Baby gang, imputabilità e due tifoserie. Perché guardare alle best practice internazionali

Wait 5 sec.

Giovedì 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che rovescia l’onere della prova sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni: da oggi, salvo prova contraria da fornire in giudizio, un ragazzo di quell’età si presume capace di intendere e di volere. Il governo l’ha presentato come il tassello finale di un percorso avviato nel 2023 con il decreto Caivano.Vale la pena distinguere subito due piani, perché nel dibattito italiano tendono a fondersi fino a diventare indistinguibili: il contenuto tecnico della norma, e la narrativa con cui viene comunicata al Paese. Sul primo piano, la misura è meno radicale di come viene percepita. Non cambia l’età imputabile, restano fermi i 14 anni, né inasprisce le pene, che continuano a beneficiare della diminuente prevista dall’articolo 98 del codice penale. Cambia solo chi deve dimostrare cosa: prima era l’accusa a dover provare la maturità del minore caso per caso, ora sarà l’imputato, se lo ritiene, a dover dimostrare il contrario. È una modifica dell’onere probatorio, tecnica e circoscritta.Sul secondo piano, la comunicazione istituzionale racconta tutt’altro: un video sui social, uno slogan sulla responsabilità personale, l’inserimento della misura in una sequenza continua di decreti sicurezza presentati come argine crescente a un’emergenza. È la messa in scena di una svolta epocale su una norma che, nella sostanza, sposta un dettaglio processuale. Questo scarto tra tecnica e narrazione non rende la misura inutile — l’uso strumentale della minore età da parte di organizzazioni criminali che reclutano ragazzini proprio perché sanno di poterli proteggere è un problema reale, e rendere più agevole l’accertamento della responsabilità penale può avere un effetto deterrente su quel meccanismo — ma segnala con chiarezza che qui la comunicazione pubblica viaggia su un binario più ambizioso e più politico di quanto il testo normativo, da solo, potrebbe sostenere.La sinistra risponde alla narrativa, non al testoLe opposizioni, dal canto loro, hanno reagito quasi esclusivamente al secondo piano, quello narrativo, senza confrontarsi davvero con il contenuto tecnico della norma. Le critiche si sono concentrate sui toni — “deriva autoritaria”, accuse di propaganda, il richiamo al fallimento delle politiche securitarie precedenti — più che su un’analisi puntuale di cosa cambi realmente nell’onere della prova e con quali conseguenze pratiche per i minori coinvolti. È un atteggiamento speculare a quello del governo: se l’esecutivo sovradimensiona comunicativamente una misura tecnica, l’opposizione la liquida con un giudizio morale complessivo, altrettanto sganciato dal merito. Nessuno dei due schieramenti ha indicato, con la stessa energia investita nello scontro simbolico, quali strumenti alternativi o complementari andrebbero messi in campo per affrontare il fenomeno nella sua interezza — dalla povertà educativa al degrado urbano, dall’assenza di modelli adulti alla dispersione scolastica, tutti fattori che lo stesso governo cita come concause salvo poi tradurli quasi solo in un intervento normativo.È un copione che si ripete identico ogni volta che in Italia si discute di sicurezza: la maggioranza propone una misura repressiva vestita da soluzione definitiva, l’opposizione la bolla come sbagliata o incivile rispondendo alla cornice comunicativa più che al testo, e nessuno dei due campi si prende la briga di argomentare un’alternativa concreta, con numeri ed evidenze empiriche a sostegno. Il risultato è un dibattito che produce tifoserie contrapposte e polarizzazione, ma quasi nessun avanzamento reale delle politiche pubbliche.Eppure, restando al merito, una critica seria al ddl esisterebbe, ed è di natura tecnico-costituzionale più che politica: la fretta con cui il testo è stato varato apre dubbi reali di legittimità su almeno tre principi cardine della