La storia delle accise sui carburanti italiani comincia dal 1935 e attraversa l’Etiopia, il canale di Suez, il Vajont e i terremoti, le missioni di pace e i contratti dei tranvieri, fino ad arrivare ai giorni nostri con gli ennesimi interventi ponte da parte dell’ennesimo governo. La scena si ripete con precisione liturgica: sale il prezzo della benzina, l’opposizione si lamenta, il governo corre ai ripari per poi arrivare alle promesse elettorali. Che, di norma, non vengono mantenute.Novant’anni di prelieviLa prima accisa sui carburanti italiani nasce per finanziare una guerra di conquista. Nel 1935 Mussolini ordina l’invasione dell’Etiopia e il costo del conflitto viene scaricato, in parte, su chi fa benzina. Il meccanismo indica l’emergenza come giustificazione del prelievo che tende a restare anche quando l’emergenza finisce. Nei decenni successivi si aggiungono la crisi di Suez (1956), il disastro del Vajont (1963), l’alluvione di Firenze (1966), i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia, le missioni in Libano e in Bosnia.Nel 1995 il governo Dini prova a fare ordine: tutte le voci vengono unificate in un’unica accisa. Sulla carta è una semplificazione, ma il gettito accumulato non solo scompare e negli anni aumenta. Dal 1995 in poi l’accisa viene ritoccata al rialzo almeno undici volte, sei sotto governi di centrodestra, due sotto governi di centrosinistra, tre sotto il governo tecnico di Monti. Il motivo varia ogni volta, come il contratto degli autoferrotranvieri nel 2003, gli autobus ecologici nel 2004, la ricostruzione de L’Aquila nel 2009, i costi degli sbarchi dopo la crisi libica nel 2011, ma la direzione è sempre la stessa.Di fatto, Berlusconi è il presidente del Consiglio che nei suoi governi ha contribuito di più agli aumenti strutturali delle accise. È anche lo stesso che, all’opposizione, le usava come argomento contro i governi avversariLa campagna elettorale e il carburante degli indignatiSe c’è un tema che accomuna le campagne elettorali italiane degli ultimi trent’anni è proprio questo: le accise diventano, ciclicamente, il simbolo della pressione fiscale insopportabile che il governo in carica scarica sui cittadini.Oltre dieci anni fa, nel 2013, la coalizione di centrodestra (Lega Nord e Popolo delle libertà, che poi si dividerà in Forza Italia e Fratelli d’Italia) inserisce nel programma l’impegno a diminuire le tasse che gravano sul costo dell’energia. Quelle elezioni le vince il centrosinistra, e la promessa rimane tale.Nel maggio 2014 è Matteo Renzi, da presidente del Consiglio, a fare la stessa promessa ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta: «Io qui prendo l’impegno: entro l’anno noi andiamo a razionalizzare, che vuol dire pulire, decurtare, eliminare, tutte queste voci ridicole». La promessa non viene mantenuta.Nel 2018 Matteo Salvini porta il tema al centro della campagna della Lega, mostrandosi in video con cartelloni che elencano tutte le accise storiche da Etiopia a Suez, dal Vajont all’Irpinia, promettendo di cancellarle una per una. Una volta al governo, prima con il Conte I, poi con Draghi, non ne cancella nessuna.Nel 2019 Giorgia Meloni gira un video mentre fa benzina, rimane apparentemente scioccata dallo scontrino, e scandisce: «Noi pretendiamo che le accise sulla benzina vengano progressivamente abolite». Il programma elettorale di Fratelli d’Italia per le politiche del 2022 prevede «la sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise». Poi vince le elezioni. E nel gennaio 2023, interpellata sulla mancata abolizione, dichiara: «Io non ho promesso in questa campagna elettorale che avrei tagliato le accise sulla benzina». Come ha documentato Open, la dichiarazione non corrisponde a quanto scritto nel programma e a quanto affermato dallo stesso palco elettorale di Milano.La svolta arriva con la guerra in Ucraina. Il prezzo del carburante esplode nella primavera del 2022, con la benzina che supera i due euro al litro. Il governo Draghi introduce il 22 marzo 2022 un taglio di 25 centesimi al litro sulle accise di benzina e gasolio. La misura viene prorogata attraverso sette decreti fino al novembre 2022, per un costo totale stimato in circa 7 miliardi di euro.A novembre 2022, già insediato il governo Meloni, lo sconto viene ridotto da 25 a 15 centesimi per tutto dicembre. Dal 1° gennaio 2023 il taglio non viene rinnovato: le accise tornano ai livelli precedenti.Il ciclo ricomincia nel 2026Nella primavera del 2026 è la crisi tra Stati Uniti e Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz, a far schizzare i prezzi. Il governo Meloni vara il 18 marzo un decreto con un taglio delle accise di 20 centesimi al litro per venti giorni, che con l’effetto IVA a cascata si traduce in circa 25 centesimi di sconto al distributore, poi prorogato più volte in forma via via ridotta fino alla scadenza del 3 luglio, quando il ministro Urso annuncia che il taglio non verrà rinnovato: «Da oltre venti giorni i prezzi calano».A fine luglio i prezzi risalgono. La causa principale è la fine della tregua tra Stati Uniti e Iran e il ritorno delle tensioni sullo Stretto di Hormuz, con la benzina che torna sopra i due euro al litro in autostrada. Il caldo estivo e la ripresa dei consumi amplificano il rialzo. Ed è qui che si torna al punto di partenza, con il governo al lavoro su un nuovo decreto ponte sul carburante. i fatto, il meccanismo non è cambiato rispetto al 1935 e le accise strutturali restano dove sono.L'articolo La storia infinita delle accise sul carburante e le promesse mai mantenute proviene da Open.