Qualcosa di nuovo bolle sul fronte ucraino. Con le dimissioni del ministro della difesa, il mai-militare Fedorov; del comandante-in-capo, il generale Syrskyi; del capo dello Stato Maggiore Generale, il generale Hnatov. Qualcosa troppo importante per essere ignorato. E che cercheremo di interpretare, partendo dagli antefatti.Primo antefatto: Putin e il DonbassDal Cremlino, hanno fatto sapere che l’obiettivo minimo di guerra resta il Donbass. Cioè, ciò che manca da occupare dell’Oblast di Donetsk (essendo quello di Luhansk già interamente occupato). Con espressioni inequivocabili, Vladimir Putin: “ha puntato i piedi a terra per raggiungere l’obiettivo chiave di catturare il resto della regione orientale del Donbass ucraino”; “ha rimproverato un gruppo di consiglieri che suggerivano un compromesso basato su un cessate-il-fuoco, lungo le attuali linee del fronte”; “crede che la Russia conquisterà presto il Donbass”; “considera il conseguimento del controllo della regione una questione di principio”.L’interesse, per noi, sta nella teorica compatibilità di tutto ciò con lo schema di Anchorage, che richiamiamo: (1) rinuncia alla pretesa russa sulla parte non occupata degli Oblast di Cherson e Zaporizhzhia; (2) riconoscimento americano della annessione della Crimea ed eventualmente pure del Donbass (se non anche delle parti occupate degli Oblast di Cherson e Zaporizhzhia), (3) land-swap delle parti occupate dei restanti Oblast, in cambio della parte non occupata dell’Oblast di Donetsk; (3) rinuncia alla demilitarizzazione dell’Ucraina; (4) rinuncia di Kiev all’ingresso nella Nato; (5) accordo sul destino delle sanzioni statunitensi; (6) accordo sul destino degli attivi di banca centrale russa.Di tali sei punti, solo il (3) si renderebbe caduco, dopo l’occupazione dell’intero Oblast di Donetsk. Ciò di cui si accorge pure Bloomberg, pur attribuendo ciò alla circostanza che lo schema di Anchorage sia saltato, mentre è vero l’esatto contrario: è proprio quello schema a stabilire che il land-swap vale solo prima dell’occupazione dell’intero Oblast di Donetsk.Ciò significa che, conquistate le ultime tre città fortezza ancora ucraine (Sloviansk e Kramatorsk al centro, Dobropillia a sud) e raggiunto il confine di Oblast, Mosca promette di proporre un cessate-il fuoco.Secondo antefatto: Trump e il DonbassContestualmente, dal Cremlino facevano sapere anche che, “durante una telefonata con Trump, Putin ha cercato di convincerlo che la Russia avrebbe preso il restante quinto della regione di Donetsk che l’Ucraina controlla ancora”. Ossia, che lo schema di Anchorage continua ad essere realistico. O, se il lettore preferisce, che Putin continua a considerarlo tale.Certe dichiarazioni di Ushakov, possono essere interpretate in tal senso: “Non stiamo aspettando che questi accordi vengano attuati, stiamo aspettando la vittoria. Stiamo aspettando la realizzazione dei nostri obiettivi”. Ossia, non stiamo aspettando che il resto del Donbass ci venga consegnato, bensì stiamo aspettando di catturarlo. Come pure quelle di Lavrov e dallo stesso Putin: i quali confermano che lo schema di Anchorage esiste ed è una proposta dell’amministrazione Trump.Putin aggiungeva “che la Russia conquisterà presto il Donbass” e Trump ha tradotto ai giornalisti che “stiamo avvicinandoci molto più di quanto la gente pensi. E il presidente Putin vuole che finisca. Ve lo dico con molta convinzione”. Meritandosi i complimenti di Peskov: “Trump, il presidente degli Stati Uniti, ha una posizione abbastanza coerente, e tutte queste invenzioni secondo cui avrebbe cambiato opinioni come una banderuola sono, ovviamente, false”. Insomma, sì: lo schema di Anchorage regge.Ciò significa che, una volta che Mosca avrà proposto un cessate-il fuoco, esso troverà il sostegno di Washington. Sin qui l’antefatto.Fatto: le dimissioni kievaneÈ qui che interviene il fatto: le triplici dimissioni dell’intero vertice di comando militare (Fedorov-Syrskyi-Hnatov).Il primo rimproverava al secondo ed al terzo molte cose ma, in particolare, rigidità tattica (lentezza nel ritirare le truppe da posizioni indifendibili o ormai inutili) e scarsa attenzione alle perdite umane (le brigate verrebbero bruciate più velocemente del necessario, peggiorando la già grave carenza di personale addestrato). Ad esempio, viene portata la battaglia di Pokrovsk: città-fortezza recentemente caduta dopo una