Carta. L’articolo 31 impone una tutela rinforzata e prioritaria dell’infanzia e della gioventù; l’articolo 27 assegna alla pena una funzione rieducativa, difficilmente compatibile con un automatismo che tratta un quindicenne come un adulto prima ancora di conoscerne il percorso personale; l’articolo 2, nella lettura che ne ha dato la stessa Corte costituzionale, impone di valutare sempre la persona nella sua individualità, non una categoria astratta. L’inversione dell’onere della prova — che sposta sulla difesa, anziché sull’accusa, la dimostrazione dell’incapacità di intendere e di volere — realizza di fatto una forma di “adultizzazione” del minore che la giurisprudenza costituzionale ha già escluso in passato, proprio perché la maturità di un adolescente non può essere presunta ma va sempre accertata caso per caso. È su questo terreno, non su quello degli slogan, che le opposizioni avrebbero potuto costruire una contestazione credibile: sostenendo che un approccio meramente punitivo e securitario, per quanto comprensibile di fronte alla gravità del fenomeno delle baby gang, resta riduttivo se non accompagnato da investimenti in educazione, consapevolezza e corpi intermedi — e che l’emarginazione dei giovani più esposti rischia di aggravarsi, anziché attenuarsi, se non si lavora parallelamente sul senso di appartenenza democratica, sulla scuola e sui percorsi di cittadinanza.Guardare altrove: cosa hanno fatto i Paesi (e le regioni) che hanno davvero ridotto la devianza giovanileSe l’obiettivo condiviso — a parole, da entrambi gli schieramenti — è ridurre la criminalità minorile, la domanda da porsi non è ideologica ma empirica: chi ci è riuscito, e come? La letteratura internazionale offre risposte piuttosto nette, e nessuna di esse coincide con la sola scelta tra repressione e proclami di civiltà.L’Islanda ha ridotto in una generazione i tassi di consumo di alcol e droghe tra gli adolescenti, passando dai più alti d’Europa ai più bassi, cambiando l’ambiente in cui i ragazzi crescono: finanziamenti diretti alle famiglie per attività sportive e artistiche extrascolastiche, un coprifuoco sociale concordato — non imposto per via penale — per i minori di 16 anni, pattuglie di genitori nei quartieri la sera e questionari periodici nelle scuole per intercettare precocemente il disagio.La Scozia ha affrontato il problema delle bande armate a Glasgow con la Scottish Violence Reduction Unit, trattando la violenza come un’epidemia da contenere anziché come una colpa da punire: i “Navigators”, spesso ex membri di gang riconvertiti, intervengono nel pronto soccorso, nel momento di massima vulnerabilità del ferito, per convincerlo a lasciare la strada prima che scatti la vendetta, mentre alle bande viene offerta un’alternativa concreta fatta di lavoro, disintossicazione e alloggio, accompagnata da una deterrenza mirata verso chi continua a delinquere. Il tasso di omicidi giovanili è crollato nel decennio successivo.I Paesi Bassi, con il programma Halt, applicano ai reati minori un percorso di giustizia riparativa che tiene i ragazzi fuori dal tribunale — scuse alla vittima, riparazione del danno, moduli educativi — con una recidiva dimezzata rispetto ai percorsi giudiziari tradizionali. A questi si aggiungono interventi la cui efficacia è documentata da decenni di valutazioni indipendenti: la Multisystemic Therapy, che riduce la recidiva fino al 70% lavorando sull’intero ecosistema del minore; il modello Cure Violence di Chicago, basato su “interruttori di violenza” di strada; e programmi di prevenzione precoce come il Perry Preschool Project o l’anti-bullismo KiVa nelle scuole.Su questo impianto multilivello l’Europa ha già un precedente storico che vale la pena richiamare, perché mostra che la sintesi tra sicurezza e prevenzione non è un’utopia recente: il Rapporto Bonnemaison del 1982 in Francia, da cui nacque il Conseil national de prévention de la délinquance. Quel modello dimostrò che la prevenzione della delinquenza giovanile