di Daniele Di Vuono – L’Unione Europea ha approvato il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, estendendo la pressione sul sistema finanziario, sulle esportazioni energetiche e sulle reti internazionali utilizzate da Mosca per eludere le restrizioni. Le nuove misure colpiscono banche, piattaforme legate alle criptovalute, intermediari petroliferi, raffinerie e altre 41 navi riconducibili alla cosiddetta flotta ombra. Una parte rilevante dei provvedimenti riguarda operatori situati in Paesi terzi.È questo il punto intorno al quale si sviluppa la nuova fase della guerra economica. Dopo oltre quattro anni di sanzioni, Bruxelles non cerca più soltanto di interrompere i rapporti diretti tra la Russia e i mercati occidentali. Tenta di raggiungere i circuiti alternativi costruiti da Mosca per mantenere aperti i flussi finanziari, acquistare tecnologie e continuare a esportare energia.Il pacchetto comprende 218 nuove designazioni, relative a 170 entità e 48 persone. L’Unione ha imposto il congelamento dei beni e il divieto di mettere fondi a disposizione di 94 banche e grandi istituzioni finanziarie russe, mentre ha esteso il divieto di transazione ad altri 33 istituti. Sono state inoltre colpite una banca kirghisa collegata al sistema russo di messaggistica finanziaria SPFS, altri tre istituti non russi e quattordici piattaforme di servizi crittografici con sede in Georgia, Panama, Emirati Arabi Uniti, Isole Marshall, Kirghizistan e Bielorussia.L’obiettivo dichiarato è limitare la capacità russa di finanziare la guerra e di mantenere rapporti economici attraverso operatori meno esposti ai controlli occidentali. Molte delle principali banche russe erano già state escluse da SWIFT o sottoposte a divieti di transazione nelle prime fasi del conflitto. Imprese e istituzioni hanno però trasferito progressivamente parte delle operazioni verso istituti regionali, sistemi di pagamento alternativi e piattaforme digitali.La Russia non è stata isolata dall’economia mondiale. Ha modificato la geografia dei propri scambi.Il petrolio continua a raggiungere soprattutto i mercati asiatici. Le componenti industriali e tecnologiche possono passare attraverso società registrate in Paesi terzi prima di entrare nel territorio russo. I pagamenti vengono distribuiti tra banche e strumenti differenti. Questo sistema permette a Mosca di conservare l’accesso a risorse essenziali, ma aumenta i costi, allunga le catene commerciali e rende la Russia più dipendente dagli intermediari.Le nuove misure europee cercano di intervenire proprio su questi passaggi. Il Consiglio ha inserito 51 nuove entità nella lista degli operatori sottoposti a controlli più severi sull’esportazione di beni e tecnologie a duplice uso. Alcune hanno sede in Cina e Hong Kong, India, Kazakhstan, Kirghizistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Secondo Bruxelles, contribuiscono all’elusione delle restrizioni riguardanti microelettronica, macchine utensili a controllo numerico e apparecchiature destinate alla lavorazione dei semiconduttori.Questo non significa necessariamente che i governi coinvolti partecipino direttamente a una strategia coordinata con Mosca. In molti casi sono imprese private e reti commerciali a sfruttare lo spazio creato dalle sanzioni. Quando una rotta viene chiusa, aumenta infatti il valore economico di chi è in grado di costruirne una alternativa.La stessa dinamica riguarda la flotta ombra.L’espressione indica l’insieme di petroliere, società proprietarie, assicuratori, commercianti, agenzie di equipaggio e fornitori di servizi che permettono alla Russia di esportare petrolio riducendo la dipendenza dagli operatori occidentali. Si tratta spesso di navi anziane, registrate sotto bandiere differenti e controllate attraverso strutture societarie difficili da ricostruire.Il nuovo pacchetto vieta l’accesso ai porti europei ad altre 41 imbarcazioni, che si aggiungono alle 632 già sanzionate. Le misure possono ora raggiungere anche le navi che forniscono carburante o altri servizi alle unità della flotta ombra. Bruxelles ha inoltre colpito otto entità e un individuo attivi nel settore, compresa, per la prima volta, un’agenzia incaricata di procurare gli equipaggi.La scelta mostra che il problema non riguarda soltanto le petroliere. Una nave ha bisogno di marinai, manutenzione, assicurazioni, certificazioni, accesso ai porti e acquirenti disposti a comprare il carico. Colpire lo scafo può rallentare una singola operazione. Intervenire sui servizi che lo mantengono in movimento significa invece tentare di indebolire l’intera catena logistica.La pressione è stata estesa anche alle raffinerie e agli intermediari petroliferi. Le nuove designazioni comprendono tre raffinerie russe, un importante impianto bielorusso e una società creata per commercializzare in Russia prodotti petroliferi bielorussi. È stato inoltre