lunga e molto costosa difesa.Il muro di droniCome alternativa, gli amici di Fedorov propongono una difesa in profondità, meno disposta a sacrificare brigate ad oltranza, bensì meglio disposta a ritiri più tempestivi e organizzati. La loro impostazione può essere riassunta nello slogan del muro di droni: una zona profonda 10-20 Km, una tela-di-ragno, dominata da droni di vario tipo, tali da rendere al limite impossibile, per le truppe e i veicoli russi, avanzare o addirittura muoversi.Tesi resa attraente dalla promessa, a volte persino esplicita, di sostituire i droni ai fanti sul terreno: un modo per ridurre le tensioni interne crescenti, in materia di arruolamento (cosiddetta busification). Ex-multis, il potentissimo Budanov presenta il rimpiazzo di Syrskyi (il generale Drapatyi), come un generale che “protegge le persone”.Un muro di droni che, però, ha la caratteristica di essere significativamente più efficace nelle aree aperte (campi, strade, terreno scoperto). Mentre, assai meno efficace dentro le aree urbane: dove edifici, macerie e cantine offrono riparo.Con il significativo effetto di rovesciare in svantaggio il vantaggio delle città-fortezze, non appena i russi si avvicinano abbastanza da entrare nelle prime case. Come è – o comunque presto sarà – il caso proprio di Sloviansk e Kramatorsk e Dobropillia.Kiev e il DonbassIl dimissionato generale Syrkyi ha risposto alle accuse, ricordando che i droni da soli non bastano: “per preparare il campo di battaglia in modo che i droni possano operare in modo efficace, servono: artiglieria, mortai, mezzi ingegneristici, difesa aerea, guerra elettronica e ancora decine di altri mezzi”. Ed è difficile dargli torto, ma non è qui il cuore del problema.Al cuore del problema egli arriva quando aggiunge che affidarsi unicamente al muro di droni sarebbe “un’evidente avventatezza, qualsiasi esperimento di questa scala si paga con le nostre terre” … cioè, con il resto del Donbass.A dimostrazione che il tema del contendere non è una strategia militare, piuttosto che l’altra: bensì, la opportunità, o meno, di sacrificare l’esercito nella difesa ad oltranza di città-fortezza comunque destinate alla caduta.Uno scontro politico in fermentazioneConcetto rafforzato dal successivo messaggio di addio di Syrskyi, centrato sulla rivendicazione di una pretesa capacità offensiva: “consegno al mio successore un esercito che non solo tiene la difesa, ma si trova in stato offensivo – con iniziativa, con struttura, con persone che sanno come battere il nemico. E spero sinceramente che questa offensiva continui. Tutto è pronto per questo”.Pretesa particolarmente pericolosa per un successore che si appresta a passare dalla difesa per città-fortezza alla difesa-in-profondità (o, addirittura, al muro di droni). E particolarmente pericolosa in quanto fa il verso alla retorica di uno Zelensky, sin qui apparentemente categorico e stentoreo nel sostenere la strategia ucraina, tradizionale dal 2014: usare le città-fortezza per rallentare l’invasore russo; in attesa che sanzioni occidentali e raid ucraini (su centri logistici e raffinerie) facciano crollare l’economia dell’invasore.A significare uno scontro latente, a Kiev, a tutto carico di quelli che dovessero accettare il cessate-il fuoco lungo le linee di Anchorage. E ciò anche se il successivo negoziato non si traducesse mai in un trattato-di-pace (la soluzione coreana, alla quale pensa Budanov). Una partita interna capitale, ma ancora tutta da scrivere.ConclusioniAd oggi, Sloviansk e Kramatorsk e Dobropillia non sono ancora cadute. Quando cadranno, non lo sappiamo: magari entro il 2026 – come dice Putin – magari nel 2027 avanzato.Solo, sappiamo che gli americani preferirebbero vedere, sulla linea del cessate-il-fuoco ai confini del Donbass, un esercito ucraino sconfitto ma non già interamente sacrificato; piuttosto che un esercito ucraino immolato nell’ultima battaglia per il Donbass. Ed è difficile dar loro torto.Ed abbiamo qui visto come, a Kiev, si portino avanti col lavoro. In vista di un cessate-il-fuoco impossibile da non digerire, nonché di un negoziato sul quale un esercito ucraino ancora in stato di combattimento peserebbe assai più di qualunque bella promessa di chi, nella Ue e nel Regno Unito, vuol combattere sino all’ultimo ucraino.L'articolo Cosa c’è dietro il rimpasto dei vertici militari a Kiev proviene da Nicolaporro.it.