Per anni lo scenario climatico RCP8.5 è stato presentato al grande pubblico come una sorta di “business as usual” (BAU), cioè il futuro verso cui il mondo si sarebbe diretto in assenza di politiche climatiche particolarmente aggressive. Eppure, come sostiene Roger Pielke Jr. nei suoi recenti interventi, questa interpretazione è profondamente fuorviante: RCP8.5 non è diventato implausibile recentemente grazie al successo delle politiche di decarbonizzazione; era già implausibile fin dall’inizio.Per comprendere il problema occorre ricordare che gli scenari non sono previsioni. Nella ricerca scientifica vengono spesso costruite ipotesi estreme, persino molto improbabili, per esplorare i limiti di un sistema. È una pratica del tutto legittima: gli ingegneri studiano terremoti eccezionali, gli economisti ipotizzano crisi estreme e i climatologi analizzano percorsi emissivi molto elevati per capire che cosa potrebbe accadere nelle condizioni più sfavorevoli. Lo stesso Pielke ricorda che gli scenari sono “strumenti per l’intelletto”, non profezie sul futuro.Il problema nasce quando uno scenario costruito come caso limite viene trasformato mediaticamente nel percorso più probabile. RCP8.5 richiedeva infatti presupposti estremi. Tra questi, una crescita enorme dell’uso del carbone durante tutto il XXI secolo, fino a livelli senza precedenti nella storia umana, e una dinamica energetica sempre più dipendente dai combustibili fossili proprio mentre tecnologia, efficienza e diversificazione delle fonti stavano andando nella direzione opposta. Pielke e altri ricercatori hanno sostenuto per anni che tali assunzioni non descrivevano una traiettoria realistica del sistema energetico globale.Anche la componente demografica contribuiva all’estremità dello scenario. Le versioni originarie associate a RCP8.5 facevano affidamento a una crescita della popolazione mondiale molto elevata, nettamente superiore a quanto indicato dalle proiezioni demografiche più accreditate negli anni successivi. La combinazione di popolazione molto più numerosa, crescita economica sostenuta e massiccio ricorso al carbone costituiva quindi un insieme di condizioni simultanee difficilmente compatibili con le tendenze osservate.Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni sostenitori dell’uso estensivo di RCP8.5 hanno cambiato argomentazione. Oggi non negano più che lo scenario sia implausibile; sostengono invece che sia diventato implausibile grazie al successo delle politiche climatiche, alla riduzione dei costi delle rinnovabili e agli sforzi di decarbonizzazione. Secondo questa lettura, il mondo sarebbe stato originariamente avviato verso un riscaldamento di quasi 5 °C entro il 2100, ma sarebbe poi stato “salvato” dalle azioni intraprese negli ultimi anni. Pielke contesta apertamente questa ricostruzione, sostenendo che essa confonde una correzione metodologica con un successo politico.La sua analogia è efficace: se un bambino cresce di trenta centimetri tra i 12 e i 16 anni, estrapolare quella crescita fino all’età adulta e concludere che diventerà alto quasi tre metri non produce una previsione plausibile. Se poi il ragazzo si ferma a un’altezza normale, non significa che una particolare politica abbia evitato il risultato estremo; significa semplicemente che lo scenario iniziale era sbagliato.Leggi anche: Clima, svolta clamorosa: gli scenari apocalittici non stanno in piediLa vera questione, quindi, non è se sia giusto studiare scenari estremi. Certamente lo è. La questione è averli trasformati per anni nel riferimento dominante per migliaia di studi, titoli giornalistici e valutazioni d’impatto, attribuendo loro una plausibilità che non possedevano. Oggi persino gli organismi che definiscono i nuovi scenari climatici hanno riconosciuto che i percorsi emissivi più estremi utilizzati in passato non rappresentano più un quadro credibile del futuro.La buona scienza, però, non è quella che pretende di non aver mai sbagliato. È quella che riconosce gli errori, li corregge e prosegue. Per questo appare poco convincente il tentativo di riscrivere la storia sostenendo che RCP8.5 fosse realistico e sia stato reso irrealistico dalle politiche climatiche. Se uno scenario era già fondato su assunzioni estreme riguardanti carbone, popolazione ed evoluzione energetica, allora la conclusione più onesta è semplicemente ammettere che non era un buon candidato a rappresentare il “business as usual”. Ed è proprio questa capacità di autocorrezione, non la difesa a oltranza delle vecchie narrazioni, che dovrebbe distinguere la buona scienza dalla propaganda.Gianluca Alimonti, 22 luglio 2026L'articolo Lo scenario climatico più catastrofico era “inevitabile”? Falso. La verità è un’altra proviene da Nicolaporro.it.