Ci sono le manifestazioni, ci sono gli incidenti e poi ci sono gli assalti organizzati. Quello avvenuto in Valle di Susa appartiene senza troppi dubbi alla terza categoria. Chiamarlo corteo degenerato, scontro di piazza o semplice momento di tensione significa fare un torto alle immagini e soprattutto agli uomini delle forze dell’ordine che si sono ritrovati davanti centinaia di No Tav incappucciati, equipaggiati e pronti all’attacco.A Chiomonte e San Didero sono volate pietre, bombe carta, razzi e bottiglie incendiarie. Alcuni manifestanti avevano maschere antigas, caschi, scudi e occhialoni per proteggersi dai lacrimogeni. Altri hanno utilizzato ombrelli per coprirsi dalle riprese dei droni. Le frange del cosiddetto Blocco Nero hanno raggiunto i cantieri attraverso i sentieri, si sono divise in gruppi e hanno colpito su più fronti. Diverse camionette sono state incendiate e il bilancio parla di decine di feriti tra le forze dell’ordine. Altro che dissenso: una strategia preparata, coordinata e messa in pratica contro lo Stato.Del resto, i segnali c’erano tutti. Prima della manifestazione erano già stati sequestrati fionde, razzi, biglie, petardi e fuochi d’artificio. Tre cittadini francesi erano stati fermati con artifici pirotecnici, fumogeni, cesoie, tronchesi, un flessibile, materiale per travisarsi e benzina. Non esattamente l’attrezzatura tipica di chi vuole partecipare a una passeggiata democratica tra i boschi.Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha descritto perfettamente il problema: “Oggi abbiamo assistito alle ennesime scene di violenza contro le Forze dell’ordine, dopo quelle registrate nei giorni scorsi. È la conferma di una volontà, da parte di qualcuno, di dare luogo ad un’escalation che richiede la massima attenzione”. E poi l’appello che, in un Paese normale, non dovrebbe nemmeno essere necessario: “Serve una presa di posizione unitaria, netta e senza ambiguità da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni”.Giorgia Meloni ha scelto parole altrettanto inequivocabili: “Chi lancia bombe carta, incendia mezzi dello Stato e aggredisce le Forze dell’Ordine non sta difendendo un’idea, sta attaccando lo Stato”. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato a Piantedosi per trasmettere solidarietà e ringraziamento agli agenti feriti. Matteo Salvini ha chiesto la mano pesante, mentre Antonio Tajani ha denunciato l’atteggiamento di una sinistra “sempre più tollerante, se non addirittura connivente, con i teppisti, i violenti e i gruppi eversivi, da Bologna alla Val di Susa”.E la sinistra? Qualche condanna è arrivata. Sarebbe scorretto sostenere il contrario. Ma ancora una volta, salvo poche eccezioni, sembra quasi che pronunciare una frase limpida contro chi aggredisce un poliziotto provochi un doloroso mal di denti. Ogni condanna deve essere accompagnata da una spiegazione, una precisazione, un “però” o un rapido ritorno alle ragioni della protesta. Evidentemente il sostegno elettorale di certe fazioni vale più del buonsenso.Angelo Bonelli ha dichiarato di condannare “senza se e senza ma”, ricordando che “la difesa del territorio, dell’ambiente e dei diritti delle comunità si afferma con la mobilitazione democratica e con la non violenza. Chi usa la violenza danneggia tutti noi”. Una presa di posizione corretta, certo. I parlamentari del Movimento 5 stelle Chiara Appendino, Antonino Iaria ed Elisa Pirro hanno espresso vicinanza agli agenti e affermato che “chi compie violenze non manifesta, delinque”. Subito dopo, però, hanno riportato il discorso sui costi della Tav e sull’inutilità dell’opera. Come se, davanti alle camionette in fiamme e agli agenti feriti, fosse urgente riequilibrare il comunicato per non scontentare troppo la piazza antagonista.Anche il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha parlato di una condanna “ferma e senza alcuna ambiguità”, sentendo tuttavia la necessità di ribadire immediatamente che “il diritto di manifestare e di esprimere il proprio dissenso è un valore fondamentale della nostra democrazia e merita sempre piena tutela”. Verissimo. Ma nessuno aveva messo in discussione il diritto di manifestare. Il problema erano le molotov, le bombe carta, i mezzi incendiati e gli uomini in divisa presi di mira.Il Partito Democratico ha affidato la propria posizione al responsabile Sicurezza Matteo Mauri: “Il dissenso non può mai trasformarsi in aggressione o intimidazione. Le proprie idee si difendono con il confronto e con il rispetto delle regole, non con la violenza”. Parole condivisibili e necessarie. Ma la segretaria del partito dov’era? Elly Schlein, davanti a uno dei più gravi attacchi recenti contro le forze dell’ordine, ha preferito smaterializzarsi. Non è una novità, sia chiaro: quando il gioco si fa duro, la leader dem sparisce. Nessuna condanna pronunciata personalmente, nessuna solidarietà espressa in prima persona, nessun intervento con il peso politico che soltanto la leader del principale partito d’opposizione avrebbe potuto imprimere.Un silenzio ancora più grave perché arriva dopo quanto accaduto a Bologna per la morte