Parisi, due salernitani della Madonna (scomodi per casa nostra)

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Marco e Giampaolo Parisi hanno lavorato sull’album della popstar “Confessions II” insieme a Stuart Price. Dietro la fiaba raccontata e giustamente da diffondere e celebrare – perché non capita tutti i giorni che artisti di casa nostra arrivino a certi livelli del pop globale – si cela però una domanda piuttosto scomoda per il music business italiano: perché lo scouting qui non si fa mai in modo metodico.***C’è dell’Italia nell’ultimo disco di Madonna, e no, non è la solita retorica del “Made in Italy che conquista il mondo” da comunicato stampa istituzionale. È una storia più interessante, fatta di due fratelli di Salerno, una tastiera Seaboard comprata tredici anni fa e un Grammy vinto lavorando con Fred Again che, a quanto pare, ha aperto porte che a molti restano sprangate per un’intera carriera. (Foto di gruppo di un certo livello; continua sotto)Marco e Giampaolo “Jack” Parisi sono cresciuti in una famiglia di musicisti, pianoforte e batteria fin da bambini, la classica traiettoria da conservatorio mancato che poi si reinventa altrove. Il salto vero arriva quando scoprono la composizione elettronica e cominciano a costruirsi un catalogo di collaborazioni che spazia dagli Swedish House Mafia a Ed Sheeran, dai Black Eyed Peas a Blanco, da Capo Plaza a Elisa. Un curriculum eclettico, quasi disordinato nella sua ampiezza, che però, almeno a parere di chi scrive, fan 58enne sfegatato della storia produttiva di Madonna, racconta bene come funzioni oggi la produzione pop internazionale: meno scuole, meno generi rigidi, più duttilità tecnica applicata a qualunque contesto paghi bene e offra visibilità.Ed è proprio questa duttilità ad averli portati, secondo quanto raccontato dal telegiornale di Rai 1 e ripreso con maggiori dettagli dal sito MadonnaTribe, storico punto di riferimento per fan e addetti ai lavori quando si tratta di verificare notizie e dichiarazioni sull’artista, nello studio di Madonna insieme al dj e produttore Stuart Price, per lavorare a “Confessions II”, il seguito di uno degli album più influenti della discografia dance-pop degli anni Duemila, in uscita per Warner giorni fa dopo il ritorno dell’artista sotto la stessa major. (Per chi non l’avesse ancora sentito, ecco “Confessions II”; continua sotto)Bene, quattro sono i brani sotto ai riflettori: “Bring Your Love” con Sabrina Carpenter e il campionamento di “Big Fun” degli Inner City, “Love Without Words”, “Everything” e “Betrayal” con quel mito di Mirwais. Fin qui i fatti, le tracce, il tutto esposto in pompa magna dal sito MadonnaTribe. Ma è il racconto dell’incontro a meritare qualche riga di commento, perché contiene tutti gli ingredienti tipici dell’aneddotica pop contemporanea: l’aura leggendaria della popstar (“Stratosferica”, dicono i due, secondo la testimonianza raccolta e diffusa dal sito, e non stupisce), la domanda quasi zen rivolta ai giovani collaboratori (eh, cosa fareste se il pezzo fosse vostro?) e la sensazione, riferita con un certo stupore, di lavorare “…con amici che conosci da vent’anni”. Immaginiamo che sia tutto vero, sia chiaro; non abbiamo motivo di dubitarne. Eppure viene da chiedersi quanto di questa narrazione sia costruita a tavolino per rendere digeribile, quasi fiabesco, un processo che nella realtà è fatto di sessioni serrate, scadenze discografiche e negoziazioni di crediti che raramente vengono raccontate con altrettanta poesia.Immaginiamo tre scenari, per capirci, tutti plausibili. Primo: la Ciccone sceglie davvero produttori emergenti per innervare il disco di un sound più contemporaneo, magari suggerita dallo stesso Price, storico collaboratore fin dai tempi dell’originale “Confessions on a Dance Floor”. Secondo: si tratta di un’operazione di scouting orchestrata dalla label per intercettare pubblico più giovane senza rinunciare al nome che fa vendere. Terzo, il più interessante per chi si occupa di industria musicale più che di gossip: è la conferma che la filiera produttiva del pop globale è ormai apolide, distribuita, indifferente alla geografia, due ragazzi campani possono trovarsi in studio con una delle icone più sorvegliate della musica occidentale senza che questo generi alcuna frizione culturale, perché il linguaggio comune non è più l’italiano o l’inglese. Ma il software.