«Che cosa sta succedendo, da Bologna a Bollate? Che le curve stanno avvelenando i pozzi della democrazia». Franco Gabrielli parla oggi in un’intervista al quotidiano La Stampa. L’ex capo della Polizia e sottosegretario del governo Draghi commenta i fatti di Bologna e il caso Mario Roggero. Sulla sicurezza non si possono emettere giudizi che prescindono dai fatti o costruiti sull’esigenza della propria propaganda politica».La morte di FakirSulla morte di Fakir Gabrielli sostiene che «il cosiddetto contenimento è una delle attività più complicate e delicate che un operatore di polizia è chiamato a svolgere. Presuppone professionalità ma ci sono anche variabili, dal contesto al soggetto, che condizionano l’esito dell’azione e quindi impongono prudenza nel giudizio». E ancora: «Un operatore aveva una bodycam personale attivata prima del servizio. A dimostrazione di quanto fossero corrette le intenzioni. Ecco perché a caldo non si possono dare giudizi di colpevolezza o assolutori. Così si intossica il dibattito. Le nostre forze di Polizia sono per fortuna sane. Chi veste una divisa è a servizio della comunità, non è un repressore in servizio permanete effettivo». Per Gabrielli i «buoni propositi della manifestazione di Bologna, rischiano di essere strumentalizzate dai violenti e produrre un esito contrario alle intenzioni».Il caso RoggeroIl caso Roggero, secondo Gabrielli, colpisce tanto l’opinione pubblica «perché in un clima nel quale le paure sono state alimentate a dismisura, la gente, che ha paura, tende a riconoscersi nella vittima che reagisce, sempre e comunque, rispetto al carnefice che soccombe». E conclude: «Da un lato si chiede a furor di popolo la grazia, come rivincita rispetto alla sentenza invadendo così le prerogative del capo dello Stato. Dall’altra si dice: la difesa è sempre legittima. È il Far West al posto dello Stato: fatti giustizia da solo. Concetto pericolosissimo».L'articolo Franco Gabrielli, Fakir, Roggero e i pozzi avvelenati della democrazia proviene da Open.