di Abderrahim Fakir. Come noto, mentre la magistratura aveva appena cominciato ad accertare la dinamica e le eventuali responsabilità, una parte della sinistra aveva già scelto il banco degli imputati: quello occupato dalle forze dell’ordine, legittimando in qualche modo l’odio contro la divisa. Schlein aveva affermato che “quando un uomo muore durante un’operazione di fermo, lo Stato ha fallito”, difendendo inoltre il sindaco Matteo Lepore dalle critiche per il presidio organizzato in città trasformatosi in guerriglia.Accertare la verità sulla morte di Fakir è doveroso, lo ribadiamo ancora una volta. Ma un conto è chiedere chiarezza, un altro è trasformare immediatamente gli agenti in colpevoli, lasciando quasi senza voce politica le decine di poliziotti feriti durante gli scontri scoppiati nelle ore successive. A Bologna il bilancio fornito dalla Questura è stato di 64 operatori feriti e sei mezzi della polizia danneggiati. Eppure dalla sinistra non si è levata una difesa delle divise altrettanto forte, immediata e appassionata rispetto alle accuse rivolte allo Stato.È proprio qui che nasce il problema politico. Quando per giorni si raccontano le forze dell’ordine come un corpo sospetto, quando si evocano modelli repressivi stranieri prima ancora di conoscere le conclusioni delle indagini, quando si offre più comprensione alla rabbia della piazza che agli agenti mandati a fronteggiarla, qualcuno può convincersi che attaccare una divisa sia non soltanto tollerabile, ma perfino legittimo.Naturalmente Schlein, il Pd e gli altri partiti della sinistra non sono responsabili delle molotov lanciate a Bologna o in Valle di Susa. Sarebbe una ricostruzione semplicistica e queste soluzioni le lasciamo agli house organ del campo largo. Ma la politica è responsabile delle parole che sceglie e soprattutto di quelle che decide di non pronunciare. Se si delegittimano continuamente poliziotti e carabinieri, se ogni intervento viene presentato come un abuso prima dell’accertamento dei fatti e se le condanne contro gli antagonisti arrivano sempre accompagnate da mille distinguo, si crea un clima nel quale i violenti possono sentirsi moralmente autorizzati ad alzare il livello dello scontro.Quanto accaduto a Bologna avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme. Dopo decine di agenti finiti in ospedale, la sinistra avrebbe dovuto schierarsi senza esitazioni dalla parte dello Stato, chiedendo contemporaneamente verità sulla morte di Fakir e rispetto per chi indossa una divisa. Le due cose non sono incompatibili. E invece è prevalsa ancora una volta una solidarietà asimmetrica: durissima quando si tratta di mettere sotto accusa gli agenti, timida quando sono gli agenti a essere aggrediti.Pochi giorni dopo, in Valle di Susa, altri incappucciati hanno lanciato bombe incendiarie, assaltato cantieri e bruciato mezzi dello Stato. Pensare che tra i due fatti non esista un filo politico e culturale sarebbe ingenuo. Chi ha attaccato a Chiomonte ha potuto osservare che, dopo Bologna, una parte dell’opposizione era più impegnata a processare pubblicamente le forze dell’ordine che a difenderle. Ha visto che la violenza contro gli agenti veniva sì condannata, ma quasi sempre a bassa voce e con l’immancabile “però”.Leggi anche:VOLEVANO IL MORTOForse il problema è proprio questo: non irritare quella parte del mondo antagonista che la sinistra continua a considerare un bacino politico e culturale da coccolare. Il sospetto è inevitabile, soprattutto quando le condanne vengono delegate ai responsabili di settore mentre la leader resta al riparo. Perché governare significa scegliere anche quando scegliere è scomodo. Significa stare dalla parte dello Stato quando lo Stato viene assaltato. Significa dire che chi lancia una molotov contro un carabiniere non è un manifestante, non è un attivista e non è un compagno che sbaglia: è un violento che deve rispondere delle proprie azioni.Elly Schlein può davvero pensare di governare l’Italia così? Può candidarsi a Palazzo Chigi e poi sparire quando una parte della piazza antagonista mette a ferro e fuoco un cantiere strategico? Può chiedere fiducia agli italiani senza trovare il coraggio di difendere chiaramente le forze dell’ordine, prima a Bologna e poi in Valle di Susa? La sicurezza non si difende soltanto nei convegni e non basta mandare avanti un dirigente di partito. Nei momenti decisivi servono una voce, una responsabilità e una linea politica.A Chiomonte lo Stato è stato attaccato. La destra lo ha detto senza girarci intorno. Una parte della sinistra lo ha riconosciuto, spesso aggiungendo distinguo e precisazioni, perché magari qualche No Tav si sarebbe offeso. La segretaria del Pd, invece, ha scelto il silenzio. Ed è proprio quel silenzio, preceduto dalle ambiguità mostrate sul caso Fakir, a raccontare perché il campo largo continui a sembrare larghissimo quando deve protestare e terribilmente stretto quando deve assumersi una responsabilità.Massimo Balsamo, 26 luglio 2026L'articolo No Tav scatenati, Schlein non pervenuta: così la sinistra legittima ancora i violenti proviene da Nicolaporro.it.