Menenio Agrippa e la lezione dimenticata sull’immigrazione. Il racconto di Cazzola

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Nel 494 a.C. i plebei romani abbandonarono la città per protestare contro i debiti e i soprusi dei patrizi e si ritirarono sull’Aventino. La (prima) secessione della plebe rientrò ad opera del console e senatore Menenio Agrippa, il quale convinse i rivoltosi a tornare a Roma raccontando il celebre “apologo”, in cui paragonava la società romana a un corpo umano. La metafora sembrava un trattato di medicina ante litteram, ma fu convincente. Un tempo, narrò Menenio Agrippa, le membra del corpo umano si ribellarono allo stomaco, accusandolo di rimanere ozioso mentre loro faticavano per nutrirlo. Decisero così di smettere di portargli cibo.Molto presto, però, le membra e l’intero corpo si indebolirono fino a deperire: lo stomaco, infatti, non consumava passivamente le energie, ma distribuiva il nutrimento a tutto l’organismo. La morale della favola fu subito chiara ai plebei: patrizi e plebei sono come le parti di uno stesso corpo, dipendenti l’uno dall’altro. Se una fazione prevale distruggendo l’altra, l’intero Stato perisce. Grazie a questa metafora, la plebe decise di scendere a patti. La mediazione ebbe successo e portò a un risultato storico importantissimo per la storia di Roma: l’istituzione dei tribuni della plebe, magistrature speciali create per tutelare i diritti della classe plebea. E’ bene precisare che le istituzioni nella Roma della repubblica avevano un carattere e un ruolo conflittuale e che lo scontro tra il Senato e i tribuni della plebe continuò a lungo fino all’impero.Anche oggi sarebbe necessario l’intervento di un Menenio Agrippa, ma a parti invertite, nel senso che dovrebbe spiegare a quella società signorile di massa (copyright Luca Ricolfi) che è l’Italia ad aver bisogno dell’apporto dell’immigrazione per evitare il collasso del paese e della sua economia. Alcuni anni orsono toccò ad un film di mettere in evidenza che cosa sarebbe successo nella vita quotidiana degli italiani nel caso di un Aventino dei lavoratori stranieri. Nel XXV Rapporto dell’Inps vi sono dei dati molto persuasivi. Identificando la componente straniera nella somma delle due aggregazioni Altri Ue + Extra Ue, si registra che l’incidenza sul totale è progressivamente aumentata: 12,7% nel 2014, 13,5% nel 2019, 15,7% nel 2025. Ma in realtà è unicamente la componente di assicurati nati nei Paesi al di fuori dell’Unione europea a essere cresciuta: era sotto il 9% oltre dieci anni fa, adesso è al 13%. In calo la componente Altri UE. In numero assoluto, l’aumento di assicurati Extra UE è stato di 1,3 milioni.Nel Rapporto Annuale, i Paesi di nascita sono aggregati in tre raggruppamenti: Ue 15 e Paesi sviluppati che, oltre all’Italia, include gli altri Paesi europei che formavano la Comunità europea all’inizio di questo secolo, dopo l’ultimo allargamento entrato in vigore il 1° gennaio 1995, ai quali in queste analisi si aggiungono inoltre i Paesi altamente sviluppati e quelli a forte presenza di cittadini italiani ivi nati, figli di emigrati nel secolo scorso. Altri Ue che include Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Bulgaria e Romania. Extra Ue che raggruppa tutti i Paesi restanti. 24 nel decennio osservato e quindi conta per circa la metà della variazione totale di quasi 2,6 milioni di assicurati tra il 2014 e il 2025.Negli ultimi decenni, secondo l’Istat, l’unica componente di popolazione in espansione è quella dei cittadini stranieri. Al 1° gennaio 2025, la popolazione straniera residente in Italia ammontava a 5 milioni 422 mila individui, pari al 9,2 per cento del totale (+3,2 per cento rispetto al 2024). La popolazione di cittadinanza italiana, invece, continua invece a ridursi, attestandosi a 53 milioni 512 mila unità (-3,8 per mille, e fino al -6,9 per mille nel Mezzogiorno). Gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel corso del 2024 sono 217 mila, in crescita rispetto all’anno precedente (214 mila). La popolazione straniera è più giovane di quella dei cittadini italiani di circa 11 anni, con un’età media al 1° gennaio 