Serbia, la tv pubblica della Vojvodina si scusa in diretta dopo il voto: «Per anni si è taciuto»

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BELGRADO — «Per molti anni il servizio pubblico non ha svolto la sua funzione. Si è taciuto, si è chiuso un occhio, l’informazione è stata a senso unico, non sono state fatte le domande giuste, o non è stata fatta alcuna domanda. Di questo dobbiamo scusarci con i telespettatori». Il conduttore Goran Eror ha letto queste parole in apertura del telegiornale delle 17 di martedì della Radio Televisione della Vojvodina, l’emittente pubblica della regione settentrionale della Serbia, con sede a Novi Sad.Due giorni dopo la vittoria della Student List, la lista nata dal movimento studentesco che domenica ha battuto Aleksandar Vučić, l’ex presidente dimessosi un mese fa per candidarsi a premier, le televisioni che per 14 anni hanno accompagnato il suo potere sono sotto pressione: scuse in diretta, un direttore dimissionario, una richiesta formale di cambiare i vertici della tv di Stato, un’irruzione nella redazione di un’emittente filogovernativa e un’istanza per toglierle la licenza.Subito dopo le scuse si è dimesso Nenad Ćaćić, direttore facente funzione del Primo programma dell’emittente della Vojvodina; al suo posto è stato indicato Blažo Popović. La sua rimozione era chiesta dal sindacato dei giornalisti Nezavisnost. Reuters ricorda il precedente del canale di Stato ungherese M1, che si era scusato con gli spettatori dopo l’uscita di scena di Viktor Orbán, nella primavera 2026.Nelle stesse ore la Student List ha inviato una lettera alla Rts, la radiotelevisione di Stato serba: «Chiediamo le dimissioni del direttore generale, del suo vice, dei caporedattori responsabili dell’informazione e di tutti i redattori». Le accuse sono cronaca selettiva, nessun controllo sul potere e, «particolarmente inaccettabile», l’aver riportato acriticamente insulti contro studenti e cittadini. La notte del voto la Rts ha smesso di trasmettere da Belgrado dopo l’ammissione di sconfitta di Vučić, mentre migliaia di persone festeggiavano in strada. L’azienda non ha finora risposto.L’irruzione a InformerIl caso più teso è quello di lunedì sera. Circa 30 persone sono entrate nella redazione di Informer TV, emittente vicina a Vučić, hanno interrotto la diretta e circondato il direttore e proprietario Dragan J. Vučićević, al grido di «Così va nella Serbia libera» e «Dov’è Vučić adesso?»; alcuni ne chiedevano l’arresto. Le immagini le ha trasmesse la stessa Informer. Tra chi è entrato c’era Dijana Hrka, madre di una delle 16 vittime del crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel novembre 2024, la tragedia da cui sono nate le proteste di questi due anni: in un video ha chiesto scuse pubbliche a Vučićević. Un cordone di agenti antisommossa ha presidiato la sede della privata Pink TV a Belgrado.«Il primo giorno di potere della Student List vogliono vietare i media. Hanno detto tutto di sé, e niente di noi», ha detto Vučićević a Reuters. Vučić ha parlato su Instagram di attacco alla libertà di parola e di stampa, in una foto con una felpa che porta la parola «sorry» barrata. Il movimento studentesco nega ogni coinvolgimento: «Non c’è posto per conflitto e violenza». Il capolista Ilija Srdanović, cardiologo, ha chiesto in un video di «restare calmi e dignitosi fino alla fine del processo elettorale» e di non ricorrere «ad alcuna forma di violenza». Non risulta alcun fermo.L’Associazione indipendente dei giornalisti di Serbia ha annunciato che chiederà la revoca della licenza di Informer per «violazioni sistematiche della legge e degli obblighi di programma». Le autorità non hanno commentato.La campagna l’ha misurata l’osservatorio serbo Crta: le tv nazionali hanno dato ai rappresentanti del governo tre quarti del tempo d’antenna riservato ai politici, e in oltre l’80 per cento delle menzioni la Student List è stata presentata in termini negativi. Il risultato di domenica è stato comunque netto: circa 2,2 milioni di voti alla lista studentesca, il 52 per cento, contro 1,72 milioni del partito di Vučić. Lui ha ammesso la sconfitta un’ora e mezza dopo la chiusura dei seggi e l’ha attribuita ai media indipendenti, a non precisati Paesi europei e a un «deep state americano». Prima ancora di indicare un premier, i vincitori hanno scelto gli schermi come primo campo di battaglia.Eror, nel suo telegiornale, ha aggiunto che una parte dei dipendenti si è battuta per anni per l’indipendenza della redazione. «Non abbiamo vinto quella battaglia in tempo, ma crediamo valga la pena combatterla».