di Giuseppe Gagliano – L’intensificarsi delle tensioni tra Medio Oriente ed Europa orientale evidenzia una crescente difficoltà delle principali potenze nel trasformare la superiorità militare in risultati politici duraturi. Dallo Stretto di Hormuz al conflitto in Ucraina, il ricorso all’escalation appare sempre più come uno strumento per gestire crisi irrisolte piuttosto che per risolverle.Nel Golfo Persico il confronto tra Stati Uniti e Iran si concentra ormai sul controllo dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso il quale transita una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Ogni tensione nell’area ha ripercussioni immediate sui mercati energetici, sui trasporti marittimi e sull’economia globale, con effetti particolarmente rilevanti per le economie asiatiche e per un’Europa ancora esposta alla volatilità dei prezzi dell’energia.Un’eventuale operazione terrestre contro l’Iran viene considerata poco realistica dagli analisti per le dimensioni del Paese, la conformazione del territorio e la complessità dello scenario regionale. Più plausibile appare il proseguimento di una strategia basata su attacchi mirati, operazioni coperte, guerra elettronica e pressione sulle infrastrutture energetiche, con il rischio di un progressivo allargamento del conflitto.Tra le principali vulnerabilità regionali figurano gli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo, indispensabili per l’approvvigionamento idrico di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Kuwait. Un eventuale danneggiamento delle infrastrutture energetiche che li alimentano potrebbe avere conseguenze economiche e sociali ben oltre i confini della regione.Nel frattempo emergono differenze di approccio tra Washington e Israele. Mentre il governo israeliano considera prioritario il contenimento delle capacità militari iraniane, gli Stati Uniti devono valutare anche gli effetti di una guerra prolungata sulla sicurezza regionale, sui mercati energetici e sulla competizione strategica con la Cina.Anche il conflitto in Ucraina continua a mostrare i limiti della superiorità tecnologica. L’impiego di droni e sistemi avanzati ha modificato le modalità operative sul campo, ma non ha alterato in modo decisivo l’equilibrio strategico. Parallelamente la Russia prosegue una strategia di logoramento che punta a consumare progressivamente le capacità militari, economiche e politiche dell’Ucraina e dei suoi alleati.In questo contesto, tanto nel Golfo quanto sul fronte ucraino, la prosecuzione delle operazioni militari sembra riflettere la difficoltà di individuare una soluzione politica condivisa. La gestione delle crisi continua così ad affidarsi prevalentemente agli strumenti della deterrenza e della pressione militare, mentre restano irrisolte le questioni strategiche che hanno originato i due conflitti.