The Odyssey è senza dubbio uno dei film più ambiziosi della carriera di Christopher Nolan. Il regista porta sul grande schermo il poema di Omero con l’imponenza visiva che da sempre caratterizza il suo cinema, ma in diversi passaggi sceglie di allontanarsi dal racconto originale. Alcune intuizioni funzionano sorprendentemente bene, altre hanno lasciato più di un dubbio, soprattutto tra chi conosce l’Odissea e in certi momenti ha fatto fatica a riconoscere il mito.I Lestrigoni sembrano usciti da un fantasy più che dall’OdisseaFra tutte le libertà che Nolan si concede, quella dedicata ai Lestrigoni è probabilmente la più evidente. Nel film compaiono per pochi minuti, quasi senza dialoghi, nascosti in una sequenza tanto spettacolare quanto misteriosa. Sono enormi guerrieri completamente rivestiti da armature metalliche, figure imponenti che ricordano molto più l’immaginario fantasy contemporaneo che quello della Grecia arcaica. Per molti spettatori, infatti, riconoscerli non è stato affatto immediato. Quelle corazze integrali, le placche argentate e la loro imponenza li fanno assomigliare più a combattenti usciti dalla penna di J.R.R. Tolkien che ai Lestrigoni descritti da Omero.Eppure, nell’Odissea, il loro episodio rappresenta uno dei momenti più drammatici dell’intero viaggio di Ulisse. Non sono guerrieri corazzati, ma un popolo di giganti antropofagi guidati dal re Antifate. Dopo aver attirato gli Achei all’interno di un porto naturale, li assalgono dall’alto delle scogliere, scagliando enormi massi sulle navi e divorando gli uomini sopravvissuti. È un massacro che segna quasi la fine della spedizione: tutte le imbarcazioni vengono distrutte, tranne quella dello stesso Ulisse, rimasta prudentemente all’esterno del porto.Nel film tutto questo viene profondamente semplificato. Nolan elimina il celebre assalto alle navi e sostituisce i giganti con una forza militare organizzata, trasformando quella che nel poema è una carneficina quasi primordiale in uno scontro dall’estetica decisamente più moderna.Una scelta che probabilmente risponde anche a un’esigenza narrativa. Dopo aver mostrato Polifemo, introdurre un secondo popolo di giganti avrebbe rischiato di creare una certa ripetitività visiva. Trasformare i Lestrigoni in guerrieri corazzati permette invece al regista di differenziare gli antagonisti e costruire una scena immediatamente riconoscibile. Resta però la sensazione che, in questa rilettura, uno degli episodi più brutali dell’Odissea perda buona parte della sua identità originaria.foto: upi mediaL’armatura di Agamennone è magnifica, ma sembra arrivare da un’altra epocaSe i Lestrigoni rappresentano la libertà narrativa più evidente, l’armatura di Agamennone è forse quella che salta maggiormente agli occhi sul piano estetico. Dal punto di vista cinematografico funziona perfettamente. Imponente, scura, ricca di dettagli e capace di conferire al sovrano di Micene un’autorità quasi sovrumana. Il problema è che quell’armatura ha ben poco a che vedere con l’immaginario miceneo o con le ricostruzioni storiche dell’Età del Bronzo.Più che il comandante acheo raccontato da Omero, l’Agamennone di Nolan sembra quasi un antenato del Cavaliere Oscuro. La silhouette massiccia, le linee severe e l’impatto visivo richiamano un’estetica che guarda molto più al fantasy contemporaneo e al cinema supereroistico che al mondo della guerra di Troia.Naturalmente Nolan non è interessato a realizzare un documentario archeologico. L’obiettivo è costruire immagini potenti, capaci di comunicare immediatamente il peso politico e militare dei personaggi. Da questo punto di vista la scelta è perfettamente coerente con il suo cinema. Ma anche qui emerge una costante che attraversa tutto il film: la ricerca della forza visiva finisce spesso per prevalere sulla fedeltà al testo originale.Foto: upi mediaCalipso e i Lotofagi: la modifica che cambia il significato del viaggioLa libertà narrativa più significativa, però, riguarda un altro passaggio del racconto, molto meno evidente rispetto alle armature o alle battaglie. Nel film Nolan sceglie infatti di fondere due episodi completamente distinti dell’Odissea: quello dei Lotofagi e quello della ninfa Calipso.Nella sua versione è il fiore di loto a trattenere Ulisse sull’isola di Ogigia. Perdendo progressivamente la memoria, l’eroe dimentica il peso della guerra, le responsabilità e perfino il desiderio di tornare a Itaca, rimanendo accanto a Calipso per sette lunghi anni.