Il Ghana propone una nuova architettura di sicurezza per l’Africa occidentale, nel tentativo di ricostruire la cooperazione tra i Paesi del Sahel e quelli del Golfo di Guinea, divisi da profonde fratture politiche e diplomatiche. L’obiettivo è contrastare il terrorismo e le minacce transfrontaliere, ma la questione va ben oltre il coordinamento militare: riguarda la capacità degli Stati africani di controllare le proprie risorse, finanziare la sicurezza e costruire istituzioni capaci di garantire stabilità.Il 24 ottobre 2026, durante il Tana High-Level Forum on Security in Africa, il presidente ghanese John Dramani Mahama ha rilanciato l’idea di un accordo denominato Sahel–Gulf of Guinea Accord, destinato a riunire i Paesi disponibili a collaborare contro il terrorismo e le minacce alla sicurezza regionale. Si tratta, per il momento, di una proposta politica e non di un trattato già operativo.L’iniziativa nasce da una contraddizione che accompagna da decenni le crisi africane. Nonostante i miliardi investiti nella sicurezza, le missioni militari, i programmi di addestramento e la cooperazione internazionale, intere regioni del continente continuano a confrontarsi con una crescente instabilità.Mali, Burkina Faso e Niger hanno progressivamente interrotto i rapporti con il tradizionale sistema di cooperazione regionale, fino all’uscita formale dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) nel gennaio 2025. I tre Paesi hanno costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), modificando gli equilibri diplomatici e militari dell’Africa occidentale.Nel frattempo, le organizzazioni jihadiste hanno continuato a sfruttare territori scarsamente amministrati, frontiere permeabili e tensioni tra comunità locali. Il terrorismo non riconosce le divisioni diplomatiche. Un gruppo armato può attraversare una frontiera, rifornirsi attraverso reti criminali e approfittare dell’assenza di cooperazione tra Stati che affrontano la stessa minaccia, ma non condividono informazioni.Accra non propone semplicemente di rafforzare l’ECOWAS in contrapposizione ai Paesi dell’AES. Cerca piuttosto di ricostruire un dialogo operativo con governi che hanno scelto percorsi politici differenti.La cooperazione contro il terrorismo non può dipendere esclusivamente dalla compatibilità politica dei governi. Questo non significa rinunciare alle questioni relative alla democrazia, ai diritti umani o alla responsabilità delle istituzioni, ma riconoscere che la protezione delle popolazioni richiede canali di comunicazione anche quando le relazioni diplomatiche sono difficili.Il banco di prova sarà la capacità di trasformare la disponibilità politica in accordi verificabili, attraverso la condivisione delle informazioni di intelligence, il controllo delle frontiere, il coordinamento delle operazioni e la definizione di responsabilità chiare.Mahama ha inoltre collegato la pace alla capacità degli Stati africani di esercitare un maggiore controllo sulle proprie risorse e ridurre la dipendenza dai finanziamenti esterni.L’Africa possiede immense ricchezze minerarie, energetiche e agricole. Eppure, in numerose aree, l’estrazione delle risorse non si traduce in infrastrutture, servizi pubblici o opportunità economiche sufficienti per le comunità locali.La povertà non produce automaticamente terrorismo. Tuttavia, marginalizzazione, conflitti locali, debolezza istituzionale e assenza di servizi possono creare condizioni favorevoli al reclutamento e al radicamento dei gruppi armati. La sicurezza, quindi, non è soltanto un problema militare.Un’operazione può neutralizzare una formazione armata, riconquistare un territorio o interrompere una rete logistica. Ma che cosa accade il giorno successivo? Chi amministra quel territorio? Chi garantisce la giustizia? Chi protegge i commercianti? Chi permette ai contadini di tornare nei campi?Se dopo l’intervento militare non arriva lo Stato, il successo rischia di essere temporaneo. La sicurezza duratura richiede forze armate preparate, ma anche amministrazioni credibili, servizi essenziali, sistemi giudiziari funzionanti e rapporti di fiducia con le popolazioni.Un altro problema riguarda i finanziamenti. La cooperazione regionale richiede capacità operative permanenti, comunicazioni sicure, intelligence, mobilità, equipaggiamenti e personale addestrato.L’Unione Africana ha avviato iniziative per rafforzare il finanziamento delle proprie operazioni di pace, mentre la risoluzione 2719 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha aperto la possibilità di utilizzare contributi ONU per sostenere determinate operazioni africane, nel rispetto delle condizioni previste.La questione è anche politica. Chi finanzia le operazioni può esercitare un’influenza sulle priorità. La sfida africana consiste quindi nel costruire strumenti finanziariamente sostenibili senza rinunciare alla cooperazione internazionale.Autonomia non significa isolamento, ma capacità di scegliere i partner senza perdere il controllo degli obiettivi.Sarebbe tuttavia prematuro presentare il nuovo accordo proposto dal Ghana come una svolta già compiuta. Non esistono ancora risultati operativi attribuibili alla futura struttura, né è possibile valutarne l’efficacia senza conoscere le adesioni definitive, i finanziamenti, i meccanismi decisionali e gli strumenti di intervento.Il rischio è creare un’altra organizzazione destinata ad aggiungersi alle numerose iniziative regionali già esistenti, senza riuscire a superarne i limiti.Se il Ghana riuscisse a costruire una piattaforma capace di mantenere aperta la cooperazione tra ECOWAS e AES, potrebbe contribuire a ridurre una delle fratture più pericolose dell’Africa occidentale. Per riuscirci, però, occorreranno meno dichiarazioni e più risultati misurabili.La questione della sicurezza si collega così a quella, più ampia, della sovranità africana. Il continente ha conquistato progressivamente la propria indipendenza politica nel corso del Novecento, ma l’autonomia economica, tecnologica e strategica resta un processo incompleto e profondamente diseguale.Può un continente garantire autonomamente la propria sicurezza quando una parte importante delle sue economie dipende dall’esportazione di materie prime, dai finanziamenti esterni e da tecnologie sviluppate altrove?La risposta richiede istituzioni capaci, investimenti produttivi, formazione, cooperazione regionale e una distribuzione più efficace dei benefici economici.La proposta del Ghana rappresenta dunque un tentativo di affrontare il problema della sicurezza partendo anche dalle sue cause strutturali. Il suo valore non dipenderà soltanto dalla capacità di riunire governi attorno a un tavolo, ma soprattutto dalla possibilità di trasformare la cooperazione in una maggiore protezione delle popolazioni.Perché la vera misura della sovranità non è la capacità di proclamare l’indipendenza, ma quella di esercitarla.