2025 di 36,3 anni. I cittadini stranieri residenti in Italia sono di 194 nazionalità diverse, ma quasi due terzi (63,3 per cento) appartengono ai primi dieci paesi di cittadinanza. La Romania si conferma il primo paese di cittadinanza (20,4 per cento), seguita da Albania e Marocco (8 per cento circa). Le collettività cinese (5,9 per cento) e ucraina (5,2 per cento) occupano rispettivamente la quarta e quinta posizione, seguite da quelle di Bangladesh, India, Egitto, Pakistan e Filippine.Ma l’immigrazione non è più sufficiente a pareggiare il saldo demografico che è negativo dal 2015 e che nel 2024 è ammontato a -176.947 unità.Al 1° gennaio 2024, quasi un residente straniero su sei era nato in Italia: si trattava soprattutto di minori, che rappresentavano quasi il 93 per cento di questo gruppo. L’incidenza era particolarmente alta tra i cittadini romeni, marocchini, cinesi e albanesi, che insieme raccolgono le principali collettività con figli nati sul territorio italiano. La grande maggioranza degli stranieri residenti, però, è ancora costituita da persone nate all’estero, con un’età media più alta (41,2 anni) e una quota molto ridotta di minori (6,1 per cento). Anche in questo caso, romeni, albanesi e marocchini restano i gruppi più numerosi.I nuovi cittadini italiani – quasi 1,9 milioni, pari al 3,2 per cento della popolazione residente – rappresentano una componente dinamica, capace di rallentare l’invecchiamento della popolazione e di dare nuovo impulso demografico. Tra chi ha acquisito la cittadinanza, spiccano le differenze legate al luogo di nascita: i nuovi italiani nati in Italia sono molto giovani (età media 16,5 anni) e per il 59,4 per cento sono minorenni; quelli nati all’estero hanno invece un’età media di 47,5 anni e sono in gran parte adulti. A prevalere tra i nuovi italiani nati in Italia sono le collettività non UE, in particolare dell’Europa centro-orientale e dell’Africa. A prevalere tra i nuovi italiani nati in Italia sono le collettività non UE, in particolare dell’Europa centro-orientale e dell’Africa. Solo albanesi e marocchini insieme raggiungono oltre il 40 per cento di questi nuovi cittadini e rappresentano i gruppi più numerosi anche tra i nuovi italiani nati all’estero, a cui si aggiungono i romeni: in molti casi, la cittadinanza è stata acquisita attraverso il matrimonio.La distribuzione del lavoro evidenzia una segmentazione marcata del mercato occupazionale: su 100 addetti a professioni poco qualificate, ben 30 sono stranieri, mentre nel caso delle professioni più qualificate, la presenza straniera è estremamente ridotta, con soli 2,6 lavoratori stranieri su 100. Per il momento, dunque, l’occupazione straniera svolge una funzione complementare rispetto a quella italiana, occupando spazi nel mercato del lavoro che non vengono completamente colmati dalla forza lavoro locale.Nonostante questa “rigidità” in termini di settori e mansioni, agli occupati stranieri si può attribuire una produzione di Valore Aggiunto pari a 177 miliardi di euro, con un’incidenza pari al 9% del totale. Osservando la distribuzione settoriale del valore aggiunto prodotto dai lavoratori stranieri, si nota una forte concentrazione nel comparto dei servizi, settore nel quale oltre un milione di stranieri trova occupazione. Dal punto di vista fiscale, la giovane struttura per età degli stranieri in Italia (età media 36,1 anni, contro 47,1 degli Italiani) fa sì che essi incidano molto poco sulla spesa pubblica, pur se con differenziazioni per voci: quasi nulla sulle pensioni (meno dell’1%), poco sulla sanità (meno del 5%) (mediamente il 3,5%), ma di più sull’istruzione, data la presenza di oltre l’11% di alunni stranieri, e significativamente alcune voci di welfare assistenziale, peraltro marginali  (oltre il 17% nella spesa per famiglia e figli, disoccupazione, malattia).Ma, in sintesi, nel confronto tra le voci di entrata e di uscita per l’anno d’imposta 2023, l’ultimo disponibile, il saldo tra costi e benefici dell’immigrazione è molto positivo per le casse dello Stato, per un valore di +1,2 miliardi di euro. Sul fronte delle entrate, nonostante esse “coprano” le uscite, e