L’amore nelle persone con disabilità cognitiva: un terzo e ultimo ricordo di Enzo Jannacci (con il suo valore aristotelico)

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Chi segue questa rubrica sa che il 25 giugno e l’11 luglio mi sono occupato, con due articoli, dell’opera di Enzo Jannacci, ponendola in relazione al tema della disabilità. La risposta dei lettori è stata talmente generosa da spingermi ad un ultimo atto di questa che, scherzosamente, il direttore Alessandro Cannavò ha definito “Jannacceide”. La cosa curiosa, peraltro, è che io sono uno studioso di Aristotele, teorico della “giusta misura”, mentre qui mi trovo a parlare, con vicinanza, dell’autore de L’importante è esagerare. Le due cose, tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, non si escludono. La “giusta” misura aristotelica si attua infatti, sul piano etico-politico, solo se mira appunto a porre in essere la “giustizia”, anche “esagerando” un po’ nella sua realizzazione, almeno rispetto ai canoni del conservatorismo oggi dominanti.Vorrei in ogni caso soffermarmi, in questa sede, su una canzone poco conosciuta del Nostro, intitolata La mia morosa la va alla fonte, del 1965. Il brano, di cui a Jannacci si deve soprattutto la musica, e a Dario Fo principalmente il testo (i due autori lavoravano però in modo sinergico), possiede una storia complessa. L’origine del medesimo pare infatti risalire addirittura al XVI secolo, ma Fo e Jannacci lo hanno rivisitato in maniera molto originale. Nella musica si trova peraltro la traccia di una successiva canzone di Fabrizio De André, Via del campo, la quale è appunto registrata avendo come autori De André-Jannacci.Al di là dei dettagli di questa storia, in parte controversi, il testo del presente brano, almeno nella interpretazione che propongo, può essere, a mio avviso, utilizzato per parlare di un tema che troppo spesso si trascura, ovvero l’amore provato dalle persone con disabilità cognitiva. L’amore, sentimento difficile da definire, esprime quella attrazione irresistibile nei confronti di un’altra persona, assai problematico anche solo da controllare, tale da risultare spesso, per chi lo sperimenta, totalizzante. Nelle persone con disabilità cognitiva, purtroppo, questa passione viene raramente ricambiata, per cui essa si limita a vivere nell’anima di chi la esperisce, sovente senza nemmeno saper trovare le parole per esprimersi. Inevitabile, in merito, il riferimento ad un’altra canzone di De André, Il matto: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore, e non riesci ad esprimerlo con le parole…”.Il personaggio che racconta, nel brano di Jannacci, parla invece apertamente di quella che definisce “la mia morosa”. Emerge però, nel testo, una distanza, tipica del desiderio non ricambiato, o anche solo della impossibilità di instaurare un rapporto. Ogni canzone dovrebbe essere ascoltata, e questa non fa eccezione. Riporto, tuttavia, almeno il testo della medesima, con mia traduzione dal dialetto milanese:La mia morosa va alla fonte,con un secchio di rame e argento,sì ma quell’acqua che gli va dentrosono i miei languori d’amor per lei.La mia morosa si bilancia,e appena appena muove l’anca,dentro il secchio si forma un’ondasi forma un’onda che pare un mar.Si forma un’onda che pare un maredentro a quel mare provo a nuotare,io nuoto sì ma non so nuotare,dentro quel mare vado ad annegar.I pochi interpreti che hanno analizzato questo brano, hanno fatto riferimento al simbolismo contadino, ossia all’acqua come fonte di vita, giovinezza, fertilità. Io credo, tuttavia, conoscendo la sensibilità di Jannacci, che dietro questa immagine possa esserci qualcosa di più, ovvero che essa possa rappresentare il disagio di un essere umano in difficoltà con il sentimento umanamente più impegnativo da gestire, ossia appunto l’amore. Se affrontare l’amore è complesso per tutti, immaginiamoci quanto possa esserlo per una persona con deficit cognitivo, quale forse è il protagonista di questa storia.Quest’ultimo, dicevamo, definisce la ragazza che va alla fonte come “la mia morosa”. Eppure, dal quadro che emerge dal racconto, pare non esserci alcun rapporto tra queste due persone. Egli descrive la scena del trasporto dell’acqua, ma ciò che si evince dalla stessa è soltanto il suo stato d’animo incerto, la sua verosimile incapacità di relazionarsi con questa giovane, per una difficoltà insormontabile, la quale viene probabilmente prima di ogni possibile timore del rifiuto. Tale difficoltà appare costituita dal suo sentirsi in vario modo incapace di rapportarsi a questa fanciulla alla pari, condizione tuttavia necessaria per instaurare una vera relazione d’amore.Tutto ciò si coglie dal fatto che il giovane idealizza continuamente la ragazza, delineandola sempre come distante. Innanzitutto, la descrive con in mano un secchio di rame e argento, materiale davvero troppo prezioso per portare dell’acqua in campagna. La lontananza risulta, inoltre, anche da altri aspetti, come il fatto che, in una attività pur faticosa, egli la vede comunque perfetta, equilibrata, quasi immobile. Ciò ricorda inevitabilmente, ad uno studioso di Aristotele, il divino Motore immobile, supremo oggetto di amore, immobile proprio in quanto perfetto, tanto da non avere bisogno di movimento (ogni movimento, anzi, ne ridurrebbe la perfezione). Rimane il fatto che il Motore immobile è massimamente distante dall’umano, essendo appunto divino.Il disagio di questo ragazzo emerge in ogni caso, compiutamente, nella metafora che utilizza. Egli infatti – o, meglio, i suoi “languori d’amor per lei”, in cui pone tutto sé stesso – si immedesima nell’acqua del secchio portato dalla ragazza, ponendosi anche così in modo passivo nei suoi confronti. Si tratta di un piccolo recipiente, ma in esso egli pone l’intera sua vita. Per questa ragione basta un semplice movimento dell’anca della fanciulla a generare, nei suoi sentimenti, un’onda, come se quel secchio fosse un mare. Il mare, oltre che per la sua dimensione sterminata, era, per la filosofia greca, un luogo pericolosamente innaturale, inadatto alla vita umana. Questo ragazzo, in effetti, si sente come in un mare, nel quale però non può esimersi dallo stare, perché l’attrazione d’amore è troppo forte. Il rischio che corre è tuttavia grande, perché sa di non saper nuotare, ossia di essere incapace di una vera relazione. Ciò nonostante, l’amore è quanto gli manca nella vita, sicché in quel mare finirà per annegare, con quella sofferenza che molte persone con disabilità cognitiva conoscono.luca.grecchi@unimib.it