“Due piazze diverse”. L’imbarazzante auto-assoluzione di Lepore su Bologna

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Sessantaquattro appartenenti alle forze dell’ordine feriti, con prognosi fino a 35 giorni. Sei mezzi della Polizia di Stato danneggiati, due automobili incendiate, vetrine e bancomat devastati, cassonetti distrutti, biciclette utilizzate per costruire barricate e persino un cantiere del tram completamente saccheggiato. Questa non è stata una semplice coda turbolenta al termine di una manifestazione. È stata una notte di guerriglia urbana nel cuore di Bologna. Eppure il sindaco Matteo Lepore sembra soprattutto impegnato a dimostrare che lui, con tutto questo, non c’entra nulla.Naturalmente la responsabilità materiale degli scontri appartiene a chi ha lanciato bombe carta, pietre e bottiglie contro gli agenti. Nessuno sostiene che sia stato Lepore a incendiare le automobili o a costruire le barricate. Ma accanto alla responsabilità penale esiste quella politica. E il sindaco di Bologna non può pensare di cancellarla con una lettera, qualche parola sulla democrazia e la teoria consolatoria delle “due piazze”.La morte di Abderrahim Fakir è una vicenda gravissima e dolorosa. È doveroso accertare che cosa sia accaduto durante l’intervento della polizia, verificare il comportamento degli agenti e individuare eventuali responsabilità. Ma proprio perché la vicenda è tanto delicata, il primo dovere delle istituzioni era quello di abbassare la temperatura, attendere gli accertamenti della magistratura e impedire che una tragedia ancora da ricostruire si trasformasse in un processo collettivo contro le forze dell’ordine.Lepore ha fatto l’opposto. Ha convocato la mobilitazione, ha chiamato la città in piazza per chiedere “verità e giustizia” e lo ha fatto mentre la Procura aveva già aperto un fascicolo. In un contesto simile, quelle parole non erano neutrali. Chiedere giustizia prima ancora di sapere se sia stata commessa un’ingiustizia significa inevitabilmente indicare qualcuno come possibile colpevole. E quel qualcuno, nella piazza bolognese, aveva già una divisa addosso.Il rischio non era imprevedibile. I sindacati di polizia avevano espresso preoccupazione prima del presidio, denunciando il pericolo che la manifestazione diventasse un atto d’accusa contro gli stessi agenti incaricati di garantirne la sicurezza. Gli antagonisti e i professionisti del disordine non sono improvvisamente atterrati a Bologna da Marte. Sono una realtà nota, organizzata e abituata a sfruttare ogni occasione utile per cercare lo scontro.Un sindaco dovrebbe conoscere la propria città. Lepore non poteva ignorare che una mobilitazione convocata sull’onda emotiva della morte di Fakir avrebbe attirato anche chi non cercava verità, ma un bersaglio. Se non lo aveva previsto, ha dimostrato un’imperdonabile incapacità politica. Se invece lo aveva previsto e ha deciso di procedere ugualmente, la sua responsabilità è ancora più grave. Il giorno dopo, anziché riconoscere l’errore, Lepore ha tentato di separare la manifestazione promossa dal Comune dalla devastazione che ne è seguita: “Ieri Bologna ha visto due piazze. Piazza Nettuno rappresenta Bologna. C’erano migliaia di persone che si sono incontrate pacificamente e spontaneamente, per esprimere la loro vicinanza alla famiglia di Abderrahim Fakir. Piazza Roosevelt e gli scontri, invece, non rappresentano Bologna. Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica”.Il sindaco ha poi aggiunto: “Penso spetti alle istituzioni stare accanto alle vittime. La storia della nostra città questo mi ha insegnato. Saranno le autorità competenti a dire cosa è accaduto domenica al Pilastro e ad accertare le responsabilità, ma ora la voce della famiglia Fakir è rappresentata e in campo c’è una Bologna democratica che non intende lasciare spazio alla violenza e alle strumentalizzazioni. Restiamo umani. Facciamolo insieme, ancora una volta”.Parole apparentemente ineccepibili, ma politicamente insufficienti. La distinzione tra manifestanti pacifici e teppisti è ovvia. Nessuno confonde le migliaia di persone presenti in piazza Nettuno con il centinaio di antagonisti che ha assaltato la polizia. Il punto è un altro: un sindaco non può intestarsi la piazza pacifica e disconoscere quella violenta, come se le conseguenze politiche delle sue iniziative potessero essere selezionate a posteriori. Lepore sostiene che piazza Roosevelt non rappresenti Bologna. Può darsi. Ma lui rappresenta tutta Bologna, compresi i commercianti che hanno trovato le vetrine distrutte, i proprietari delle automobili incendiate, i cittadini rimasti intrappolati nel caos e gli agenti mandati all’ospedale. A loro il sindaco non può rispondere con un invito a “restare umani”. Deve spiegare perché abbia ritenuto opportuno convocare una piazza tanto delicata e perché non abbia considerato il rischio, evidentissimo, di una degenerazione.Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto insieme i due principi che Lepore continua a presentare come incompatibili: cercare la verità sulla morte di Fakir e difendere senza esitazioni le forze dell’ordine aggredite. “Quanto accaduto a Bologna è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno. Ma nulla può giustificare la violenza contro le Forze dell’Ordine. Chi ha scelto di usare questa vicenda come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza, mettendo a rischio anche l’incolumità di cittadini del tutto estranei ai disordini, non cercava la verità: cercava lo scontro. Alimentare un clima di odio e di delegittimazione verso un intero Corpo dello Stato è un atto di grave irresponsabilità. Trasformare migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio significa colpire chi ogni giorno serve l’Italia con professionalità, sacrificio e coraggio”.È esattamente questo il punto. Non occorre scegliere tra la verità per Fakir e la solidarietà agli agenti. Si possono pretendere indagini rigorose senza trasformare la polizia in un corpo sotto accusa. Si può stare accanto alla famiglia senza anticipare le conclusioni della magistratura. Si può manifestare dolore senza offrire agli antagonisti il palcoscenico di cui avevano bisogno.Durissimo anche il ministro Tommaso Foti, che ha contestato direttamente la difesa del primo cittadino: “L’intervista del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, conferma che la pezza è peggio del buco. Dice di credere nello Stato di diritto, ma lo Stato di diritto non lo si difende osservando inermi chi mette a ferro e fuoco la città, aggredendo le forze dell’ordine, che contano oggi più di cinquanta feriti. Il sindaco di Bologna deve assumersi di fronte ai cittadini le proprie responsabilità, dopo aver convocato una manifestazione di piazza che, come era prevedibile, è degenerata in molteplici violenze, secondo i tristi rituali della guerriglia urbana. Non si può richiamare alla mobilitazione popolare, alimentare un clima di condanna preventiva nei confronti della polizia e poi, quando la situazione esplode, limitarsi a evocare lo Stato di diritto. La Procura aveva già aperto un fascicolo e avviato le indagini: saranno gli inquirenti a ricostruire i fatti che hanno portato alla morte di Abderrahim Fakir, non le piazze, non i cortei e nemmeno i processi politici. Il sindaco di una grande città dovrebbe contribuire a garantire serenità e coesione sociale, non alimentare tensioni. Quello che è accaduto a Bologna è gravissimo: una città messa a ferro e fuoco fino a tarda notte, una violenta aggressione alle Forze dell’Ordine, bersaglio di corpi contundenti, bombe carta e indicibili insulti. È la riprova del fatto che chi semina il vento dell’odio sulle forze dell’ordine provoca una tempesta di sanpietrini e bombe carta che le bersagliano. A Bologna, così come altrove. Mentre assistiamo all’inaccettabile silenzio delle opposizioni su quanto accaduto ieri, Lepore condanni senza ambiguità le violenze e si assuma le responsabilità politiche dell’accaduto”. Leggi anche:Lepore, noi agenti siamo stufi: la prossima volta vacci tu a prendere le sassateBologna, il duro sfogo della Polizia: “Noi condannati prima dei processi”Non si tratta soltanto di una polemica tra partiti. La richiesta di dimissioni avanzata da Galeazzo Bignami e da altri esponenti di Fratelli d’Italia nasce da una questione politica precisa: il sindaco ha promosso una mobilitazione potenzialmente esplosiva, ha sottovalutato gli avvertimenti, ha perso il controllo della situazione e il giorno dopo ha cercato di espellere simbolicamente i violenti dal racconto della città. “A casa. Lui e il Pd”, ha scritto Bignami, accusando Lepore di avere alimentato un clima incendiario e sostenendo che il conto sia stato pagato dai bolognesi e dagli uomini incaricati di proteggerli. Anche Matteo Salvini ha denunciato il clima di ostilità costruito intorno alle divise, invitando la politica a lasciare lavorare la magistratura senza alimentare linciaggi mediatici capaci di trasformarsi in violenza reale. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricordato che la morte di una persona non può essere utilizzata come strumento di lotta politica e che la ricerca delle responsabilità spetta agli inquirenti, non ai tribunali improvvisati nelle piazze.Lepore continua invece a comportarsi come se bastasse condannare gli scontri per chiudere la questione. Non basta. Condannare la violenza è il minimo sindacale, non un’assoluzione. Il sindaco deve rispondere della scelta politica compiuta prima degli incidenti, non soltanto delle parole pronunciate dopo. Le dimissioni non sarebbero una vendetta né l’attribuzione a Lepore di responsabilità penali che non ha. Sarebbero la conseguenza di un fallimento politico evidente. Un sindaco convoca una piazza, la città viene devastata, decine di agenti finiscono feriti e lui sostiene che la piazza violenta non rappresenti Bologna. Ma il problema non è stabilire quale piazza rappresenti Bologna. Il problema è capire chi rappresenti ancora Lepore.Un primo cittadino che non prevede una degenerazione largamente prevedibile, che non riesce a proteggere il centro della propria città e che poi si rifugia nella retorica delle “due piazze” potrebbe aver perso l’autorevolezza necessaria per continuare a governare.Massimo Balsamo, 21 luglio 2026L'articolo “Due piazze diverse”. L’imbarazzante auto-assoluzione di Lepore su Bologna proviene da Nicolaporro.it.