L’ennesima figuraccia del calcio italiano: la rivoluzione promessa è già deragliata

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Dal caso Pirlo alla gestione della nuova FIGC: l’impressione è che nulla sia realmente cambiatoIl calcio italiano aveva un’occasione irripetibile. Dopo tre Mondiali consecutivi vissuti tra delusioni, fallimenti e ricostruzioni mai realmente completate, il cambio ai vertici della FIGC avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza di una nuova era. Servivano programmazione, competenza, prudenza e soprattutto credibilità. Invece, a poche settimane dall’insediamento del nuovo corso, il sistema sembra essere già finito dentro una spirale di improvvisazione che rischia di compromettere ancora una volta la fiducia di tifosi e addetti ai lavori.LEGGI ANCHE: le ultime notizie in Serie AIl clamoroso stop alla candidatura di Andrea Pirlo, arrivato quando la trattativa sembrava ormai definita, rappresenta l’emblema di una gestione che finora ha mostrato troppe falle. Se davvero sono bastate verifiche arrivate soltanto all’ultimo momento per bloccare un’operazione praticamente chiusa, allora il problema è ben più profondo di un semplice cambio di allenatore.Una rivoluzione costruita più sui nomi che sulla programmazioneL’impressione è che si sia puntato soprattutto sull’effetto mediatico. Paolo Maldini è uno dei simboli più importanti della storia del calcio italiano e nessuno potrà mai discutere ciò che ha rappresentato da calciatore. Tuttavia, la grandezza costruita sul campo non garantisce automaticamente competenza manageriale, soprattutto quando si entra in un contesto complesso come quello federale.Lo stesso discorso vale per Leonardo, chiamato a condividere un progetto che avrebbe dovuto riportare serenità e autorevolezza, ma che finora ha trasmesso soprattutto l’idea di una struttura ancora priva di una direzione chiara.Il rischio è che si sia confuso il prestigio dei curriculum sportivi con la capacità di gestire una federazione reduce da anni di crisi.Errori evitabili che pesano più dei risultatiIn una fase tanto delicata, la comunicazione diventa parte integrante della strategia. Ogni indiscrezione, ogni nome accostato alla panchina della Nazionale, ogni operazione lasciata filtrare senza una reale possibilità di concretizzarsi finisce inevitabilmente per trasformarsi in un boomerang.L’aver dato l’impressione di inseguire allenatori irraggiungibili, salvo poi ritrovarsi a virare su profili completamente diversi, ha trasmesso all’esterno un senso di improvvisazione che una federazione reduce da anni complicati non poteva permettersi.Ancora più grave appare la gestione del caso Pirlo. Le verifiche regolamentari e le valutazioni sulle eventuali incompatibilità avrebbero dovuto rappresentare il primo passaggio dell’intera operazione, non l’ultimo. Se un progetto si blocca quando manca soltanto l’ufficialità significa che qualcosa, nella macchina organizzativa, non ha funzionato.Il problema non sono le bandiere, ma il metodoIl calcio italiano continua spesso a rifugiarsi nel fascino delle proprie icone. È comprensibile affidarsi a figure che hanno scritto pagine straordinarie della storia azzurra, ma una federazione moderna non può vivere soltanto di nostalgia.Servono dirigenti preparati, strutture efficienti, competenze giuridiche, organizzative e gestionali. Il nome prestigioso rappresenta un valore aggiunto solo quando viene inserito all’interno di un progetto già solido. Se invece diventa il punto di partenza dell’intera strategia, il rischio è quello di costruire castelli destinati a crollare al primo ostacolo.Quanto accaduto in queste settimane restituisce invece l’immagine di una governance che sembra aver sottovalutato la complessità del ruolo.La credibilità della FIGC passa dalle scelte, non dagli sloganLa sensazione più preoccupante è che il calcio italiano non abbia ancora imparato dai propri errori. Dopo anni di promesse di cambiamento, si continua a rincorrere l’emergenza invece di prevenirla.La nuova dirigenza aveva il compito di trasmettere un messaggio preciso: basta improvvisazione, basta decisioni affrettate, basta gestione emotiva. Invece, la prima grande vicenda del nuovo corso rischia di trasformarsi in una pesante sconfitta d’immagine.Naturalmente sarebbe ingeneroso emettere sentenze definitive dopo poche settimane di lavoro. Maldini e Leonardo avranno ancora tempo per dimostrare il proprio valore e ribaltare i giudizi. Ma è altrettanto evidente che l’inizio sia stato ben al di sotto delle aspettative.E quando rappresenti la FIGC, non basta avere un cognome pesante o una carriera leggendaria alle spalle. Conta soprattutto la capacità di evitare errori che, in una federazione di questo livello, non dovrebbero nemmeno arrivare sul tavolo delle decisioni finali.Il calcio italiano aveva bisogno di ripartire con autorevolezza. Per il momento, invece, ha semplicemente aggiunto un’altra pagina poco edificante a una crisi che sembra non conoscere fine.