di Mauro Morbello – Passato quasi inosservato in Italia, il 16 luglio 2026 si è svolto a Washington un incontro internazionale dedicato alla presunta «recrudescenza del terrorismo politico transnazionale». Il vertice, convocato dal segretario di Stato Marco Rubio, si è concentrato quasi esclusivamente su ciò che l’amministrazione Trump definisce terrorismo di estrema sinistra, con particolare attenzione ai gruppi antifascisti, anarchici e anticapitalisti ricondotti indistintamente sotto l’etichetta Antifa. All’iniziativa hanno preso parte rappresentanti di 66 Paesi, in prevalenza europei e latinoamericani, con una presenza comunque significativa anche dall’Asia e dall’area indo-pacifica. Tra i principali Paesi dell’Unione Europea, l’Italia si è distinta per aver garantito una presenza direttamente politica, affidata al sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco. Gli altri maggiori partner europei hanno invece generalmente preferito delegazioni diplomatiche o di livello inferiore, evitando un coinvolgimento esplicito ed evidenziando un atteggiamento di sostanziale prudenza. Una scelta che riflette le riserve suscitate da un’iniziativa considerata fortemente ideologica e fondata su una definizione del terrorismo politico formulata unilateralmente dagli Stati Uniti. In America Latina, l’impostazione promossa da Washington ha trovato piena sintonia nei governi di Argentina, El Salvador ed Ecuador, già aderenti, insieme ad altri esecutivi conservatori della regione allo Scudo delle Americhe, la coalizione voluta da Donald Trump per contrastare criminalità organizzata, immigrazione irregolare e gruppi classificati come organizzazioni narcoterroristiche. Tra i maggiori Stati latinoamericani non figuravano invece Brasile, Messico e Colombia, guidati da governi di centrosinistra e critici verso la nuova politica di riaffermazione egemonica statunitense nell’emisfero.Con l’organizzazione del vertice contro il terrorismo transnazionale, l’amministrazione Trump ha inteso porre le basi per un meccanismo internazionale di coordinamento tra servizi informativi e forze di polizia, finalizzato a ricostruire i collegamenti fra gruppi anarchici, antifascisti e anti-imperialisti ricondotti dalla Casa Bianca alla galassia Antifa. Una cooperazione che dovrebbe inoltre consentire di individuarne finanziatori e strutture di sostegno, interrompere i flussi economici e proteggere le infrastrutture strategiche da possibili sabotaggi attribuiti a matrici ambientaliste e di sinistra radicali. L’amministrazione Trump ha così proposto di applicare al terrorismo politico di sinistra gli strumenti sviluppati dopo l’11 settembre per colpire le reti jihadiste. In questa impostazione, l’azione repressiva non si limiterebbe agli autori materiali degli atti violenti, ma coinvolgerebbe anche quanti fossero accusati di sostenere, finanziare, incitare o agevolare i gruppi inseriti nelle liste terroristiche. La sorveglianza verrebbe così estesa a reti politiche, associazioni e organizzazioni della società civile anche in assenza di un coinvolgimento diretto in azioni violente.L’iniziativa si inserisce nella nuova strategia statunitense, rilanciata all’inizio del 2026 come fondamento di un rinnovato primato nelle Americhe, orientata soprattutto a contenere la presenza cinese nella regione. All’interno di questo disegno, la lotta al narcotraffico ha fornito agli Stati Uniti la giustificazione per rafforzare la propria presenza in territori, porti, rotte marittime e aree di frontiera, trasferendo una questione criminale e sociale nel campo della sicurezza militare. Il contrasto al presunto terrorismo di sinistra ne costituisce ora la proiezione politica e ideologica. Da un lato, la guerra al narcotraffico ha permesso di rafforzare il controllo degli spazi strategici. Dall’altro, la nuova campagna contro l’estremismo politico estende la medesima logica alla società civile, sottoponendo a sorveglianza organizzazioni sociali, reti associative, movimenti di protesta e forme radicali di opposizione. In questo modo, l’amministrazione statunitense si attribuisce, nello spazio emisferico che considera una propria sfera d’influenza, il potere di stabilire quali movimenti siano legittimi, quali forme di protesta possano essere tollerate e quali soggetti debbano essere classificati come minacce alla sicurezza.Il vertice del 16 luglio ha rappresentato un passaggio ulteriore, mirato a estendere questa impostazione oltre l’emisfero occidentale, inteso come l’insieme delle Americhe. Attraverso la creazione di una rete internazionale di cooperazione informativa e finanziaria, accompagnata da liste di proscrizione, gli Stati Uniti cercano di esportare verso l’Europa e altri Paesi alleati un modello elaborato nel quadro della propria