Antisemitismo, il centrodestra blinda il ddl. Pd ancora diviso, Schlein valuta il no. La pattuglia riformista che potrebbe votare a favore

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Scade domani il termine per la presentazione degli emendamenti al ddl sull’antisemitismo in commissione Affari costituzionali alla Camera. Ma il copione appare già scritto: il centrodestra non intende modificare neppure una virgola del testo approvato dal Senato, mentre il campo largo si prepara a ripresentare in blocco le proposte di modifica già bocciate a Palazzo Madama. Gran parte erano state accolte o assorbite nel testo finale, ma resta sul piatto la definizione IHRA, vero pomo della discordia tra i dem. Se i riformisti sono pronti a una riedizione della spaccatura andata in scena al Senato, con la componente schierata per il sì, dalle parti della segretaria Elly Schlein gettano la palla in tribuna: «La postura da tenere in Aula la decideremo a ridosso del voto, ma probabilmente sarà quella adottata al Senato», spiegano a Open. A Palazzo Madama, però, astenersi equivale sostanzialmente a votare contro. Non è così alla Camera, dove gli astenuti non vengono conteggiati ai fini della maggioranza. Tecnicismi che assumono un peso politico: a Montecitorio non va escluso che l’area più vicina alla segretaria chieda di passare direttamente al no. La resa dei conti, insomma, è soltanto rinviata.Il campo largo per il Sì chiede nuove modificheIl bersaglio principale del campo largo, che si appresta a ripresentare il pacchetto di emendamenti unitari del Senato, resta il richiamo alla definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Le opposizioni chiedono di eliminarla o almeno di circoscriverne l’applicazione, per evitare che la critica alle politiche dello Stato di Israele possa essere confusa con l’odio antiebraico. Fumo negli occhi per il centrodestra, che non vuole riaprire una mediazione già conclusa al Senato. «Per la maggioranza il testo resta identico», taglia corto il relatore Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia. L’obiettivo del centrodestra è portare il ddl in Aula, dopo la pausa estiva, senza ulteriori modifiche.L’intenzione dell’opposizione invece è di presentare «tutti gli emendamenti che erano già stati presentati a Palazzo Madama, che erano anche di coalizione», sottolineano i dem. A benedire la linea c’è stato anche «un ufficio di presidenza del Pd», che ha dato formalmente il via libera alla ripresentazione.Nel mirino resta dunque la definizione che l’IHRA presenta come uno strumento «non giuridicamente vincolante», precisando che le critiche rivolte a Israele, quando analoghe a quelle mosse a qualsiasi altro Paese, non sono di per sé antisemite. Tra gli esempi indicati, tuttavia, rientrano anche il paragone tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista e l’applicazione allo Stato ebraico di criteri non richiesti ad altre democrazie. È su questo crinale che si concentra la nuova offensiva delle opposizioni. La richiesta è che il testo distingua in maniera ancora più netta il contrasto all’antisemitismo dal giudizio sulle scelte del governo israeliano.La mediazione al SenatoIl ddl, però, è già stato profondamente rimaneggiato durante il passaggio a Palazzo Madama, tengono il punto dalla maggioranza. Rispetto alla versione originaria sono infatti scomparse le disposizioni più contestate. Il testo non contiene più l’articolo che avrebbe consentito di vietare manifestazioni pubbliche in presenza di un «grave rischio potenziale» di utilizzo di simboli, slogan o messaggi antisemiti. Sono state eliminate anche le nuove fattispecie penali, considerate dalle opposizioni inutili o sovrapponibili alle norme già previste dalla legge Mancino.È rimasto invece l’impianto di fondo: il richiamo alla definizione di antisemitismo, la predisposizione di una Strategia nazionale contro l’antisemitismo e il rafforzamento del ruolo del coordinatore nazionale. Se per il centrodestra rappresenta il punto di equilibrio raggiunto dopo il confronto al Senato, per le opposizioni è il nodo ancora da sciogliere prima di poter valutare un eventuale sì in Aula.Nel Pd tregua con i riformisti fino all’Aula: «Si decide a settembre»La scadenza degli emendamenti riapre una ferita mai rimarginata tra i dem. A Palazzo Madama la disciplina di gruppo non aveva retto: sei esponenti dell’area riformista avevano scelto il sì insieme alla maggioranza. E la scena rischia di ripetersi a settembre. Piero Fassino, intercettato da Open nei corridoi della Camera durante l’incardinamento del provvedimento, lo aveva detto apertamente: lui e gli altri deputati dell’area voteranno sì. La pattuglia favorevole dovrebbe comprendere, oltre a Fassino, Lorenzo Guerini, Virginio Merola e Lia Quartapelle.Al Nazareno, però, per il momento si prende tempo. «Il provvedimento andrà probabilmente in Aula a settembre», sottolineano. La discussione sulla postura del gruppo quindi «come sempre la faremo vicino al voto». Una tregua armata, perché alla base del sì dei riformisti c’è un giudizio sul provvedimento che non è mai cambiato: per quell’area, il passaggio a Palazzo Madama ha già eliminato gli elementi più controversi, lasciando un provvedimento essenzialmente programmatico e privo di nuove sanzioni penali o limiti ai cortei.Sul fronte della segreteria, invece, le riserve sul riferimento all’Ihra non sono venute meno. L’idea è che alcuni degli esempi allegati potrebbero finire per condizionare il modo in cui vengono giudicate prese di posizione, proteste e iniziative critiche verso il governo israeliano. Il rischio non risiederebbe ora nell’introduzione di un nuovo reato – ormai espunto dal testo – ma nell’utilizzo del parametro per valutare dichiarazioni, iniziative pubbliche o prese di posizione politiche.La scelta tra astensione e voto contrarioE così a Montecitorio l’astensione potrebbe non bastare più. Tra gli schleiniani non viene considerata peregrina l’ipotesi che a settembre si possa scegliere il voto contrario. Al Senato gli astenuti concorrono infatti al computo della maggioranza e l’astensione equivale sostanzialmente a un no. Alla Camera, invece, non vengono conteggiati. Una differenza regolamentare che diventa immediatamente politica: confermare la parola d’ordine adottata a Palazzo Madama assumerebbe a Montecitorio un significato diverso, «più soft».La decisione definitiva intanto è rimandata. Al rientro dalla pausa estiva la segretaria dovrà scegliere: rendere esplicita la contrarietà del gruppo oppure evitare una nuova rottura con i riformisti, convinti che un’astensione o un no scoprirebbero di nuovo il fianco agli attacchi della destra. Una tregua per l’estate. Poi, salvo sorprese, nel Pd si riaccenderà lo scontro.Foto Ansa: L’approvazione del ddl sull’antisemitismo al SenatoL'articolo Antisemitismo, il centrodestra blinda il ddl. 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