di Shorsh Surme – A seguito degli ultimi sviluppi, è ormai imperativo che la diplomazia del Golfo si rafforzi attraverso delegazioni congiunte capaci di coinvolgere gli alleati europei e partner strategici come Cina e Russia. L’obiettivo è contribuire a chiudere quella che viene descritta come l’ultima fase di un regime iraniano sempre più ostile. Secondo questa analisi, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Ahmad Vahidi, avrebbe paradossalmente favorito la convergenza della comunità internazionale contro Teheran, rendendo lo scontro quasi inevitabile. Tale dinamica potrebbe accelerare la formazione di una coalizione internazionale incaricata di garantire la sicurezza delle principali rotte marittime, fondamentali per il commercio mondiale, il trasporto del petrolio e delle altre risorse strategiche. Diventa quindi essenziale trasformare queste convergenze politiche in alleanze operative e misure concrete.Il principale errore strategico attribuito a Vahidi consiste nell’aver riproposto le tradizionali tattiche iraniane senza disporre delle capacità necessarie per sostenerle. La strategia dell’escalation, seguita dall’offerta del negoziato, avrebbe finito per compromettere entrambe le leve. Da un lato, la minaccia alla sicurezza internazionale ha consumato la cosiddetta “carta di Hormuz”, trasformandola in un fattore di coesione internazionale contro Teheran. Dall’altro, anche la leva negoziale è stata indebolita dall’insistenza sulla chiusura dello Stretto di Hormuz. Nemmeno durante i colloqui l’Iran sarebbe riuscito a sfruttare efficacemente questa posizione, arrivando infine a minacciare la chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb.Un secondo errore riguarda il tentativo, perseguito sin dai primi giorni del conflitto, di dividere il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Teheran avrebbe cercato di convincere alcuni Stati di essere gli unici obiettivi della propria pressione, nel tentativo di impedire la formazione di un fronte comune. In questo modo avrebbe indebolito il ruolo dei mediatori e degli attori neutrali, fino a incoraggiare gli Houthi a intensificare le loro azioni, senza però raggiungere il risultato sperato.Secondo questa interpretazione, i dirigenti iraniani hanno progressivamente spostato la pressione da uno Stato del Golfo all’altro, non seguendo una strategia coerente, ma nel tentativo di alimentare incertezza e divisioni. Hanno inoltre cercato di colpire soprattutto i Paesi meno disponibili ad accettare mediazioni o accordi, alimentando l’illusione che il progetto espansionistico iraniano non li riguardasse. Una convinzione che sarebbe stata smentita dagli stessi sviluppi successivi.L’attuale escalation viene descritta come priva di una visione strategica di lungo periodo. I combattimenti hanno raggiunto un livello di intensità superiore rispetto alle precedenti fasi del conflitto e i tentativi di negoziato non hanno prodotto risultati concreti. La crescente pressione militare avrebbe quindi spinto Vahidi a ordinare agli Houthi di intensificare le minacce contro lo stretto di Bab el-Mandeb, una decisione considerata destinata a provocare una risposta internazionale favorevole agli Stati del Golfo.Questi ultimi hanno ormai assunto una posizione comune, ritenendo che la minaccia iraniana rappresenti un rischio per la sicurezza regionale e globale, sia quando proviene direttamente da Teheran sia quando viene esercitata attraverso i suoi alleati. La valutazione condivisa è che tale minaccia debba essere affrontata con la massima determinazione.La strategia iraniana di alimentare divisioni tra i Paesi del Golfo avrebbe infine prodotto l’effetto opposto. I Paesi europei hanno rafforzato il coordinamento con gli Stati Uniti per contrastare le interferenze iraniane lungo le principali rotte marittime internazionali. In questo contesto si inserisce anche la decisione del Regno Unito di mettere le proprie basi a disposizione delle forze statunitensi, segnale di come il rischio venga ormai percepito come concreto e immediato.