul calcio italianoSecondo Valeri, il problema italiano non riguarda soltanto la qualità dei dirigenti, ma il percorso attraverso il quale gli ex arbitri vengono inseriti nelle strutture tecniche. «La Serie A non è per tutti, così come il Var. Non è perché hai arbitrato in A, smetti e vai a Lissone, il miglior centro Var europeo, però in Italia funziona così».Le difficoltà dell’arbitraggio italiano sono tornate al centro del dibattito anche per l’avvicendamento ai vertici dell’Associazione italiana arbitri. «Malagò è la scelta giusta, ma il lavoro sarà difficile perché deve ricostruire un ambiente che oggi ha pochissima credibilità».Il tema diventa ancora più urgente nelle categorie inferiori, dove l’assenza di copertura televisiva, sicurezza e controllo istituzionale espone gli arbitri a un rischio maggiore di aggressioni. Per Valeri, le sanzioni attuali non sono sufficienti a modificare i comportamenti e servirebbe un sistema capace di attribuire una responsabilità diretta anche alle società.«Io radierei a vita chi lo fa e cancellerei la squadra dal campionato. Cominciamo così e poi vediamo che succede. Vale anche per chi fa incidenti: niente Daspo, in galera per tre anni».L’incarico in Grecia di Valeri va oltre la gestione delle designazioni e del Var. L’obiettivo è intervenire sui rapporti tra club, istituzioni, media e tifoserie, restituendo agli arbitri uno spazio di autonomia decisionale.