È una soluzione narrativa efficace, perché rende immediatamente comprensibile allo spettatore il lungo periodo trascorso sull’isola e rafforza il tema del trauma, molto caro al cinema contemporaneo. Ma è anche uno degli allontanamenti più marcati rispetto al poema di Omero.Nell’Odissea originale accade qualcosa di molto diversoNel poema di Omero l’episodio dei Lotofagi arriva molto prima. Ulisse è ancora insieme al suo equipaggio quando approda nella terra dei mangiatori di loto. Alcuni uomini assaggiano il frutto e perdono immediatamente il desiderio di tornare a casa. Non ricordano più Itaca, non pensano più alle loro famiglie e vorrebbero restare per sempre su quell’isola. È però lo stesso Ulisse a trascinarli con la forza sulle navi e a riprendere il viaggio. L’episodio si conclude lì.Calipso entra in scena soltanto molto tempo dopo e la sua storia è completamente diversa. L’eroe naufraga sull’isola di Ogigia dopo aver perso tutti i suoi compagni. È solo, la ninfa si innamora di lui e decide di trattenerlo con sé. Non lo fa con un incantesimo né con il fiore di loto, ma offrendogli qualcosa che nessun mortale potrebbe rifiutare: l’immortalità. È una differenza tutt’altro che secondaria.Nel film Ulisse rimane perché dimentica chi è. Nell’Odissea, invece, ricorda perfettamente tutto. Ed è proprio questo il suo tormento. Ogni giorno guarda il mare con nostalgia, pensando a Penelope e a Itaca. Il desiderio di tornare a casa diventa più forte perfino della promessa di vivere per sempre. È il significato stesso del nostos, il ritorno, il cuore dell’intero poema omerico.Alla fine sono gli dei a intervenire. Atena convince Zeus ad aiutare il suo protetto e il padre degli dei invia Hermes a Ogigia con un ordine preciso: Calipso deve lasciarlo andare.Anche il modo in cui il film racconta le avventure di Ulisse cambia sensibilmente. Nolan affida gran parte del racconto ai dialoghi con Calipso, mentre nell’Odissea è durante il celebre banchetto alla corte dei Feaci che l’eroe ripercorre il proprio viaggio, narrando in prima persona gli incontri con Polifemo, Circe, i Lestrigoni, le Sirene e tutte le altre prove affrontate lungo il cammino.foto: upi mediaL’assenza di Circe cambia l’equilibrio del viaggioAnche Circe esce ridimensionata dalla rilettura di Nolan. La maga è presente nel film, ma il suo episodio viene notevolmente condensato. Se nel poema di Omero Ulisse e i suoi uomini rimangono sull’isola di Eea per un anno intero, nel kolossal il soggiorno si esaurisce in poche scene e il viaggio riprende quasi immediatamente.Una scelta comprensibile dal punto di vista cinematografico, ma che finisce per ridurre il ruolo di uno dei personaggi più importanti dell’Odissea, trasformando una lunga parentesi fondamentale nella formazione dell’eroe in un semplice passaggio del racconto.The Odyssey di Nolan: grande cinema, poca OdisseaLe libertà che funzionano davveroNon tutte le invenzioni di Nolan, però, fanno discutere. Alcune riescono addirittura ad arricchire il mito senza tradirne lo spirito. La più riuscita è probabilmente la spilla che Penelope dona a Ulisse prima della partenza per Troia. Nel poema di Omero non esiste nulla di simile, eppure quel piccolo oggetto diventa uno dei simboli più efficaci dell’intero film. È il filo invisibile che continua a unire marito e moglie anche quando migliaia di chilometri e vent’anni li separano.Una trovata semplice, ma capace di rafforzare emotivamente il legame tra i due protagonisti senza alterare il significato della loro storia. Ed è proprio qui che emerge il paradosso di The Odyssey. Quando Nolan inventa nuovi elementi che dialogano con Omero, spesso il risultato convince. Quando invece modifica episodi centrali del poema, il rischio è che il mito perda parte della sua riconoscibilità.Christopher Nolan, il regista che ci ha riportati al cinema: perché oggi il suo nome conta più del castUn grande film, ma un’Odissea molto personaleQuesto, naturalmente, non toglie nulla al valore di The Odyssey. Nolan firma un kolossal ambizioso, visivamente straordinario e ricco di intuizioni narrative che confermano ancora una volta la sua capacità di trasformare un classico della letteratura in un grande spettacolo cinematografico.Proprio perché il film raggiunge spesso risultati così alti, alcune libertà creative finiscono per risaltare ancora di più. I Lestrigoni trasformati in guerrieri fantasy, l’armatura di Agamennone dal gusto decisamente anacronistico e la fusione tra gli episodi di Calipso e dei Lotofagi sono scelte che possono lasciare perplessi, soprattutto chi conosce il poema di Omero.Del resto, ogni adattamento è anche un’interpretazione. Nolan non si limita a trasporre l’Odissea sul grande schermo: la rilegge attraverso il proprio immaginario, scegliendo cosa conservare, cosa modificare e cosa reinventare. In molti casi il risultato è brillante, in altri ci si ritrova a cercare il mito tra soluzioni narrative molto personali. Ma è forse proprio qui che si misura la forza del suo cinema: non nella fedeltà assoluta al testo, bensì nella capacità di riaccendere il dibattito su un’opera che, dopo quasi tremila anni, continua ancora a far discutere.Matilda De Angelis: «Il cinema deve tornare a raccontare la società»| Da Rumors.it