Ecco che il 16 luglio è uscito nelle sale italiane l’ultimo film di Christopher Nolan, “Odyssey”, già un successo prima dell’apertura dei botteghini. Se lo scopo di un prodotto è quello di essere venduto e, solo dopo, essere apprezzato, piuttosto che disprezzato, ecco che la fatica della Universal Pictures pare ottenere ciò che si era prefissato; d’altronde è necessario coprire le spese di produzione che ammontano a 250 milioni di dollari: non una produzione a basso budget.Mito e favolaLe opere attribuite ad Omero sono alla base della nostra cultura, l’hanno forgiata. Siamo di fronte al mito; ed è fondamentale percepire la differenza tra esso e la favola.Una favola è un racconto di fantasia. I suoi protagonisti non sono mai esistiti e non appartengono alla memoria storica di un popolo. Il mito, invece, è qualcosa di diverso. Pur contenendo elementi fantastici, nasce all’interno di una precisa civiltà e rappresenta la cultura, la religione e l’identità di un popolo. Come rappresentazione di una civiltà il mito parla ad un mondo che da quella civiltà deriva.Il ciclo troiano – come resa letteraria del mito – fu una raccolta di poemi epici greci che trattavano la storia della Guerra di Troia e il suo seguito. Era una diffusa ricerca di “radici”. Di queste opere, delle quali si posseggono nella maggior parte dei casi solo frammenti o – quantomeno – il nome, sono sopravvissute, integre, solo quelle attribuite ad Omero.Interpretare il mitoQuesto mito primigenio nei secoli ha visto autori di differenti estrazioni creare dei veri e propri spin-off che non hanno alterato il ceppo originario, ma hanno dato vita a dei corollari. Numerose sono le opere dei tragici che hanno attinto – ed arricchito – il ciclo. In epoca recente anche Dante, lontano oltre 2000 anni da Omero, ha introdotto suggestioni, così come, nella contemporaneità, poeti come Kavafis e Kazantzakis, in sostanziale continuità culturale con l’antichità, hanno interpretato il mito, senza alterarne i personaggi. Questa è la logica del mito.Lupita-ElenaBen più invasiva l’operazione di Nolan. Ha destato un non indifferente scalpore la scelta della bella e brava attrice keniota messicana Lupita Nyong’o per il duplice ruolo di Elena e di Clitemnestra. La sola scelta di una artista africana ha scatenato reazioni opposte.In Grecia la polemica ha raggiunto una dimensione nazionale. Il film è stato in parte girato nel palazzo di Nestore nel Peloponneso e ha ricevuto quasi 6,5 milioni di euro di sussidi statali greci, il che ha dato alla controversia un’ulteriore spinta politica. L’euro-deputato Papanikolaou ha chiesto chi avesse concesso i permessi di ripresa in Grecia senza controllare il casting.È ben vero che si sono sollevate voci a favore della scelta di Nolan, che evocano il diritto di destrutturare il mito e che le figure in questioni non erano personaggi “storici”. I limiti di queste argomentazioni è che se i personaggi non sono “reali”, storico e storicizzato è il mito. Osservazioni quali quella che dice che Elena può essere nera perché la cultura greca avrebbe forti debiti con la cultura africana, quantomeno quella sub sahariana, non hanno diritto di cittadinanza nella logica. Affermare ciò non è razzismo: è filologia, storia, rispetto per le fonti.A peggiorare la situazione è la stessa Nyong’o che – ammettendo che mai aveva letto l’opera prima di affrontare il casting – dà una differente lettura della produzione omerica, criticando indirettamente l’autore: “Quando si leggono l’Iliade e l’Odissea – disse ad una presentazione della pellicola – si dedica pochissimo tempo al punto di vista delle donne”. L’attrice aggiunge che nel poema greco, il poeta ha raccontato la storia soprattutto dal punto di vista maschile.Oltre il wokeQui si va oltre il semplice woke. Qui siamo di fronte al problema cardine della società contemporanea che rifiuta l’eredità del passato e che non lascia in eredità nulla di significativo.Invitano a riflettere le parole di Marcello Veneziani: “Noi viviamo nell’epoca dell’egocentrismo del presente. […] Cioè viviamo in un’epoca che crede di poter fare a meno dei padri, perché si auto genera”. Da qui la logica che non vi è più l’interesse a lasciare nulla in eredità, lasciando ai posteri il compito di ricreare il loro presente. In sintesi: il passato non ci riguarda, perché era prima che noi esistessimo e così il futuro, perché non ci saremo. Esiste solo il presente.Dal mito al fantasy passo breveNon sarebbe particolarmente rilevante parlare della scelta di una attrice “nera”, se Omero – così generoso di descrizioni ed impareggiabile forgiatore di epiteti descrittivi – nell’”Iliade” non avesse introdotto la “rifugiata” regina di Sparta con queste parole: “Iride venne come messaggera da Elena dalle bianche braccia“. In egual modo Esiodo la chiama “Elena dai capelli dorati”.Si potrebbe, correttamente, aggiungere che certi epiteti erano propri della descrizione di personaggi di estrazione aristocratica che non dovevano avere la pelle consumata dal sole, come i lavoratori dei campi e gli artigiani, ma la licenza poetica di introdurre una figura etnicamente africana è una inutile forzatura letteraria, se si parla esclusivamente del prodotto cinematografico, in sé.L’autore ha posto il suo kanon chiudendo il perimetro evolutivo. Non si esclude che altri autori che hanno affrontato il ciclo omerico abbiano immaginato i personaggi con sembianze differenti da quelle omeriche, ma di essi – come detto – non