L’ambiguità sull’intelligenza artificiale ha un costo strategico. L’analisi di Irdi

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Le domande sollevate dalla partecipazione del direttore generale di AgID, Mario Nobile, alla World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai hanno riportato al centro del dibattito un tema destinato a diventare sempre più rilevante: fino a che punto è ancora possibile muoversi tra gli ecosistemi dell’intelligenza artificiale sviluppati da Stati Uniti e Cina senza compiere una scelta strategica?Per Beniamino Irdi, ceo di HighGround e Senior Fellow del German Marshall Fund degli Stati Uniti, questa domanda non riguarda soltanto l’Italia. Riguarda, più in generale, il modo in cui governi, imprese e istituzioni stanno affrontando una competizione tecnologica destinata a ridefinire gli equilibri geopolitici dei prossimi decenni.Oltre la Guerra fredda“L’intelligenza artificiale sta diventando uno dei principali ambiti della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina”, osserva Irdi. Il paragone più immediato è quello con la Guerra fredda e con la corsa agli armamenti nucleari. Ma, a suo giudizio, l’analogia regge soltanto fino a un certo punto.“L’intelligenza artificiale, rispetto alle armi nucleari, ha la caratteristica di essere una tecnologia trasversale, capace di incidere su tutti i settori industriali ed economici. Per questo il dilemma è ancora più acuto”, spiega. La leadership nell’AI, infatti, non determinerà soltanto gli equilibri militari, ma la competitività economica, industriale e tecnologica di intere economie.Secondo Irdi, un paragone più utile è quello con la Belt and Road Initiative. Prima attraverso le infrastrutture fisiche e poi attraverso quelle digitali, Pechino ha costruito negli ultimi anni una rete di relazioni, soprattutto nel Sud globale, trasformando gli investimenti infrastrutturali in uno strumento di influenza strategica. “L’obiettivo non è offrire il prodotto più sofisticato”, afferma. “L’obiettivo è diventare il fornitore predefinito, fissare gli standard e trasformare un’adozione diffusa in una leva politica ed economica.”A suo giudizio, è esattamente questa la logica che oggi la Cina sta applicando all’intelligenza artificiale. Più che contendere agli Stati Uniti la leadership assoluta sui modelli di frontiera, Pechino punta a rendere il proprio ecosistema il più accessibile possibile attraverso modelli open source, costi contenuti e un’ampia diffusione internazionale. L’obiettivo, sostiene Irdi, è massimizzare l’adozione delle proprie tecnologie e consolidare, nel tempo, un vantaggio strategico.La partita degli standardÈ proprio questa strategia, secondo Irdi, a spiegare perché la competizione sugli standard sia destinata a diventare importante quanto quella sui semiconduttori e sulla capacità di calcolo.“La potenza di calcolo e i semiconduttori rappresentano l’hardware del potere”, osserva, ricordando come gli Stati Uniti mantengano ancora un vantaggio significativo nei modelli più avanzati, nei chip e nelle infrastrutture cloud. “Ma standard, framework di governance e partnership tecnologiche riguardano invece la diffusione delle tecnologie. Ed è su questo livello che la Cina ha scelto di competere”.Per Irdi, iniziative come la promozione dei modelli open source o la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organization, istituita a Shanghai, non rappresentano semplicemente strumenti di cooperazione internazionale. Fanno parte di una strategia più ampia attraverso la quale Pechino punta a influenzare la governance globale dell’intelligenza artificiale, soprattutto nei confronti dei Paesi emergenti. “L’obiettivo è dettare le condizioni, diventare l’opzione predefinita e trasformare questa posizione in una leva strategica”, conclude.Perché l’ambiguità ha un costoSe gli standard stanno diventando il terreno sul quale si consolidano gli ecosistemi tecnologici, secondo Irdi si riduce inevitabilmente anche lo spazio per rinviare le scelte strategiche. “Esiste ancora un margine significativo per interagire con entrambi gli ecosistemi dell’intelligenza artificiale quando si parla di singoli strumenti, modelli, applicazioni commerciali o ricerca”, osserva. “Ma questo margine si riduce enormemente quando le decisioni riguardano gli standard, le pubbliche amministrazioni e i framework di governance”.Il motivo, spiega, è che queste scelte sono molto più difficili da invertire rispetto all’adozione di un singolo modello o di un’applicazione. Una volta che sviluppatori, amministrazioni pubbliche e fornitori si sono standardizzati attorno a un determinato ecosistema tecnologico, la decisione strategica è, di fatto, già stata presa, anche senza una scelta politica esplicita.“Il pericolo”, avverte, “non è soltanto che la scelta stia diventando binaria. È che venga determinata automaticamente da decisioni che continuano a essere considerate reversibili”. Secondo Irdi, è proprio questo uno degli equivoci più diffusi nel dibattito sull’intelligenza artificiale. Si tende a pensare che i governi possano continuare a mantenere un equilibrio tra ecosistemi concorrenti. In realtà, le decisioni sugli standard, sulla governance e sulle infrastrutture finiscono progressivamente per restringere quello spazio di manovra, fino a renderlo quasi inesistente.Quando il mercato decide al posto della politicaÈ da questa dinamica che nasce quella che Irdi considera una delle conseguenze più sottovalutate della competizione tecnologica. “L’ambiguità non è una posizione neutrale. Ha un costo”.A suo giudizio, molti governi ritengono che mantenere una posizione ambigua consenta di preservare una maggiore flessibilità. In realtà, sostiene, l’ambiguità produce un effetto opposto: lascia al mercato il compito di orientare le scelte strategiche.“Quando i governi non forniscono una direzione strategica chiara, il mercato si orienta automaticamente verso l’opzione economicamente più conveniente e più accessibile”, spiega. “Nel breve periodo, la convenienza economica tende a prevalere su quella che dovrebbe essere una strategia di lungo termine”.Secondo Irdi, proprio questo meccanismo rischia di creare forme di dipendenza tecnologica senza che vi sia mai stata una decisione politica consapevole. Pubbliche amministrazioni, università, piccole e medie imprese e amministrazioni locali tenderanno infatti ad adottare l’ecosistema che presenta le minori barriere economiche e operative, trasformando l’accessibilità in un vantaggio geopolitico e non soltanto commerciale.Il paradosso, avverte, è che uno Stato potrebbe ritrovarsi progressivamente intrappolato tra due ecosistemi. “Se uno Stato decide di rimanere formalmente allineato all’ecosistema tecnologico di frontiera, ma senza fornire al mercato un indirizzo concreto, il risultato può essere il peggiore possibile”, osserva Irdi. Da un lato, quel Paese rischia di non essere considerato un partner pienamente affidabile nei contesti in cui si discutono standard, tecnologie sensibili e sicurezza. Dall’altro, potrebbe sviluppare una dipendenza crescente da un ecosistema alternativo che non è mai stato realmente scelto, ma che si è imposto attraverso le dinamiche del mercato.