La crisi dello Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi in un’emergenza alimentare per numerosi Paesi dipendenti dalle importazioni di fertilizzanti. Le difficoltà della navigazione nel Golfo Persico non incidono soltanto sulle forniture di petrolio e gas, ma anche sulla disponibilità dei prodotti necessari all’agricoltura, con conseguenze potenzialmente gravi per le economie più fragili.Secondo le rilevazioni dell’Organizzazione mondiale del commercio e di AXSMarine, le spedizioni osservabili di fertilizzanti attraverso Hormuz sono scese a zero in settembre, rimanendo su quel livello anche nei dati disponibili di ottobre.Il dato richiede una precisazione: il sistema di monitoraggio utilizza i segnali di identificazione delle navi, che possono essere disattivati. Lo zero registrato non dimostra quindi l’assenza assoluta di transiti, ma conferma la gravità delle perturbazioni che interessano il traffico commerciale.Il problema principale riguarda i tempi dell’agricoltura. A differenza di altri settori economici, la produzione agricola segue scadenze stagionali che non possono essere rinviate indefinitamente.Un carico di fertilizzanti consegnato dopo il periodo utile per la concimazione potrebbe non consentire di recuperare la produzione perduta. Anche un’eventuale riapertura dello stretto non eliminerebbe automaticamente le conseguenze dei ritardi già accumulati.Di fronte all’aumento dei prezzi o alla difficoltà di reperire concimi, gli agricoltori possono essere costretti a ridurre le quantità utilizzate, indebitarsi oppure diminuire le superfici coltivate.Gli effetti sui raccolti dipendono dalle caratteristiche dei terreni, dalle colture, dalle precipitazioni e dalla disponibilità d’acqua. La combinazione di fertilizzanti insufficienti, costi energetici elevati e condizioni climatiche sfavorevoli può tuttavia compromettere la produzione.La crisi interessa anche i Paesi che dispongono di stabilimenti nazionali. Il gas naturale è infatti una materia prima essenziale per la produzione di ammoniaca, dalla quale derivano molti fertilizzanti azotati.L’aumento del prezzo del gas può quindi rendere più costosa la produzione anche lontano dal Medio Oriente, mentre quello del gasolio incide sul funzionamento dei macchinari agricoli e sul trasporto delle merci.Le statistiche mondiali mostrano comunque una certa capacità di adattamento. Secondo i dati riportati, le importazioni globali di fertilizzanti azotati risultano inferiori del 2,8 per cento rispetto alle medie recenti, mentre quelle dei fertilizzanti fosfatici sarebbero superiori del 2,2 per cento.Questi valori suggeriscono che fornitori alternativi e nuove rotte commerciali abbiano compensato almeno una parte delle difficoltà. Non significano però che tutti i Paesi riescano ad approvvigionarsi alle stesse condizioni.Le grandi economie agricole possono anticipare gli acquisti, utilizzare riserve finanziarie e sostenere maggiori spese di trasporto. Gli Stati con limitate disponibilità valutarie incontrano invece ostacoli più consistenti.Per i piccoli agricoltori, il problema può non essere l’assenza assoluta del fertilizzante, ma l’impossibilità di acquistarlo a un prezzo sostenibile.La scarsità assume così una dimensione economica e sociale: le forniture continuano a circolare, ma raggiungono più facilmente chi dispone di credito, liquidità e maggiore potere contrattuale.I governi dei Paesi più vulnerabili si trovano davanti a una scelta difficile. Sovvenzionare i fertilizzanti permette di sostenere la produzione agricola, ma aumenta la pressione sui bilanci pubblici. Rinunciare agli interventi significa invece trasferire i rincari sui produttori e, successivamente, sui consumatori.Sul piano geopolitico, Hormuz dimostra quanto il controllo di un passaggio marittimo possa influenzare economie lontane dall’area del conflitto.Non è necessario impedire completamente la navigazione per provocare conseguenze rilevanti. La minaccia di attacchi, l’aumento dei premi assicurativi e l’incertezza sui tempi di consegna possono indurre armatori e operatori commerciali a modificare rotte e contratti.Garantire il passaggio occasionale di una nave non equivale infatti a ripristinare un traffico regolare. Per farlo occorre che compagnie di navigazione, equipaggi e assicuratori considerino accettabili i rischi per un periodo prolungato.La crisi rafforza inoltre il peso negoziale dei fornitori alternativi. La diversificazione degli approvvigionamenti può ridurre la dipendenza dal Golfo, ma non garantisce automaticamente prezzi più bassi o consegne tempestive.Gli sviluppi possibili dipendono soprattutto dalla durata delle interruzioni. Una ripresa relativamente rapida dei traffici, accompagnata dall’arrivo di forniture alternative, potrebbe limitare i danni alle produzioni agricole.Se invece le difficoltà proseguissero, i grandi compratori potrebbero continuare a rifornirsi mentre quelli economicamente più deboli sarebbero costretti a ridurre gli acquisti.Lo scenario più critico si avrebbe qualora ai problemi logistici si aggiungessero raccolti sfavorevoli e nuove restrizioni alle esportazioni alimentari. I Paesi maggiormente colpiti potrebbero trovarsi a importare più cibo proprio mentre diminuiscono le risorse disponibili per pagarlo.Per contenere questi rischi diventa essenziale assicurare l’arrivo dei fertilizzanti prima delle scadenze agricole, affiancando le forniture a strumenti di credito e sostegni mirati.In questa prospettiva si inserisce il progetto delle Nazioni Unite per coordinare e verificare i carichi attraverso un centro in Oman, con l’obiettivo di preservare i traffici essenziali anche durante la crisi.La questione alimentare conferisce così alla sicurezza della navigazione una dimensione che supera gli interessi energetici e commerciali delle grandi potenze.Le conseguenze di un’interruzione a Hormuz possono manifestarsi mesi dopo, quando i raccolti risultano inferiori alle necessità e i prezzi degli alimenti aumentano.Il costo della guerra non si misura quindi soltanto nelle navi ferme o nelle merci bloccate, ma anche nella produzione agricola che rischia di andare perduta. Per milioni di persone lontane dal Golfo Persico, la sicurezza alimentare dipende anche dalla possibilità che i fertilizzanti arrivino nei campi prima che sia troppo tardi.