richiede una governance strutturata su più livelli — comuni, scuola, servizi sociali, magistratura — e non norme penali d’emergenza calate dall’alto. L’impostazione di Bonnemaison spostava l’attenzione dai sintomi della devianza alle sue cause di fondo — degrado urbano, dispersione scolastica, mancanza di opportunità — lavorando sull’inclusione comunitaria prima ancora che i reati venissero commessi. È lo stesso principio, applicato su scala nazionale invece che regionale, che anima l’esperienza degli street tutor.C’è però un esempio più vicino a noi, e politicamente scomodo da ignorare per chi liquida ogni misura di sicurezza come questione di destra: gli street tutor dell’Emilia-Romagna, regione governata dal centrosinistra. Introdotti dalla legge regionale 24/2003 e regolamentati con percorsi formativi dedicati, sono operatori — spesso privati, inquadrati come addetti ai servizi di controllo — impiegati nelle aree della movida e nei quartieri più esposti a episodi di baby gang, da Parma a Imola. Il loro compito non è repressivo: presidiano lo spazio pubblico, dialogano con i gruppi di giovani, intervengono nella mediazione dei conflitti prima che degenerino, e cooperano con le polizie locali senza sostituirle. È, nella sostanza, una versione italiana e su scala minore della stessa logica alla base dei Navigators scozzesi o degli interruttori di Cure Violence: presenza, dialogo, de-escalation, non sanzione. I riscontri territoriali — dai progetti confermati e rifinanziati anno dopo anno nei centri storici colpiti da vandalismi e risse, alla loro estensione ad altre province emiliano-romagnole dopo le prime sperimentazioni — ne segnalano l’utilità percepita da amministrazioni di ogni colore politico, al punto che lo strumento è stato richiesto e replicato anche da giunte di centrodestra in altre regioni.Un punto di partenza, non un modello da importare tale e qualeIl punto non è scegliere tra pugno duro e permissivismo, ma riconoscere che nei contesti che hanno ottenuto risultati concreti la sanzione penale è uno strumento tra altri, non l’unico né il primo, ed è affiancata sistematicamente da investimenti in prevenzione, comunità e giustizia riparativa. È esattamente la sintesi che manca al dibattito italiano, bloccato tra chi propone solo l’inasprimento normativo e chi si limita a denunciarne la cornice comunicativa.Sarebbe più utile, per entrambi gli schieramenti, misurarsi sul merito: quante risorse l’Italia destina realmente a programmi di intervento familiare intensivo sul modello MST o FFT, oggi pressoché assenti nel sistema di giustizia minorile; se la messa alla prova, già prevista dal nostro ordinamento ma applicata in modo disomogeneo sul territorio, possa essere rafforzata sul modello HALT olandese; se l’esperienza degli street tutor, nata in una regione di sinistra e oggi replicata anche altrove, meriti un investimento nazionale strutturato invece di restare affidata a bandi regionali discontinui; se i fondi per lo sport e le attività extrascolastiche nei quartieri a rischio possano essere organizzati secondo la logica islandese dei buoni alle famiglie.Su tutto questo esisterebbe uno spazio bipartisan reale: la maggioranza otterrebbe la legittimazione empirica per una parte della propria agenda securitaria, le opposizioni potrebbero rivendicare l’investimento sociale e preventivo che oggi si limitano a invocare senza mai tradurlo in proposta di legge alternativa — e potrebbero farlo, tra l’altro, portando a modello un’esperienza nata proprio in una delle proprie roccaforti amministrative. Il costo di non farlo non è simbolico: sono i ragazzi che restano nella terra di mezzo tra uno slogan e la sua contestazione, mentre il fenomeno continua a crescere ai margini di un dibattito che produce consenso elettorale, ma progressi sociali modesti o nulli. Le best practice internazionali, e quelle già sperimentate in Italia, non chiedono di scegliere una parte politica: chiedono di guardare ai risultati.