Il legame tra Bologna e Chiomonte? È Askatasuna. La versione di Bertolotti

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Nel nome della devastazione. Comunque contro. Da Chiomonte a Bologna. Cambiano le piazze, mutano le parole d’ordine, ma il metodo resta lo stesso: la violenza come linguaggio politico, la convergenza delle lotte come moltiplicatore della mobilitazione, una rete che supera i confini delle singole vertenze territoriali. Le devastazioni registrate in Val di Susa e gli scontri che hanno incendiato il capoluogo emiliano dopo il caso Fakir, secondo Claudio Bertolotti, direttore dell’Osservatorio ReAct, non rappresentano episodi scollegati. Al centro di questo sistema, sostiene, c’è un nome che negli ultimi vent’anni avrebbe assunto il ruolo di cabina di regia dell’antagonismo radicale italiano: Askatasuna.“C’è un legame ed è evidente – spiega Bertolotti – . Quelli che hanno protestato a Chiomonte non sono più soltanto i No Tav. Il movimento nato negli anni Novanta in Val di Susa era prevalentemente locale e caratterizzato da forme di protesta non violenta. Con il tempo si sono aggiunti gruppi dell’area dei centri sociali torinesi e francesi. Tra questi, Askatasuna è diventato il principale punto di riferimento politico e organizzativo, saldando tra loro battaglie diverse e trasformando una protesta territoriale in un laboratorio permanente dell’antagonismo”.Per il direttore di ReAct è proprio Askatasuna il collante che tiene insieme vertenze differenti.“La scelta strategica – dice – è stata quella della convergenza delle lotte. Askatasuna ha progressivamente sposato tutte le principali campagne antagoniste: dal No Tav al No Gronda, dal No nucleare alle contestazioni contro altre infrastrutture. Ha svolto il ruolo di amplificatore delle proteste e, allo stesso tempo, di aggregatore e reclutatore di nuovi militanti. È questa funzione che gli ha consentito di diventare il baricentro della galassia antagonista”.Una strategia che, secondo Bertolotti, ha modificato profondamente anche la natura del movimento No Tav.“Dagli anni Duemila – prosegue – la componente più radicale prende progressivamente il sopravvento. Con l’apertura del cantiere di Chiomonte inizia una stagione di azioni sovversive che la magistratura torinese, nelle prime fasi investigative, ha qualificato anche come atti di terrorismo, definizione che poi non ha trovato conferma definitiva nelle sentenze. Ma gli stessi soggetti che guidano Askatasuna diventano anche quelli che orientano la componente più radicale del movimento No Tav (e non solo)”.Nella ricostruzione di Bertolotti, un altro passaggio decisivo arriva con la guerra in Siria.“Dal 2013 – analizza – alcuni militanti riconducibili all’area di Askatasuna partono per combattere al fianco delle milizie curde contro lo Stato Islamico. Al loro rientro portano con sé competenze tecniche maturate in combattimento. Da quel momento vediamo comparire a partire dalla Val di Susa tattiche di guerriglia, azioni diversive e modalità operative finalizzate a confondere l’intervento delle forze dell’ordine e a devastare le infrastrutture”.Lo sgombero dello stabile di corso Regina Margherita, avvenuto nei mesi scorsi, non avrebbe però segnato la fine dell’influenza del centro sociale.“Askatasuna ha perso un presidio fisico, non la propria rete. Anzi, venuta meno la centralità territoriale – dice ancora –  il movimento si è reso ancora più flessibile. Oggi continua a esercitare una funzione di guida su gruppi presenti anche a Bologna, Milano e Genova”.È proprio questa rete che, secondo Bertolotti, costituisce il filo conduttore anche degli episodi avvenuti a Bologna dopo il caso Fakir.“I centri sociali – osserva – rispondono a una chiamata comune nella quale Askatasuna continua a rappresentare un modello e un punto di riferimento. Attorno a questa mobilitazione si aggregano anche fasce giovanili estranee alla tradizione dei centri sociali (i “maranza” in primis), richiamate da una narrazione radicale che si intreccia con quella anti-occidentale e filo-palestinese rilanciata, a nostro giudizio, anche dalla propaganda iraniana”.Per il direttore dell’Osservatorio ReAct è questo l’aspetto che distingue la fase attuale dalle stagioni precedenti dell’antagonismo.“Askatasuna – chiude – non è più soltanto un centro sociale torinese. È il nodo di una rete che collega territori, vertenze e gruppi differenti. È il collante organizzativo e ideologico che consente di trasformare ogni conflitto locale in una mobilitazione nazionale. Ed è proprio questa capacità di connessione che rende il fenomeno particolarmente complesso da comprendere e da contrastare”.