abbondantemente, va però fatta una riflessione sul contributo potenziale ancora inespresso. Infatti, l’Irpef versata dagli immigrati è appena il 2,3% del totale, a causa della ben nota segmentazione del mercato del lavoro. La concentrazione nelle fasce di reddito più basse incide poi anche sulla propensione al consumo e quindi sulle imposte a esso legate. Il gettito Iva “generato” dagli immigrati è infatti appena il 3% del totale, e risultano limitate anche le imposte legate alla casa e alle automobili.Pur se, nel corso del tempo, si nota un progressivo aumento della ricchezza degli immigrati, le differenze con gli italiani sono ancora molto forti. Il progressivo aumento del cosiddetto “ceto medio” immigrato, dunque, non solo è auspicabile dal punto di vista dell’inclusione e del benessere delle famiglie straniere, ma anche in una prospettiva di sviluppo complessivo del Paese.Nel corso del 2025 si sono registrate 2.750.125 attivazioni di rapporti di lavoro che hanno interessato cittadini stranieri (+2,5% sul 2024, un quinto del totale). Circa l’80% delle attivazioni (2.191.993, +4,6%) ha riguardato lavoratori Non UE; la restante parte (558.132, -5,2%) ha interessato lavoratori comunitari.Il comparto con la più alta concentrazione di attivazioni di stranieri è l’Agricoltura (45,5%), seguito da Costruzioni (38,2%), Industria in senso stretto (25,9%), Commercio e riparazioni (16,4%) e Altre attività nei Servizi (15,2%). Circa il 73% dei contratti sottoscritti dai cittadini stranieri è a tempo determinato, circa 8 punti percentuali in più rispetto ai cittadini italiani (64,7%). Nel lavoro domestico sono stati attivati 375 mila rapporti, di cui circa il 70% di stranieri (di cui il 52,6% ha riguardato la componente Non UE), in larga parte donne (88%) e con quasi 8 contratti su 10 a tempo indeterminato.Per il 2025 le imprese hanno programmato oltre 1.359.000 entrate destinate a lavoratori stranieri, un massimo storico, su un complesso di oltre 5,8 milioni di entrate totali. Anche l’incidenza degli stranieri sul totale delle entrate programmate segna un record, salendo al 23,4%. Da segnalare che il 90% di queste entrate riguarda persone già residenti in Italia: solo 143 mila si ipotizza verranno reclutate all’estero.Dal punto di vista settoriale, il fabbisogno più consistente emerge nei servizi (762 mila entrate, 56,1% del totale), seguiti dall’industria (412 mila, 30,3%) e dal settore primario, dove però la quota di stranieri sul totale delle entrate raggiunge il valore più alto (quasi il 43%). Emerge una netta polarizzazione: l’incidenza straniera va dal 9,5% nelle professioni intellettuali al 31,6% in quelle non qualificate. In oltre un caso su due (53,7%), nel 2025 le imprese hanno riscontrato difficoltà di reperimento per le ricerche di personale destinate a lavoratori stranieri, un fenomeno più intenso rispetto al personale non immigrato (44,9%). Geograficamente, il 60% della domanda si concentra al Nord, con Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana in testa.Nel 2025 il numero di imprese individuali con titolare non comunitario è di 389.472 (il 13,4% del totale, stabile rispetto al 2024). Le incidenze più alte si registrano in Liguria (21,4%), Toscana (20,1%), Lombardia (18,8%) ed Emilia-Romagna (16,7%).Gli imprenditori non comunitari sono prevalentemente concentrati ei settori Commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli etc. (il 35,1% del totale) e nelle costruzioni (il 24,9%), mentre la restante quota si distribuisce fra gli altri settori e prevalentemente nelle Attività manifatturiere (7,5%), nel settore delle Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione (6,9%) e in Noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (6,2%).Circa l’80% delle imprese rientra nella classe dimensionale 0-1 addetto. Nell’ultimo anno si rilevano 30.508 cessazioni a fronte di 54.363 iscrizioni, per un saldo positivo di +23.845 unità. Come potrebbe adattare la storica metafora un novello Menenio Agrippa? Di certo non gli mancherebbero organi importanti al funzionamento di tutto il corpo per rappresentare il ruolo e il contributo degli immigrati.