Minori e giustizia, “la sicurezza non dipende solo da punizioni facili”

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“Il principio secondo cui anche un minorenne debba rispondere delle proprie azioni è condivisibile: negare ogni responsabilità sarebbe diseducativo e ingiusto anche nei confronti delle vittime. Ma responsabilizzare non significa equiparare un adolescente a un adulto”. Lo dice a LaSalute di LaPresse David Lazzari, psicologo della salute presidente dell’Osservatorio Benessere Psicologico e Salute Benèpsys, intervenendo sul ddl sull’imputabilità dei minori approvato in Consiglio dei ministri. Per Lazzari “il rischio culturale è che si trasmetta l’idea che la sicurezza dipenda soprattutto dalla maggiore facilità nel punire. La certezza e la tempestività della risposta sono importanti, ma la sola severità – puntualizza lo psicologo – non interviene sulle cause della violenza minorile e non garantisce automaticamente una maggiore capacità deterrente”.Minori e maturità“Tra i 14 e i 18 anni esistono differenze enormi nella maturità emotiva, nella capacità di valutare le conseguenze, nel controllo degli impulsi e nel grado di condizionamento esercitato dal gruppo e dall’ambiente. Per questo l’accertamento individuale della capacità di intendere e di volere non è necessariamente un cavillo o una forma di indulgenza: serve a stabilire quale responsabilità possa essere concretamente attribuita a quel ragazzo e quale risposta sia più efficace”, riflette Lazzari.“La nuova norma non elimina questa valutazione, perché resta possibile dimostrare l’incapacità del minore, ma ne rovescia il presupposto. Il rischio culturale è che si trasmetta l’idea che la sicurezza dipenda soprattutto dalla maggiore facilità nel punire”, ribadisce lo psicologo.Giustizia e minori: 3 esigenze da bilanciareSecondo lo specialista la giustizia minorile dovrebbe tenere insieme tre esigenze: proteggere la società, riconoscere pienamente i diritti delle vittime e impedire che il reato diventi l’identità definitiva di un adolescente. “La vera responsabilizzazione non consiste soltanto nel ‘far pagare’, ma nel mettere il ragazzo nelle condizioni di comprendere il danno prodotto, ripararlo per quanto possibile e modificare il proprio percorso”, sottolinea Lazzari.“Servono quindi risposte ferme, ma accompagnate da valutazioni psicologiche accurate, interventi educativi intensivi, sostegno alle famiglie, lavoro nelle scuole e nei territori e percorsi di giustizia riparativa. Altrimenti rischiamo di intervenire più facilmente sul giovane dopo il reato, continuando però ad arrivare troppo tardi prima che il reato venga commesso”, ragiona Lazzari.No al termine paranzaAnche il termine ‘maranza’, per lo psicologo, è un’etichetta mediatica “che tende a trasformare fenomeni differenti e ragazzi con storie molto diverse in un’unica categoria stigmatizzante. Gli orientamenti internazionali sulla giustizia minorile sottolineano la necessità di risposte individualizzate, orientate al reinserimento e non fondate sulla semplice assimilazione del minore all’adulto”, conclude Lazzari.Questo articolo Minori e giustizia, “la sicurezza non dipende solo da punizioni facili” proviene da LaPresse