riaffermazione emisferica. La nuova dottrina non si limita quindi a difendere una sfera d’influenza territoriale, ma punta a costruire un più ampio allineamento ideologico tra governi disposti a condividere la medesima rappresentazione del nemico interno. È precisamente su questo punto che emerge la pretestuosità dell’operazione. Non vi è dubbio che individui o piccoli gruppi riconducibili alla sinistra radicale possano commettere atti violenti, da perseguire con gli strumenti ordinari del diritto penale, indipendentemente dall’orientamento politico di chi li compie. Ben diversa è però la tesi secondo cui esisterebbe una vasta organizzazione transnazionale, genericamente ricondotta dall’amministrazione Trump sotto l’etichetta Antifa, dotata di comando unitario, finanziamenti coordinati e capacità operativa paragonabile a quella di un cartello della droga o di una rete jihadista.In realtà Antifa non costituisce un’organizzazione centralizzata. È piuttosto una denominazione utilizzata da collettivi autonomi, ambienti politici differenti e singoli militanti privi di una direzione internazionale riconoscibile. L’assenza di una struttura gerarchica non esclude il verificarsi di episodi violenti, ma rende profondamente fuorviante la rappresentazione di un’unica rete globale da neutralizzare attraverso gli strumenti eccezionali dell’antiterrorismo. Anche i dati disponibili mostrano una marcata sproporzione tra la minaccia descritta e la sua effettiva incidenza. Negli Stati Uniti, fra il 2016 e il 2024, gli attacchi attribuiti alla sinistra radicale sono stati molto meno numerosi rispetto a quelli riconducibili all’estrema destra. La differenza risulta ancora più evidente considerando il numero delle vittime, largamente superiore negli attentati compiuti da suprematisti bianchi, milizie antigovernative e formazioni radicali di destra, che però nell’incontro di Washington non sono stati presi in considerazione.La scelta di concentrare un vertice globale quasi esclusivamente sul terrorismo di sinistra appare quindi fortemente pretestuosa e strumentale. L’amministrazione statunitense afferma di voler colpire comportamenti illegali, non idee, ma delimita il campo della minaccia attraverso categorie ideologiche estremamente ampie. Anticapitalismo, antifascismo, ambientalismo radicale, anti-imperialismo e opposizione alle infrastrutture strategiche vengono collocati nello stesso spazio politico dal quale dovrebbe emergere il terrorismo. Il rischio è evidente. Non si parte più necessariamente da un reato concreto per individuarne gli autori, ma si sottopone preventivamente a osservazione un ambiente politico alla ricerca di possibili comportamenti criminali. La presunzione viene così rovesciata. Non è l’atto violento a condurre verso il responsabile, ma l’appartenenza ideologica, reale o presunta, a giustificare la sorveglianza.Le conseguenze di tale impostazione possono risultare particolarmente gravi in America Latina, dove il confine tra conflitto sociale e questione di sicurezza è storicamente fragile. Proteste contro miniere, privatizzazioni, grandi infrastrutture o in difesa dell’ambiente coinvolgono frequentemente comunità indigene, organizzazioni ecologiste, movimenti e associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani. Quando la protezione delle infrastrutture strategiche viene incorporata nella lotta al terrorismo, blocchi stradali, occupazioni e proteste possono essere reinterpretati come forme di sabotaggio o minacce alla sicurezza nazionale. Non è necessario che ogni movimento venga formalmente qualificato come terrorista. È sufficiente che categorie vaghe consentano di sottoporre attivisti e organizzazioni a controlli, limitazioni della mobilità, scambio internazionale di informazioni e repressione Il rischio, reale, consiste nella costruzione di una nuova figura di nemico interno transnazionale. In nome dell’ordine costituito potrebbero essere legittimati il controllo di attivisti, restrizioni alla libertà associativa, verifiche sui finanziamenti, condivisione di banche dati e una crescente militarizzazione dell’ordine pubblico. Il conflitto sociale viene così sottratto alla politica e trasferito nel campo della sicurezza. Invece di interrogarsi sulle cause del dissenso si costruisce una minaccia da isolare e reprimere perché potenzialmente destinata a tradursi in violenza.Quando la logica della sicurezza cessa di distinguere con rigore tra reati e idee, organizzazioni armate e movimenti sociali, la democrazia varca il confine che separa la propria difesa dalla repressione indiscriminata e, superata quella soglia, nega il principio stesso sul quale si fonda. Se il vertice del 16 luglio dovesse tradursi in un dispositivo stabile e condiviso, quel confine sarebbe già stato oltrepassato.