È qui, però, che la vicenda dei fratelli Parisi smette di essere semplice cronaca da rotocalco musicale per diventare un caso utile a smontare un luogo comune che continuiamo a ripeterci con una certa autocommiserazione nazionale: quello secondo cui i talenti italiani nell’elettronica e nella produzione pop internazionale semplicemente non esistono, o esistono altrove, emigrati, sradicati, costretti a diventare “altro” per essere presi sul serio… Non è così, e la vicenda salernitana lo dimostra con una chiarezza quasi didattica: la competenza tecnica c’è, la sensibilità armonica pure, la capacità di dialogare con artisti di primissima fascia idem. Quello che manca, semmai, non è il talento ma il meccanismo che lo intercetta prima che diventi urgente cercarlo altrove.Scovare un ventenne che sperimenta con una tastiera espressiva in cameretta richiede tempo, ascolto, pazienza, e soprattutto la volontà di sbagliare qualche scommessa pur di trovarne una buona: tutte cose che il mercato discografico nostrano, storicamente nevrotico e compulsivo, fatica a concedersiE arriviamo alla parte scomoda del ragionamento, quella che a molti colleghi di settore farà storcere il naso: se due produttori cresciuti in una città non esattamente al centro delle rotte discografiche internazionali riescono ad arrivare fino a Madonna, il problema non è mai stato geografico. È culturale, organizzativo ed ed è tutto nostro. È il sistema, o meglio, l’assenza di un sistema, che in Italia continua a considerare lo scouting una voce di spesa accessoria invece che l’investimento primario da cui discende tutto il resto. Le etichette italiane, salvo rare eccezioni, preferiscono ancora il prodotto già confezionato, il nome già rodato, il rischio già ammortizzato da qualcun altro. Scovare un ventenne che sperimenta con una tastiera espressiva in cameretta richiede tempo, ascolto, pazienza, e soprattutto la volontà di sbagliare qualche scommessa pur di trovarne una buona: tutte cose che il mercato discografico nostrano, storicamente nevrotico e compulsivo, fatica a concedersi.Il punto, se vogliamo tirare le fila, è proprio il “tempo” in epoca di alta velocità. Slow music business. Prendiamoci non una pausa: del tempo di qualità (…). Non esiste scouting senza tempo dedicato, senza qualcuno che passi le serate a scavare tra demo mediocri per trovare la scintilla, senza un’infrastruttura, umana prima ancora che finanziaria, che permetta a un talento di maturare invece di bruciarsi al primo giro di showcase. I Parisi non sono comparsi dal nulla: hanno accumulato anni di gavetta silenziosa, collaborazioni minori, esperimenti falliti, prima di trovarsi nella stanza giusta. Chi in Italia continua a lamentarsi che “i talenti non ci sono più” dovrebbe forse chiedersi quanto tempo, quante energie e quanta pazienza reale abbia investito per andarli a cercare, invece di aspettare che arrivino già pronti, magari con un Grammy già in tasca e un algoritmo straniero che li abbia già certificati.Non esiste scouting senza tempo dedicato, senza qualcuno che passi le serate a scavare tra demo mediocri per trovare la scintilla, senza un’infrastruttura, umana prima ancora che finanziaria, che permetta a un talento di maturare invece di bruciarsi al primo giro di showcase. I Parisi non sono comparsi dal nulla: hanno accumulato anni di gavetta silenziosa, collaborazioni minori, esperimenti fallitiI Parisi hanno raccontato la novella, i retroscena della popstar stratosferica. Sì, due ragazzi di provincia; è evidente che dietro c’è anche molto lavoro tecnico che nessun servizio da due minuti potrà mai restituire, e altrettanto lavoro strutturale, quello dello scouting fatto bene, fatto con costanza, fatto senza scorciatoie, che nessuno, in Italia, sembra avere davvero voglia di raccontare o, peggio, di finanziare. Resta la curiosità, tutta da verificare, di scoprire quanto della sensibilità sonora dei due salernitani sia effettivamente riconoscibile in un disco che porta, comunque, la firma di una delle popstar più controllate e più abili nel restare centrale al dibattito culturale da oltre quarant’anni. Se sia un’operazione di autenticità o l’ennesimo esercizio di narrazione perfettamente calibrata, lo giudicherà chi ascolta; noi, nel dubbio, restiamo scettici quanto curiosi, e con la certezza, questa sì poco discutibile, che il vero terreno di scommessa non è mai stato il talento italiano, ma la volontà collettiva di andarlo a cercare per tempo.The post Parisi, due salernitani della Madonna (scomodi per casa nostra) appeared first on Soundwall.