«Se non ti perdi, stai sbagliando qualcosa»: il folle rally dei quattro italiani in viaggio per il Kazakistan – Il video

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Quattro soste dal meccanico in meno di due settimane, un portapacchi che continua a staccarsi e migliaia di chilometri ancora da percorrere. Per molti sarebbe il segnale di tornare a casa. Per Stefano, Mattia, Costanza ed Emanuele, invece, significa soltanto che il Mongol Rally è iniziato nel modo giusto. La loro auto ha 23 anni, oltre 170 mila chilometri e un nome che dice già tutto: Suzuki Baracca. È con questa piccola utilitaria che quattro coordinatori WeRoad stanno attraversando Europa e Asia partecipando all’evento che trasforma vecchie automobili, strade sterrate e imprevisti continui in un’avventura lunga migliaia di chilometri.Cos’è il Mongol Rally Nato nel 2004 su iniziativa della società britannica The Adventurists, non è una competizione di velocità, ma un viaggio all’insegna dell’imprevisto, dell’autosufficienza e della solidarietà. Per partecipare bisogna rispettare poche, ma rigide regole: bisogna utilizzare un’auto con almeno dieci anni di vita e una cilindrata non superiore a 1.300 centimetri cubici. Per il resto non esiste un percorso obbligato. Ogni equipaggio sceglie la propria rotta con l’unico obiettivo di raggiungere il traguardo. «Se non ti perdi stai facendo le cose male», racconta Stefano. «L’idea del rally è proprio quella di uscire dai percorsi più battuti, chiedere indicazioni alla gente del posto e vivere davvero il viaggio. E vale lo stesso per l’auto perché se non ti succede qualcosa di negativo significa che probabilmente non stai affrontando l’avventura nel modo giusto. L’imprevisto fa parte dell’esperienza». Accanto all’aspetto avventuroso c’è anche quello solidale. Ogni equipaggio è chiamato a raccogliere fondi da destinare in beneficenza. L’edizione 2026 sostiene Cool Earth, organizzazione impegnata nella tutela delle foreste pluviali e nella collaborazione con le comunità indigene per contrastare la deforestazione.Un anno di preparazione per una follia organizzataCi sono viaggi che iniziano con una prenotazione dopo mesi di organizzazione e altri che partono da una follia condivisa. Come racconta Stefano, il Mongol Rally è il «viaggio da fare almeno una volta nella vita» e la community di WeRoad sembrava il luogo ideale per trovare compagni pronti a condividere due mesi lontani dalla quotidianità. La ricerca del team è iniziata nell’estate dello scorso anno e si è conclusa in autunno con la scelta di Mattia, Costanza ed Emanuele, tutti con esperienze e competenze diverse. Stefano insegna economia, Emanuele è un ingegnere dei materiali in anno sabbatico, Costanza lavora come agile coach mentre Mattia è un content creator. A unirli, oltre alla passione per i viaggi, è il ruolo di coordinatori di WeRoad: accompagnano gruppi di viaggiatori in giro per il mondo. Un’esperienza che torna utile anche nel Mongol Rally, dove però, per una volta, non ci sono partecipanti da seguire.La «Suzuki baracca»Per partecipare serviva anche l’auto giusta: economica, datata e sufficientemente affidabile da affrontare migliaia di chilometri. La scelta è ricaduta su una Suzuki Swift, ribattezzata «Suzuki Baracca» in omaggio alla celebre «Subaru Baracca» di Aldo, Giovanni e Giacomo. «Aveva bisogno di un nome», racconta Costanza. «Ormai è il quinto membro del team». Una scelta perfettamente in linea con lo spirito del rally, che invita i partecipanti a viaggiare con mezzi essenziali, spendendo il meno possibile per destinare una parte del budget alla raccolta fondi benefica. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Mattia D'Antoni (@curiosi.tia)Il bello dell’imprevistoSe il motore continua a resistere, il vero protagonista di questi primi giorni è diventato il portapacchi, che continua a cedere sotto il peso dei bagagli e delle strade sempre più dissestate. Il gruppo è già passato diverse volte dal meccanico e, quando questo non è stato possibile, ha improvvisato riparazioni. «La Suzuki è come una zebra», scherza Mattia. «Non è fatta per portare un cassone sulla schiena e continua a cercare di scrollarselo di dosso». Ma proprio gli inconvenienti stanno regalando gli incontri più importanti. In Turchia una famiglia ha cercato di aiutarli quando sono rimasti fermi in mezzo al nulla, mentre a Tbilisi un fabbro ha lavorato per oltre un’ora sulla vettura rifiutando qualsiasi pagamento dopo aver conosciuto il progetto. È questo, spiegano, uno degli aspetti che più li sta sorprendendo. Ovunque trovano persone pronte a dare una mano, spesso senza chiedere nulla in cambio. La stessa filosofia guida anche il loro modo di viaggiare. Ogni sera cercano ospitalità attraverso Couchsurfing, preferendo dormire nelle case delle persone del posto piuttosto che negli alberghi in cambio di una cena italiana e una firma sul cofano dell’auto. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Mattia D'Antoni (@curiosi.tia)Il viaggio vero deve ancora cominciareFinora il gruppo ha attraversato l’Europa, la Turchia e la Georgia, cercando di macinare molti chilometri prima di affrontare la parte più impegnativa dell’itinerario. Le prossime settimane li porteranno tra Kazakhstan, Uzbekistan e lungo la Pamir Highway, una strada sterrata che supera i 4.000 metri di quota e che rappresenta una delle sfide più dure dell’intero percorso. A complicare tutto ci saranno anche frontiere più rigide, controlli doganali e lunghi tratti completamente isolati. Eppure nessuno sembra preoccuparsi troppo. Alla domanda su cosa si porteranno a casa, nessuno parla di chilometri. Mattia scherza sulle calamite che acquisterà in ogni Paese, Costanza pensa alle relazioni costruite. Stefano, invece, è convinto che il ricordo più importante sarà aver scoperto culture che difficilmente avrebbero conosciuto restando a casa.L'articolo «Se non ti perdi, stai sbagliando qualcosa»: il folle rally dei quattro italiani in viaggio per il Kazakistan – Il video proviene da Open.