disposto, con entrata in vigore differita di sei mesi, un divieto di transazione nei confronti della raffineria georgiana di Kulevi, accusata di lavorare e commerciare petrolio russo. Cinque operatori del settore sono stati sottoposti allo stesso divieto per aver contribuito ad aggirare le restrizioni europee.Bruxelles cerca quindi di seguire il greggio lungo l’intero percorso: dall’estrazione al trasporto, dalla raffinazione alla vendita. Ma l’efficacia di questa strategia dipende dalla capacità di individuare società che possono cambiare rapidamente denominazione, proprietà o giurisdizione.Anche le misure contro le piattaforme di criptovalute seguono la stessa logica. L’Unione ha creato la base giuridica per vietare le transazioni tra operatori europei e fornitori di servizi crittografici situati in un Paese terzo, quando questi vengono utilizzati dalla Russia per eludere le sanzioni.L’UE non può imporre direttamente le proprie regole a una banca o a una piattaforma registrata fuori dal suo territorio. Può però impedirle di operare con soggetti europei e rendere più costoso il suo accesso al mercato dell’Unione. La pressione economica assume così una proiezione esterna: non colpisce soltanto Mosca, ma anche chi decide di mantenere aperti determinati collegamenti con il sistema russo.Questa estensione può aumentare i costi dell’elusione, ma apre anche nuovi problemi politici. I governi dei Paesi terzi possono considerare le misure europee un’interferenza nei propri rapporti commerciali. Le società colpite possono spostarsi verso giurisdizioni meno cooperative. Più il sistema delle sanzioni si allarga, più la sua efficacia dipende dalla capacità dell’Unione di ottenere collaborazione oppure di rendere economicamente svantaggioso il mantenimento dei rapporti con gli operatori russi.Il pacchetto ha inoltre mostrato le difficoltà interne all’Europa.La sua approvazione ha richiesto l’unanimità dei ventisette Stati membri ed è arrivata dopo settimane di trattative. La Grecia aveva contestato le restrizioni sul trasferimento di gas naturale liquefatto russo verso Paesi terzi, sostenendo che un divieto completo avrebbe sottratto attività agli armatori europei senza ridurre le entrate di Mosca. Atene ha infine ottenuto una deroga annuale, automaticamente rinnovabile, per le operazioni effettuate nell’ambito di contratti firmati prima del 24 febbraio 2022 e nel limite dei volumi registrati nel 2025. Il divieto europeo di importazione del GNL russo entrerà invece in vigore il 1° gennaio 2027.Il compromesso rivela uno dei limiti della strategia europea. Per aumentare la pressione sulla Russia, Bruxelles deve colpire attività nelle quali alcune imprese degli Stati membri conservano interessi rilevanti. Se il costo interno diventa troppo elevato, però, l’unità politica necessaria per approvare e applicare le sanzioni rischia di indebolirsi.La stessa tensione emerge dal tetto al prezzo del petrolio russo. L’Unione ha sospeso fino al 15 luglio 2027 il meccanismo che avrebbe adeguato automaticamente il limite, mantenendolo a 44,10 dollari al barile. La decisione serve a impedire che l’aumento delle quotazioni internazionali permetta a Mosca di ottenere entrate maggiori utilizzando servizi marittimi occidentali. La maggior parte del greggio russo viene però già scambiata al di sopra del tetto.L’Europa deve quindi mantenere un equilibrio difficile. Vuole ridurre le risorse disponibili per la guerra russa senza provocare nuovi shock sui mercati energetici. Cerca di limitare la flotta ombra senza perdere completamente il controllo dei servizi marittimi. Colpisce banche e intermediari stranieri, ma deve evitare che l’espansione delle misure produca fratture con i Paesi terzi o tra gli stessi Stati membri.Il ventunesimo pacchetto non dimostra che la Russia sia stata isolata. Mostra piuttosto quanto sia diventato complesso raggiungere un’economia che ha distribuito i propri traffici attraverso reti finanziarie, energetiche e commerciali più opache.La nuova fase della guerra economica si gioca quindi sulla capacità di adattamento. L’Unione Europea tenta di individuare le rotte utilizzate per aggirare le restrizioni; la Russia cerca di modificarle prima che vengano bloccate. Nessuna delle due parti dispone di uno strumento decisivo.Bruxelles può rendere più costoso il funzionamento dell’economia russa, ma per farlo deve estendere la pressione oltre i confini della Federazione e coinvolgere un numero crescente di operatori internazionali. Mosca può conservare parte dei propri collegamenti commerciali, ma al prezzo di una maggiore dipendenza da partner, intermediari e sistemi finanziari esterni.È in questo spazio che continua il confronto: non in un isolamento completo della Russia, ma in una pressione progressiva sulle reti che le permettono di finanziare la guerra e restare collegata all’economia mondiale.