sopravvive nulla. Quindi il cerchio si storicizza con la immaginazione di Omero. Certo può essere reinventata ma dal mito storicizzato al fantasy il passo può essere brevissimo.Le quote etnicheSe accettassimo come “normale” la presenza di un attore nero per interpretare un personaggio di differente etnia dimenticheremmo che Omero parla di Memnone, re di Persia e d’Etiopia, alleato dei Troiani che portò il suo esercito sotto le mura di Ilio dove perì per mano di Achille. Se Omero avesse voluto fare di Elena una figura africana, aveva gli strumenti lessicali, geografici e mitologici per farlo. Non l’ha fatto. Questo non si discute, si constata.Una assoluta rilettura potrebbe funzionare benissimo, ma dovrebbe dichiarare apertamente di voler offrire una nuova interpretazione dell’opera. Se invece ci si presenta come adattamento del mito originale, allora anche il rispetto del suo contesto storico e culturale diventa parte integrante del lavoro.Il punto nodale che non si vuole rinunciare a riproporre il mito antico con stilemi ed immagini canoniche, ma queste devono rispettare le esigenze della modernità. Hollywood, da sempre, ha interesse a porsi all’avanguardia del sentire comune americano; d’altronde è la fabbrica dei sogni nazional-popolari da sempre.L’affermazione dell’idea positiva di ethnicity in opposto a melting pot divenne una opzione “intellettuale” e fece presto si trasformarsi in lotta sindacale. Nei decenni il Screen Actors Guild-American Federation of Television and Radio Artists (prima solo SAG), il potente sindacato americano degli attori, che recentemente hanno piegato le grandi major produttive, ha imposto che le produzioni – a seconda del budget della pellicola – dovessero, indipendentemente da soggetto trattato in essa, rispettare “quote” etniche.Non che non vi siano state storture in senso opposto. In questi giorni di riletture dei personaggi letterari si ricorda che nel 1604, debuttò al Whitehall Palace nei panni del primissimo Otello il caucasico inglese Richard Burbage, attore di punta della compagnia dello stesso Shakespeare. Se passiamo al cinema la musica non è cambiata per un bel pezzo. Nel 1951 Orson Welles diresse e interpretò un Othello capolavoro visivo premiato a Cannes, ricorrendo a un trucco leggero ma comunque nero.È però onesto ricordare che per molti decenni non fu facile – per ragioni oggettive di scarsità di mano d’opera adeguata e anche per pregiudizi – trovare attori di etnia “corretta”, rispetto al personaggio rappresentato e che il “gusto” del pubblico accettava soluzioni che adesso sarebbero considerate ridicole. Fino a non molto tempo fa era cosa logica ed inevitabile, in una rappresentazione operistica dell’Aida, utilizzare figuranti caucasici, dipinti alla bisogna, per impersonare gli schiavi etiopi. Adesso il pubblico, la critica e la società in genere, non accetterebbero più quelle soluzioni ridicole, peraltro estremamente più costose.La correttezza ad ogni costoOra si è a parti invertite. Anche se istanze sociali, sindacali e di marketing di vario genere richiedono una comprensibile attenzione e rispetto verso le istanze di genere e di etnia, è innegabile che quando entra in campo l’obbligo della correttezza a qualsiasi costo, non temperata dal senso della misura e della cultura allora si cade nel goffo e nel ridicolo.Nel 2021 in network britannico Channel 5 trasmise una miniserie tv (3 puntate) dal titolo “Anne Boylen” dove la protagonista venne interpretata da Jodie Turner-Smith, britannica sì, ma di origine giamaicana. Guardando al passato è possibile ricordare come nel 1970 la BBC scelse il delicato e somigliantissimo volto di Dorothy Tutin per rivestire il ruolo della sfortunata madre di Elisabetta ne “Le sei mogli di Enrico VIII”. Altri tempi!Se è giusto adeguare le “narrazioni” che hanno caratterizzato la cultura occidentale alla nuova società multietnica è necessario farlo a 360°. Non è credibile che nella Francia di Carlo X e di Luigi Filippo un alto funzionario di polizia fosse nero, come vuole lo sceneggiato “I Miserabili” del 2018.Quale altra ed alta operazione di sincretismo fece Kurosawa, rispetto ai modaioli del pinkwashing e del blackwashing di oggi, che calò le atmosfere oscure e gotiche del Macbeth e del Re Lear negli ultimi decenni del periodo Muromachi con i capolavori “Il trono di sangue” e “Ran”, senza imporre ad attori nipponici di vestire panni ridicoli, che avrebbero svilito loro e l’autore interpretato!A ruoli inversi?L’artificiosità della discussione è dimostrata dal fatto che a ruoli inversi, questo non è accettato. Nel 2020, quando venne comunicato che ad interpretare, in un docu-film targato Netflix, il ruolo di Cleopatra sarebbe stata chiamata la bella attrice Gal Gadot (Wonder Woman), si elevarono alte le proteste di chi voleva che l’attrice fosse o egiziana o africana, senza tener conto che quella dei Tolomei era una dinastia di “invasori”, che non mischiò il proprio sangue con quello dei nativi.Alla fine il ruolo venne affidato ad Adele James, un’attrice britannica con padre giamaicano ma di origine africana. Poco importa che il più noto archeologo e divulgatore egiziano, Zahi Hawass, abbia criticato la produzione perché, a suo dire, Cleopatra “aveva la pelle chiara”.Ecco che il cerchio si chiude. Il sipario si è alzato ed il successo di botteghino è assicurato. Ma Omero è un’altra cosa.L'articolo Odissea, o comica tragedia? Dal mito al fantasy passo breve proviene da Nicolaporro.it.